La galleria Richard Saltoun presenta I lie, prima personale di Silvia Giambrone che, con una nuova produzione incentrata sulla menzogna come struttura ontologica e politica del presente, continua la sua indagine sull’abuso e la violenza.

La ricerca di Giambrone analizza le zone d’ombra del contemporaneo con una radicalità che non conosce compromessi. In un panorama artistico spesso affollato da adesioni di facciata a temi sociali mainstream, Silvia Giambrone, che è stata una delle prime voci della sua generazione a elevare le istanze femministe e identitarie a una dimensione colta, erudita e universale, ha anticipato delle analisi che oggi sono diventate centrali. Le sue opere sono veri e propri atti di resistenza intellettuale e politica.

L’indagine sul domestico è condotta dall’artista come decostruzione sistematica dello spazio privato, inteso non come rifugio, ma come il luogo primario della tensione e dell’addomesticamento. La casa, dunque, come primo laboratorio del potere, dove i rapporti e i corpi vengono plasmati attraverso segni invisibili e dinamiche di sottomissione silente.

Gli oggetti che popolano questo scenario: argenteria da tavola, vasi da fiori, orologi, seggiole e guanciali, perdono la loro innocua funzione d’uso per diventare gli indifferenti testimoni della violenza domestica o, gli involontari strumenti della coercizione. L’estetica del domestico viene così indagata come una maschera di decoro volta a nascondere l’alienazione, dove il familiare si trasforma in perturbante.

L’artista esplora la “bassa voce” del trauma: quel rumore di fondo fatto di silenzi punitivi e burocrazie dell’affetto, mostrando come l’ambiente domestico sia il terreno su cui si consuma il primo, radicale tradimento dell’autenticità umana a favore di una performance sociale e di genere.

La menzogna stessa diventa per l’artista oggetto d’indagine, perché smascherare il materiale di cui sono fatti gli oggetti quotidiani significa rivelare una realtà contraffatta e mantenuta tale per preservare equilibri di potere. Giambrone compie un’operazione di sconsacrazione della menzogna: toglie il velo poetico al tradimento per restituire allo spettatore un terrore “sano”, capace di risvegliare la coscienza.

L’artista non cerca di riaccendere il fuoco della verità, ma documenta con lucidità chirurgica la forma del vuoto che essa ha lasciato. Trasformare il tradimento in una stella di ferro o in una legge di marmo è il modo in cui Giambrone si rapporta con la realtà nonostante essa la tradisca. Mostrando come ci si perde, l’artista indica per sottrazione l’unica via per ritrovarsi: la cronaca di un cuore che non smette di battere tra le rovine.

La mostra presenta per la prima volta un nuovo corpus di opere di Silvia Giambrone. Tra queste, la serie Apocalyps, attraverso cui l’artista trasforma l’argenteria di famiglia — simbolo di status, continuità e memoria — in frammenti e “macerie di lusso”, rivelando la fragilità delle strutture simboliche che sostengono il potere e la costruzione della verità. Questa riflessione prosegue nella serie Dura lex sed lex, in cui viene analizzato il modo in cui la menzogna tenta di istituzionalizzare attraverso la forma giuridica. Incise nel marmo, le opere rendono permanente ciò che per natura è instabile e ambiguo, trasformando il tradimento in norma. Il tema della regolamentazione e del controllo viene ripreso anche nell’opera Authenticity certificate, che mette in scena la burocratizzazione dell’intimità e del desiderio. Dallo spazio domestico e giuridico, lo sguardo dell’artista si estende infine a una dimensione cosmica con Il cielo stellato, serie in cui il firmamento appare assoggettato a logiche di dominio e coercizione. Qui il dodecaedro, tradizionale simbolo di armonia e perfezione, viene realizzato in ferro grezzo, trasformando l’idea di ordine universale in un’immagine di tensione e violenza.

I lie rappresenta il culmine del percorso creativo. In quest’opera al neon Giambrone trova la sua voce definitiva rendendo esplicita la natura collettiva della menzogna contemporanea; una dichiarazione che trasforma la confessione individuale in un manifesto pubblico, segnando il collasso della fiducia nel linguaggio e nell’idea stessa di verità.

Le opere in mostra: Cage #1 e Cage #2 sono cortesia della galleria Stefania Miscetti; prodotte per la mostra Sub rosa presso Palazzo Doria Pamphilj.