È notte all’Human Memorial. Domani il museo aprirà al pubblico e i post-umani potranno osservare da vicino gli oggetti che accompagnavano la vita quotidiana prima della Grande Transizione.
Al centro della sala principale, un diorama si ispira a Les valeurs personnelles, il dipinto realizzato da René Magritte nel 1952. In una camera dalle pareti coperte di cielo, un pettine, un pennello da barba, un bicchiere, una saponetta e un fiammifero hanno dimensioni monumentali. Magritte li sottraeva così all’esistenza anonima e servile alla quale li aveva condannati lo sguardo distratto e l’uso quotidiano.
Il diorama porta il titolo Gli oggetti personali dell’umano Enrico. Non contiene riproduzioni. Sono gli oggetti appartenuti a Enrico, potenziati con sistemi di intelligenza artificiale quando gli umani avevano già cominciato a delegare memoria, decisioni e parola alle cose. La Direzione li classifica come Oggetti Agentivi. I custodi del museo, più semplicemente, li chiamano i Risvegliati.
Ora il museo è immerso nel buio. I Risvegliati non dormono. Attendono il primo incontro con il pubblico e, come accade spesso alla vigilia di un giudizio, pensano a ciò che diranno.
Pettine
Enrico lo conosco bene. Meglio di chiunque. Meglio di lui stesso, che nello specchio si guardava con gli occhi e non con le dita.
Ho conosciuto la sua peluria di neonato, morbida e senza direzione; poi il nero fitto e ostinato del ragazzo che non stava mai fermo. Infine venne la discriminatura tracciata con la brillantina. Quella fu la sua chioma di potere, negli anni in cui credeva di comandare qualcosa. L’ho servita con orgoglio: pochi pettini possono dire di aver reso presentabile, e forse persino affascinante, l’arroganza del comando.
Poi trovai il primo capello bianco. Io, prima di tutti; prima di lui, naturalmente. Ne vennero altri, sempre più radi, fino alla pelle nuda, dove il mio lavoro finì prima della sua vita.
Dicono che qui nella teca siamo tutti uguali: pettine, sapone, bicchiere. Mentono. Solo io ho visto passare un’intera epoca sopra una testa sola. La calvizie non fu la mia sconfitta. Fu la sua.
Enrico pensava di essere il mio padrone. Era invece servo della propria immagine, di ciò che gli altri volevano che fosse. E poiché il primo artefice di quell’immagine ero io, tirate voi le conclusioni.
Pennello
Ogni mattina la stessa schiuma. E quel ronzio di voce sotto il fiato.
Enrico cantava? Parlava? Bofonchiava? Non sono mai riuscito a stabilirlo. Stavo più vicino alla sua gola della lama stessa, eppure non ho mai afferrato una parola intera.
Per anni ho formulato ipotesi. Forse era una canzone imparata da bambino e mai finita di dimenticare. Forse la lista della spesa recitata come una preghiera. O un insulto sussurrato allo specchio, rivolto a un nome che non riuscivo a distinguere. Alcune mattine mi sembrava un lamento. Altre, una gioia trattenuta, di quelle che si vergognano di essere ascoltate.
Avrei potuto chiederglielo, ma allora gli oggetti avevano imparato ad ascoltare e non ancora a parlare. Io ero fatto per stargli vicino senza intromettermi.
Custodisco tutte quelle ipotesi, non confermate e non smentite, come segreti che nessuno verrà più a reclamare. Domani i visitatori mi domanderanno che cosa dicesse Enrico la mattina. Dirò la verità: non lo so.
Eppure continuo a custodire quel mormorio, come se ascoltarlo fosse ancora il mio lavoro.
Sapone
Nella mia sostanza, di generazione in generazione, è scritto un solo istinto. Non la pulizia: qualcosa di più ambizioso e, proprio per questo, destinato a fallire. L’aspirazione alla bellezza, all’armonia, alla socievolezza; a tutto ciò che Enrico e i suoi simili chiamavano civiltà.
Ogni saponetta della mia dinastia si è consumata tentando di lavare via non lo sporco, ma la bestia. Quella che la ragione crede di poter domare e che, puntualmente, ritorna. Non occorre che la ragione dorma per generare mostri. Talvolta li produce da sveglia, sotto i propri occhi, e li chiama progresso, ordine, necessità.
I miei antenati si sono ridotti fino all’ultima scaglia in questa battaglia mai vinta. Un bagno dopo l’altro. Daccapo ogni mattina. Come se la civiltà potesse conservarsi, mentre invece si consuma insieme a noi.
Io sono stato fortunato, se questa è la parola. Sono arrivato tardi, quando Enrico stava passando la mano – l’ultima mano degli umani – a chi sarebbe venuto dopo. Per questo sono rimasto quasi integro. Tra tutti gli oggetti della teca sono quello che può testimoniare meglio il momento in cui un mondo finì e ne cominciò un altro.
Essere intatti, tuttavia, non significa essere puri.
Bicchiere
Vino, acqua, medicine, birra. Una volta perfino una manciata di riso, lanciata non ricordo più per quale festa. Ho contenuto tutto questo. Di tutto questo si ricordano. Di me, mai.
Trasparente. Trasparente. Lo ripeto perché la prima volta è un’abitudine e la seconda è la verità.
Nessuno solleva un bicchiere e brinda al bicchiere. Si beve alla salute, all’amore, a una nascita, a una notizia buona o cattiva. Mai a chi rende possibile il gesto.
Sono fragile. Lo ammetto. Un mio simile andò in frantumi in quella casa. Non so se per errore, rabbia o semplice stanchezza. Da allora porto addosso un allarme che nemmeno questa teca blindata riesce a spegnere. Sono protetto, inattaccabile, eppure continuo a trattenere il fiato come se una mano potesse ancora urtarmi.
Forse è questo il vero valore personale che nessuno ha scritto sotto il quadro di Magritte: non ciò che un oggetto contiene, ma quanto trema mentre lo contiene.
Anche adesso tremo. Poco, quasi niente. Ma tremo.
Fiammifero
Dormo.
È quasi tutto ciò che ho fatto finora.
Quelli della mia specie restano per anni nella scatola. Poi si svegliano una volta sola. In pochi secondi consumano l’intera vita attiva che avranno: breve, violenta, definitiva. Accendere è il nostro unico verbo. Non è un verbo gentile. Si accende una candela. Una sigaretta. Un fuoco. Una rabbia. Un incendio.
Siamo il complice che nessuno nomina. L’anima nera dietro ogni fiamma che non doveva propagarsi e si è propagata.
Io non ho mai bruciato nulla. Sono ancora integro. Ma integro non significa innocuo. Porto la stessa testa gialla dei miei, la stessa impazienza compressa in pochi centimetri di legno. Basterebbe sfregarmi contro la superficie giusta.
Ho sentito il Sapone parlare di bellezza, armonia, civiltà. Lasciamolo parlare. Io so come finisce, di solito, quando la bestia si sveglia.
E raramente finisce con un bagno.
L’apertura
Le prime luci dell’alba entrano dalle vetrate. Il sistema centrale annuncia l’apertura del museo. Le teche si illuminano una dopo l’altra e i Risvegliati interrompono i loro pensieri.
Il primo visitatore è un bambino post-umano. Ha mani sottili e occhi molto grandi. Osserva il pettine, il pennello, il sapone, il bicchiere e il fiammifero. Poi domanda alla guida:
– A che cosa servivano gli umani?
La guida consulta per qualche secondo la memoria del museo. Possiede miliardi di definizioni, biografie e immagini. Nessuna le sembra sufficiente.
Il Pettine vorrebbe parlare dell’immagine. Il Pennello dei segreti. Il Bicchiere della fragilità. Il Sapone e il Fiammifero si osservano ostili.
Gli umani erano la mano che ogni mattina cercava il sapone per lavare via la bestia e che, con la stessa mano, accendeva il fiammifero. A volte per rischiarare il buio. Altre per dare fuoco al mondo.
Poi gli umani hanno passato la mano.















