Tombstone, 1881.

I fratelli Earp con Doc Holliday si trovano di fronte alla banda dei Cowboys in una striscia di terreno dietro l’OK Corral. Ognuno di loro voleva far falere la propria ragione a colpi di pistola, almeno una trentina in altrettanti secondi. Uno scontro breve tra rappresentanti della legge e fuorilegge, armati e disarmati, con morti, feriti e Wyatt Earp illeso. Fresco come una rosa nel deserto, mi viene da immaginare.

Ufficio, 2026.

Un gruppo di impiegati si trova di fronte ai colleghi di un altro reparto nella “sala relax”. L'affare è andato storto la settimana precedente e si cerca il capro espiatorio, lanciando sguardi penetranti e accuse dirette. Uno scontro breve e intenso che riapre ferite del passato con provocazioni attuali e critiche sulla persona. Certo non si muore per una lite in ufficio, ma fa male. E ribattere colpo su colpo serve solo ad amplificare quel disagio.

Centroquarantacinque anni dopo, ognuno di noi si ritrova nel proprio OK Corral, che ne abbia consapevolezza o meno. Non intendo dire che ci troviamo in uno stallo alla messicana con una mano sulla Colt e lo sguardo alla Sergio Leone, piuttosto che spesso ci scontriamo con amici, colleghi, parenti, sconosciuti a suon di colpi verbali per sentirci OK e riportare equilibrio nelle nostre emozioni.

Il Principio dell’Okness nell’Analisi Transazionale rappresenta quattro posizioni esistenziali e descrive le dinamiche relazionali, i giochi psicologici, i conflitti e le “carezze”. Facciamo un passo per volta all’interno del ricco mondo dell’Analisi Transazionale.

Partendo dal principio, l’Analisi Transazionale è una teoria psicologica nata negli anni Cinquanta dalle idee e dalle riflessioni di Eric Berne. Osservando le persone, Berne nota come l’individuo si può comportare e può interagire in modi diversi a seconda dell’organizzazione interna dello Stato dell’Io in quel determinato momento. Da qui stabilisce l’esistenza di tre Stati diversi:

  • stato dell’Io Bambino;

  • stato dell’Io Adulto;

  • stato dell’Io Genitore.

Ad ogni stato corrispondono modi di parlare, muoversi, pensare diversi e comportano differenti interazioni (transazioni) con l’altro.

Lo Stato dell’Io Genitore è caratterizzato da regole, frasi fatte, comandi che la persona ha preso dai propri caregiver durante l’infanzia per farne dei veri e propri pilastri su cui regge il proprio mondo. Quando osserviamo capricci o deliri, emozioni fuori controllo, pretese e accuse, siamo di fronte allo Stato dell’Io Bambino.

Infine, quando l’individuo è in grado di agire in linea con i bisogni del qui ed ora, quando sente ed esprime in modo coerente le proprie emozioni, quando osserva la situazione e agisce in modo funzionale, si trova nello Stato dell’Io Adulto.

Nel libro “A che gioco giochiamo”, Eric Berne descrive con precisione le transazioni, cioè il modo in cui le persone interagiscono tra di loro e quali sono i “giochi” che preferiscono. Per gioco si intende una transazione inconsapevole in cui le persone mettono in atto schemi ben definiti e ripetuti nel tempo con lo scopo di confermare il proprio copione di vita.

Il copione di vita, stabilito senza consapevolezza nell’infanzia, è proprio come una sceneggiatura, limitante e mirata ad uno scopo ben preciso (definito tornaconto), ricca di attori e parti, messe in atto – come detto poco fa – attraverso i giochi. Ad esempio, se ho “deciso” di essere una persona non degna di amore, le mie transazioni, quindi le mie relazioni, mi porteranno a riconfermare questa idea; potrei scegliere partner emotivamente non disponibili o fisicamente distanti.

Ma l’Analisi Transazionale non si occupa solo di emozioni sgradevoli, copioni che ci riconfermano di valere poco o niente, anzi, Eric Berne introduce il concetto di “carezze”. Con il termine strokes si intende l’unità di misura del riconoscimento in AT: è un atto di riconoscimento dell’altro fatto a parole, con gesti o comportamenti, che permette di far sentire sentita la persona. Essere visti è un bisogno fondamentale per l’essere umano, al pari dei bisogni fondamentali quali cibo, acqua e riparo. Può sembrare controintuitivo, ma spesso pur di essere visti siamo in grado di mettere in atto comportamenti assurdi, disfunzionali o ostili; parafrasando un detto milanese, piuttosto che niente è meglio piuttosto.

E saper fare o accettare una carezza è ancora più difficile che dare un rimando negativo, insultare o non controbattere quando qualcuno ci sminuisce.

Ed eccoci alle porte dell’OK Corral. Ma prima di entrare, scopriamo insieme il concetto di Okness, accennato in apertura.

Secondo il principio dell’Okness esistono quattro posizioni esistenziali:

  • Io sono OK, tu sei OK;

  • Io sono OK, tu non sei OK;

  • Io non sono OK, tu sei OK;

  • Io non sono OK, tu non sei OK.

Ogni posizione corrisponde ad una diversa visione di sé, degli altri e del mondo e trovarsi in una piuttosto che in un’altra determina transazioni diverse con risultati diversi. È auspicabile avere la capacità, l’elasticità e la maturità per occupare il più possibile la posizione OK-OK, dove entrambe le parti accettano l’alterità e la diversità, ben consapevoli che abbiamo tutti lo stesso diritto di essere felici. Sentirsi OK e ritenere gli altri OK si traduce in una visione positiva della vita, nella collaborazione con l’altro come risorsa e in relazioni intime e nutritive.

Tuttavia, è possibile che il passato ci abbia portato a credere di essere non OK, quindi a sentirci meno dell’altro che, al contrario, è sempre in una posizione migliore della nostra. Ci si svaluta, spesso, in questa posizione esistenziale e si sopravvaluta l’altro, facendoci vedere il mondo con lenti offuscate che abbassano il tono dell’umore.

Se ribalto la situazione per saltare nella posizione in cui io sono OK e tu non sei OK, ecco emergere aggressività o prevaricazione. L’altro è ritenuto inferiore, per cui non gli vengono riconosciuti bisogni, emozioni, desideri. Chi si trova in questa posizione ha bisogno di interagire con persone remissive per tenere in piedi il suo gioco preferito. I ruoli, nei giochi, sono complementari e non può esistere uno senza l’altro; possono durare per un periodo indeterminato finché gli attori partecipano.

Infine, quando la svalutazione riguarda sia se stessi che l’altro, si è nella posizione esistenziale: io non sono OK, tu non sei OK. È una posizione depressiva, caratterizzata da uno sguardo disilluso e disinteressato nei confronti del mondo. Ci si vede senza speranza e tale credenza è tenuta in piedi da transazioni che riconfermano le nostre idee e le nostre credenze limitanti e svalutanti.

Nella quotidiana frequentazione del nostro moderno OK Corral ci spostiamo da una posizione all’altra e in base alle emozioni che si muovono al nostro interno, scegliamo dove posizionarci e dove posizionare l’altro. Ecco che quando non mi sento OK, posso provare un forte desiderio di agire in modo da portare l’altro al mio stesso livello per farlo sentire non OK; posso addirittura continuare a sparare i miei colpi fino ad arrivare più in alto e risentirmi OK, “a posto”, meglio dell’altro.

Altre volte, pur di non deludere, pur di non sentirmi abbandonata, assecondo la spinta al compiacere e poco importa se non mi sento OK, preferisco non correre il rischio di trovarmi in uno scontro a fuoco esplicito.

Qualche esempio pratico.

Riprendiamo la scena in apertura, c’è stato un errore in un progetto di lavoro e si cerca un colpevole e tu sei a capo del team, ti senti OK. Da questa posizione guardi i collaboratori con la lente del voi non siete OK e, senza pensarci troppo su, li rimproveri e accusi anche l’altro reparto. Il risultato interno è che mantieni una sensazione di superiorità, quello esterno è che hai agito un comportamento svalutante verso gli altri. Ti chiedo, è il modo migliore per guidare una squadra? Ci torniamo dopo...

Cosa succede invece se passi il tuo tempo nella posizione "io non sono OK, tu sei OK?" Ti svaluti, ti accusi, compiaci. Vuoi andare al cinema, ti chiede il partner, e rispondi sì quando vuoi dire no. C’è un intoppo al lavoro e ti prendi tutta la colpa – sottolineo la parola colpa - anziché affrontare una conversazione difficile per stabilire le responsabilità e non ripetere l’errore.

E gli errori si fanno: solo chi non lavora non sbaglia mai, si dice. E si fanno delle riunioni quando ci sono ritardi, obiettivi mancati e quant’altro. Quelle riunioni pesanti, tese, impolverate come gli stivali dei fratelli Earp, dove ci si osserva con sospetto con gli occhi a fessura alla Clint Eastwood. “Tanto non cambierà mai niente!” è il mantra, critiche verso l’altro, accuse ai pari, svalutazioni ai sottoposti. Questa è la tipica atmosfera: io non sono OK, tu non sei OK.

Succede, talvolta, che la storia abbia un eroe, un leader sicuro nella sua OKness e capace di accogliere l’altro, sostenerlo, stimolarlo e farlo sentire altrettanto OK. Soft skills e hard skills si fondono in un leader comodo nella posizione più difficile di tutte: io sono OK, tu sei OK. E non parlo solo del capo al lavoro, parlo di chiunque abbia a che fare con altri Esseri Umani, che siano colleghi, amici, parenti o addirittura sconosciuti.

Un buon leader – leggi un buon essere umano – sa spostare sé e l’altro nel terreno dell’OK - OK, nonostante sia faticoso e, a tratti, spaventoso. Un buon essere umano non si preoccupa di sparare per primo, ma fa di tutto per abbassare le pistole. Se tu vuoi spararmi e io sparo, finiamo per ferirci entrambi e nessuno di noi starà meglio. È un dato di fatto.

E così quando ti trovi in quella striscia di terreno dietro — anzi dentro — all’OK Corral, fermati un momento. Osserva te stesso e l’altro. Poi provate entrambi a guardare la scena come se fosse un film.

Nota cosa provi, cosa senti, cosa pensi e chiediti: in che posizione sono?

Quando stai per estrarre la tua Colt, prova a pensare che il cowboy davanti a te è OK tanto quanto lo sei tu. Forse la vera rivoluzione non è vincere il duello, ma resistere alla voglia di sparare. Abbassare la pistola, osservare l’altro, accettarne la storia, le paure, la diversità. E decidere che, per una volta, all’Ok Corral non deve sparare nessuno.

Nelle relazioni si vince più con qualche carezza che con qualche colpo.

La parte più difficile è scegliere di lasciare la pistola nella fondina e tendere la mano.