Il mio lavoro esplora il linguaggio della stampa oltre i suoi confini tradizionali attraverso l’uso del filo e del tessuto shweshwe perforato. Combinando stampa, design e pittura, ricostruisco con cura minuscoli ritagli di tessuto collegati da singoli fili. Il lavoro è di natura formalista e i materiali dialogano con idee di colonialismo, famiglia e storie condivise. L’uso del tessuto shweshwe è profondamente radicato nella mia memoria familiare, così come nella più ampia memoria coloniale dell’Africa australe.

(Bonolo Kavula)

Richard Saltoun Gallery di Roma è lieta di presentare Kopano ya Moya (Sacred Gathering), una mostra personale dell’artista sudafricana Bonolo Kavula, che segna la sua prima esposizione in Italia.

Il titolo Kopano ya moya proviene dal setswana, la lingua madre dell’artista, e si traduce come “raduno sacro” o “riunione degli antenati”. Kavula ha recentemente iniziato a descrivere la propria pratica artistica come “lavoro ancestrale”, mappando la storia della sua famiglia e intitolando le opere in setswana. La mostra riunisce idee di lignaggio, rituale e devozione materiale e agisce come precursore spirituale e concettuale di Mphoyabadimo, una cerimonia di ringraziamento dedicata a onorare i propri antenati, i quali si ritiene guidino, reindirizzano e rimodellino il corso della vita attraverso benedizione e protezione.

Al centro della pratica di Kavula vi è la sua rilettura della stampa oltre i suoi confini tradizionali. Storicamente, la stampa ha rappresentato un mezzo accessibile e democratico per la diffusione di idee, conoscenze e sistemi di credenze — dalle immagini religiose al pensiero scientifico ed estetico. Kavula estende questa eredità attraverso l’uso del filo e del tessuto perforato, trattando il tessuto sia come superficie sia come matrice. Le sue opere combinano stampa, design e pittura attraverso processi laboriosi di taglio, perforazione e cucitura del tessuto shweshwe in composizioni dense e sospese.

Il tessuto shweshwe possiede un profondo significato sociale e culturale nell’Africa australe. Tradizionalmente indossato durante cerimonie, matrimoni e celebrazioni, esso simboleggia patrimonio, continuità e orgoglio. Introdotto attraverso il commercio coloniale, è divenuto nel tempo profondamente intrecciato all’identità culturale della regione. Oggi lo shweshwe trascende i confini geografici ed è celebrato a livello globale come materiale di moda contemporanea, presente in collezioni che spaziano dall’alta moda all’abbigliamento quotidiano. Kavula attinge a questa storia stratificata, utilizzando lo shweshwe sia come richiamo personale sia come portatore di memoria collettiva.

Sebbene le sue opere siano formalmente contenute e astratte, esse sono intrise di narrazioni legate al lavoro, alle storie coloniali, all’eredità familiare e all’esperienza condivisa. L’atto della ripetizione diventa meditativo, portando in primo piano il tempo, la cura e la dimensione corporea del fare. Fragilità e struttura coesistono, dando vita a superfici che oscillano tra disciplina e permeabilità.

Esposto per la prima volta, un nuovo corpus di sculture in legno riecheggia le composizioni tessili sospese. Sulle loro superfici sono incisi motivi derivati da disegni realizzati nel 2020, inizialmente concepiti come schizzi per le sue sculture Consequences, realizzate con ritagli di cartone a strisce. Le sculture sono pensate come lapidi: segni che indicano il luogo di sepoltura di una persona cara, suggerendo al contempo presenza e passaggio.

Tradizionalmente, le lapidi in granito o marmo, incise con nomi, date e simboli, funzionano come memoriali e luoghi di ricordo. Kavula astrae queste forme, trasformandole in un canale spirituale piuttosto che in un segno funerario letterale.