Vivo per quel momento magico in cui, da sola, finalmente vedo e percepisco con tutti i miei sensi ciò che ho sempre guardato; finalmente ne afferro l’essenza e devo disegnarla subito.

(Ida Barbarigo)

La Richard Saltoun Gallery di Roma è lieta di presentare Beyond the figure, una mostra personale dedicata a Ida Barbarigo (b. 1920 – d. 2018), tra le più originali artiste della pittura italiana del Novecento.

Nata Ida Cadorin a Venezia nel 1920 — suo padre, Guido Cadorin, era un pittore affermato — adottò in seguito il nome Barbarigo, un nome inventato, per evitare confusioni con il padre. Durante gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida del padre e dello scultore Arturo Martini, orientò la propria ricerca verso una reinvenzione del rapporto tra figura, spazio e realtà.

Nel 1942 fu inclusa nella sezione ‘Young Talent’ della Biennale di Venezia e nel 1949 sposò l’artista Zoran Mušič (1909–2005). La coppia si stabilì a Parigi nel 1952 e, dagli anni Settanta, iniziò a vivere tra Parigi e Venezia.

Nel 1972 il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris le dedicò una grande retrospettiva e, nel 1978, Luigi Carluccio la invitò alla Biennale di Venezia, dove presentò la serie “Persecutori”, una serie di ritratti di grande formato dedicati ai magistrati inquirenti. Nonostante l’attenzione che Barbarigo riservò alla figura, fu tuttavia completamente esclusa dalle mostre di quel periodo che annunciavano il ritorno della figurazione.

Nel 1995 fu selezionata dal curatore Jean Clair per il Padiglione centrale della 46ª Biennale di Venezia, nell’edizione del centenario. In quell’occasione le fu dedicata un’intera sala per la serie Le Sfingi. Clair ne riconobbe la centralità all’interno della sua pratica, descrivendo i suoi dipinti come capaci di «afferrare il cuore profondo della realtà».

Attraverso una selezione di opere chiave dagli anni Settanta ai primi anni Novanta, quando la figura umana tornò al centro della sua ricerca, la mostra offre una nuova prospettiva sul lavoro di Barbarigo. Sospesa tra memoria rinascimentale e modernità, la sua opera fu influenzata dai pittori del primo Rinascimento — in particolare Giotto e Cimabue — in quella che l’artista definiva una «ricerca della verità», capace di confrontarsi con l’instabilità della percezione e la complessità dell’esperienza interiore.

Negli autoritratti monocromi e nelle opere ispirate alla mitologia greco-romana come Sfingi, Volti, Demoni, Saturni e Dionisi, il corpo emerge da fondi densi e scuri, oscillando all’interno di veli di pittura trascinata, colata o punteggiata. Semi-oscurate e fragili, le figure appaiono come presenze spettrali, apparizioni bianco titanio sospese in una foschia gestuale: non stabili né monumentali, ma spinte fino alla soglia del collasso emotivo e formale.