In un'aria diversa, Teodorico è la mostra di Mariella Busi De Logu in corso allo Spazio Teodorico dei Musei Nazionali di Ravenna lungo il percorso del Mausoleo di Teodorico fino al 6 settembre 2026. Un titolo che è una promessa. Perché qui, il Mausoleo di Teodorico - simbolo di potere, pietra, memoria - smette di essere un monumento da contemplare e diventa un luogo da abitare. Grazie allo sguardo di un'artista che da quarant'anni lo ascolta, lo accarezza, lo trasforma in sogno.
Il suo cognome, De Logu, in sardo significa "del luogo". E Mariella Busi De Logu è esattamente questo: il genius loci, lo spirito che custodisce l'essenza di una città. Non celebra la città: la "abita". Non descrive il Mausoleo: lo interroga.
A orientare questo dialogo è il pensiero di Marina Cvetaeva (1892-1941), una delle voci poetiche più alte del Novecento. La poetessa russa scriveva che la creazione umana è un contraccolpo: una cosa colpisce l'artista, e lei contraccambia; la cosa la interroga, e lei risponde; di fronte alla risposta della cosa, lei pone una nuova domanda. È sempre dialogo, interazione. La cosa propone un enigma, e sotto il pennello nasce una terza entità, nuova, che non è più la cosa di partenza, ma il frutto vivo dell'incontro.
Mariella ha fatto suo questo pensiero. L'enigma del Mausoleo l'ha colpita nell'inverno del 1986, quando il disegno della sua sagoma le ricordò un panettone. Ma il suo sguardo annullò subito quella somiglianza troppo facile. Nacque così una terza entità, nuova – e da allora, ogni opera è una risposta o una nuova domanda. Non c'è distanza tra l'artista e il monumento: c'è un contraccolpo che si rinnova di opera in opera.
Questo stesso principio si manifesta anche nel rapporto dell'artista con lo spazio e l'ambiente. Il Mausoleo non è più un oggetto architettonico da ritrarre, ma un interlocutore vivente con cui intrecciare le radici. Mariella trasforma lo spazio fisico del monumento in un luogo interiore, dove la pietra si fa respiro e la storia si fa sogno. Ma l'atto più visionario è un altro: lei non si limita a re-immaginare il Mausoleo; immagina il cavallo di Teodorico e il re stesso. Non una pietra, ma esseri vivi.
Nasce così il cavallo-luna di Teodorico, un'opera bianca e lunare, che danza sugli zoccoli di punta, con un quarto di luna al posto della coda. Il cavallo appartiene a una zona intermedia tra veglia e sogno. È una figura che sfugge a ogni presa realistica – vola, danza, sogna, resiste alla gravità della storia. Quella luna che guarda avanti è la direzione della leggerezza: non indietro verso il peso della memoria, ma oltre, dove il sogno si fa ancora corpo.
E poi c'è Teodorico stesso. In un'opera intitolata Foto ricordo, Teodorico (china e collage, 2018), Mariella lo immagina come una figura nera, altissima, quasi un insetto o uno spettro, che si erge sopra la cupola monolitica di oltre 300 tonnellate di pietra d'Istria del suo Mausoleo. Il corpo è costruito con un tratto di china denso e vibrante, mentre in alto, come un frammento di memoria, compare una piccola fotografia del Mausoleo. È un ritratto che dice il re senza mostrarlo, che lo evoca con il segno e con la materia. Le lunghe antenne che si protendono verso il cielo sembrano fili che connettono Teodorico al suo monumento, alla città, al tempo. È un re che ha imparato a non comandare più, ma a connettere. Un dio laico, un trasmettitore silenzioso, in equilibrio sopra il peso immenso della storia.
Accanto al cavallo-luna e a questa figura di Teodorico, Mariella immagina anche il suo Scudo, dove il nero e il bianco richiamano la dualità tra caos e ordine. Il gesto artistico diventa atto magico e di protezione. Per Mariella, lo scudo è polifonico: unisce arte, storia e impegno civile. Insieme, cavallo-luna e scudo compongono un dittico dell'anima. Da un lato il volo, l'ascesa, il sogno che non teme l'altezza; dall'altro la difesa, il limite, la custodia di un centro che non vuole essere violato.
E poi c'è lo scarabeo. In un'opera a china tra le più intense, è lui che solleva il Mausoleo di Teodorico. Non con la forza, ma con la pazienza antica di chi sa che la storia non si cancella: si trasporta. Come l'antico simbolo egizio del sole che rinasce, lo scarabeo di Mariella porta il peso della pietra verso l'alto, verso quell'aria diversa dove il monumento cessa di essere tomba e diventa germoglio.
Ma c'è un elemento che distingue in modo unico il suo lavoro: la scrittura visiva. Nelle opere di Mariella, la parola non è mai un'annotazione marginale. È parte integrante del gesto creativo. La scrittura si intreccia al disegno, lo accompagna, lo interroga. I suoi manoscritti – nati fin dall'infanzia sui quaderni dalla copertina nera – sono gli antenati delle sue opere. La china non traccia solo linee: traccia parole, versi, domande. I titoli non citano: generano. Sono semi di significato piantati nello sguardo di chi osserva.
In opere come Passus, la parola si scompone e si fa corpo, si piega come un'ala, si offre come un enigma. In Manufatto, il testo scritto a mano convive con la rana, il pesce volante e le tracce del Mausoleo, come una voce che dialoga con le creature. La sua è una scrittura che non descrive, ma respira insieme all'immagine. È la grafia del pensiero, il segno che si fa parola e la parola che si fa segno, in un equilibrio instabile e fecondo.
Come scrive Mariella: «La mia passione sta nel fare e nel mettermi a rischio. In un'aria diversa il mio sguardo si allarga e si dilata sulla città, sale sulle stelle e sui monti all'orizzonte». Le sue incisioni lente, le chine meditate, gli acquerelli e i collage non illustrano: suggeriscono, evocano, generano. I suoi titoli – Equilibrio instabile, Polveri invisibili, Germogliazione – sono essi stessi scrittura visiva, germogli gettati sulla carta.
A guidare questo dialogo è anche l'interpretazione che Walter Benjamin diede dell'Angelus novus di Paul Klee: l'angelo che fissa lo sguardo sulle macerie del passato, mentre una tempesta chiamata "progresso" lo spinge in avanti. Mariella ha fatto suo quello sguardo, ma a differenza dell'angelo che può solo subire la tempesta, lei ha imparato a trasformare le rovine in germogli, il peso in leggerezza, la pietra in respiro. Come in molte delle sue opere più intense, dove l'arte diventa attraversamento del dolore, non negazione.
E c'è anche lo sguardo di chi sa vedere. Cristina Muti, che ha seguito da vicino la genesi di questa mostra, ha colto nella ricerca di Mariella un tratto raro: la resistenza che si trasforma in dolcezza. In un'epoca in cui la lotta indurisce gli animi, Mariella – con le sue incisioni lente, il suo pedalare solitario, il suo dialogo ostinato con la pietra – offre una resistenza fatta di grazia, non di forza. È una lezione che si legge nelle opere stesse: il cavallo-luna non combatte, danza; lo scarabeo non schiaccia, solleva; la bilancia non prevale, cerca equilibrio. La sua è una resistenza poetica, che non si oppone con la prepotenza, ma con la leggerezza di chi ha scelto di fermarsi ad ascoltare.
E poi c'è la voce di Sara Maioli, artista visiva di Ravenna. Durante l'inaugurazione, senza un incarico né un progetto, solo per prolungare l'incanto, Sara ha puntato la sua macchina fotografica sui pannelli dell'esposizione storica. In uno di quegli scatti estemporanei, l'ombra del Mausoleo si proietta lunga sulla parete, quasi ad abbracciare le didascalie e la storia stessa. È un'ombra che dice il monumento senza mostrarlo, che lo evoca senza rappresentarlo. Anche lei, come Mariella, ha risposto a un enigma – ma con la luce. La sua fotografia è il perfetto contrappunto visivo all'opera di Mariella: l'arte che si genera dall'incontro tra una luce che si offriva e uno sguardo che l'ha accolta.
In questo giardino creolo – come avrebbe detto Koyo Kouoh (1967- 2025) -- il Mausoleo diventa un luogo dove l'improbabile convive con il reale. Mariella, come un'antica "Artista Pianta", trasforma il monumento del potere in un luogo di grazia. E noi, visitatori, siamo invitati a entrare. A seguire lo sguardo di Mariella. A lasciarci interrogare dalla pietra, dall'ombra, dal respiro.
Perché, come scrive Mariella, «l'esperienza rimane, l'opera se ne va». Ma ciò che resta – nelle incisioni, negli acquerelli, nei manoscritti, nelle fotografie di Sara – è il germoglio di un incontro. Un contraccolpo che si rinnova, ogni volta, sotto il pennello di chi ha scelto di ascoltare l'enigma di una pietra antica, e di rispondere con il sogno. E con la scrittura. E con un cavallo bianco che porta la luna, e con un re in equilibrio sopra la cupola di pietra, a ricordarci che la storia non si schiaccia: si solleva.










