Cercare di ridurre la crudeltà umana significa elevare la mente, la coscienza, per ovviare all’incoscienza e all’ignoranza che producono il male, significa introdurre la ragione nella passione per impedire il passaggio al delirio e alla dismisura di homo demens, e nello stesso tempo significa prendersela con le condizioni che fanno emergere la crudeltà soggettiva.

Significa scommettere sulle “deboli forze” di relianza. Fragili forze di cooperazione, comprensione, amicizia, comunità, amore, a condizione che siano accompagnate da intelligenza, la cui assenza favorisce le forze della crudeltà. Queste forze sono sempre le più deboli ma, grazie ad esse, ci sono momenti di vita vivibile, famiglie che si amano, calde amicizie, dedizioni, carità, compassioni, consolazioni, amori, slanci di cuore. È così che va il mondo. “Alla meno peggio” senza essere totalmente né continuamente sommerso dalla barbarie. Sono queste deboli forze che fanno vivibile la vita e la morte non desiderabile. Sono queste che ci permettono di credere nella vita, ed è la vita che ci permette di credere in queste deboli forze. Senza queste forze ci sarebbero solo l’orrore, la pura coercizione, la distruzione di massa, la disintegrazione generalizzata.

(Edgar Morin, Etica. Il Metodo vol. 6)

A lungo mi sono interrogata sulle implicazioni etiche del pensiero complesso, cercando di comprendere in che modo una prospettiva fondata sull’interconnessione, sulla non linearità e sull’incertezza possa tradursi in un orientamento per l’agire. Questa ricerca si è sviluppata attraverso incontri, scambi, momenti di confronto con persone provenienti da percorsi disciplinari e professionali diversi, in cui il tentativo è sempre stato quello di mettere in dialogo prospettive differenti senza ridurle a un’unica sintesi.

Si tratta, ancora oggi, di un processo in divenire, privo di una forma definita, ma attraversato da una tensione comune: quella di esplorare le condizioni di possibilità di un’etica capace di abitare la complessità. Questa tensione è stata via via rafforzata da una convinzione che andava emergendo: che fosse proprio questa la direzione necessaria per affrontare i cambiamenti profondi che stavano prendendo forma, e che richiedevano strumenti di comprensione e di azione diversi rispetto a quelli ereditati da paradigmi lineari, semplificanti e riduzionisti.

Al centro di questa prospettiva si colloca il concetto di relianza, uno dei contributi più significativi del pensiero di Morin. La relianza richiama l’idea di legami: legami tra saperi, tra persone, tra esseri viventi, tra livelli diversi della realtà che, se pensati separatamente, perdono gran parte del loro significato. Il termine relianza richiama non solo il concetto di “legami”, ma anche quello di “alleanza”: non si può essere soli nel portare avanti questo cambiamento profondo nel pensare e nell’agire, ed occorre che le nostre azioni siano in armonia con quelle di tante altre persone. Non si tratta solo di riconoscere che esistono delle connessioni, ma di comprendere che è proprio attraverso queste connessioni che i fenomeni prendono forma e che il nostro agire acquista senso insieme a quello degli altri.

È in questo quadro che acquista pieno significato il concetto di relianza: la relianza va oltre il semplice riconoscimento dell’esistenza di connessioni e richiama un compito: creare, mantenere e rigenerare i legami che rendono possibile la vita individuale, sociale e, più in generale, umana. Diventa così una pratica attiva, oltre che una condizione.

Morin individua tre dimensioni fondamentali di questa relianza, che si implicano reciprocamente in modo ricorsivo.

Una relianza individuale, che riguarda il rapporto con sé stessi e la possibilità di mantenere una coerenza interna senza chiudersi all’alterità.

Una relianza sociale, che si esprime nei legami con gli altri e nelle forme di appartenenza e responsabilità condivisa.

E una relianza antropologica, che estende questo legame alla specie umana nel suo insieme e alla biosfera, riconoscendo una comunità di destino che supera i confini immediati dell’esperienza individuale.

Queste tre dimensioni risultano inseparabili senza perdere il loro significato. Quando vengono pensate isolatamente — come accade in contesti segnati da una forte specializzazione e da una crescente frammentazione del sapere — si produce una disgregazione che coinvolge sia il piano teorico sia quello pratico. La difficoltà a collegare livelli diversi della realtà si traduce infatti in una difficoltà a orientarsi, a comprendere le implicazioni delle proprie azioni e a riconoscere le responsabilità che ne derivano.

In questo senso, la crisi contemporanea investe direttamente anche l’etica.

Un’etica fondata su principi astratti e separati incontra difficoltà crescenti nel confrontarsi con una realtà caratterizzata da interdipendenze diffuse, dinamiche non lineari ed effetti che eccedono le intenzioni iniziali.

La prospettiva di Morin apre una direzione diversa: una rigenerazione delle fonti dell’etica attraverso le “deboli forze” della relianza. Questa rigenerazione implica il riconoscimento della natura ambivalente della realtà, attraversata da tensioni che non possono essere eliminate — tra ordine e disordine, tra autonomia e dipendenza, tra inclusione ed esclusione — e che richiedono di essere comprese e assunte. L’etica si sviluppa così all’interno di queste tensioni, come capacità di orientarsi in un campo di forze che resta inevitabilmente instabile.

Si tratta, tuttavia, di legami intrinsecamente fragili: le “deboli forze” di relianza colpiscono proprio per il loro carattere apparentemente marginale, e tuttavia decisivo.

Non coincidono con ciò che normalmente associamo alla forza: il potere, il controllo, la capacità di imporsi, di dominare o di vincere. Si manifestano piuttosto nei gesti quotidiani della cooperazione, nelle forme spesso invisibili della cura, nella possibilità di comprendere l’altro senza ridurlo immediatamente a una categoria, a un ruolo o a un giudizio definitivo.

Amicizia, dedizione, amore, comprensione, compassione: sono tutte “forze fragili”, intermittenti, incerte, non garantite, e soprattutto non imponibili né dall’esterno né dall’interno. E possono essere distrutte in qualsiasi momento.

Sono forze fragili perché non possono essere stabilizzate una volta per tutte, non si impongono per coercizione e non garantiscono risultati definitivi. Richiedono invece di essere continuamente rigenerate attraverso le relazioni, la presenza, l’ascolto, la disponibilità a mantenere aperto uno spazio umano dentro contesti attraversati da tensioni, conflitti e incertezze.

Questa fragilità non è un limite contingente, ma una caratteristica strutturale della complessità umana.