Due mesi prima dell’apertura della mostra in galleria, incontro Lucia Leuci a Milano, nella sua casa-studio, e mi immergo nel suo mondo, in cui vita e arte si compenetrano.
In ogni ambiente sono visibili opere realizzate dall’artista, appese o appoggiate, mentre i materiali di lavoro sono ordinati su scaffali e in scatole, che vengono aperte per me e il cui contenuto — disegni, sculture, bozzetti — viene disposto tutt’intorno, a terra e sul divano color rosa cipria. Ho la fortuna di entrare nei pensieri e nelle ispirazioni del processo creativo e di cominciare a vedere alcune delle opere che verranno ulteriormente lavorate fino alla consegna a Roma.
Il fare artistico di Lucia Leuci si dipana in una continuità di spazi e in una concatenazione di tempi, sia reali sia immaginari. Il tavolo su cui prendiamo il tè è lo stesso su cui, a un’estremità, è posata un’opera in esecuzione.
Dei morsetti neri tengono insieme uno dei lavori per la mostra (Suffumigi): la parte metallica è stata completata, mentre quella delle resine è ancora in pieno sviluppo. Leuci mi confida che spesso distrugge le porzioni in resina per rifarle, finché non è soddisfatta del risultato e convinta dell’equilibrio che si crea tra trasparenze e colore. Dal cellulare mi mostra una foto inviata da un’amica che ritrae il busto di una figura coperta da un asciugamano calato sul volto, mentre sta effettuando inalazioni da una pentola. Un’immagine ordinaria diventa straordinaria nel trattamento dell’artista, che colpita dalla luce radente e i colori pastello della composizione – che le ricordano il velo azzurro della Madonna dipinta da Antonello da Messina – decide di riprodurla in quello che lei chiama tableau vivant, ispirato dalle vetrate colorate Liberty.
La incontro di mattina, ma è la notte la vera protagonista di questa mostra: la notte delle idee, delle ossessioni, dell’insonnia. Quando lo sguardo cerca l’ora (Le 3:17) sul display del telefono e la mente o il corpo, non permettono più di tornare a dormire.
Nei suoi disegni con acrilico nero (La dea crea il padre), Leuci dimostra una costanza, quasi surreale o perlomeno meccanica, nel riprodurre gli stessi soggetti: anse di brocche con fiori ma anche seni, cosce e natiche. Corpi di donne privi di testa, non solo come sottrazione dell’identità individuale, ma anche come archetipo universale del femminile: dalle Veneri primitive, in cui la fertilità è prorompente, fino alle creazioni scultoree, al tempo stesso tenaci e vulnerabili, di Louise Bourgeois.
Leuci è anche nota per realizzare sculture femminili con visi e mani perfette, capelli veri (parrucche realizzate a mano da artigiane esperte) e abiti cuciti con l’aiuto della madre e decorati con gusto e precisione con piccole perle, conchiglie, bottoni, materiali di risulta e molto altro.
Nelle opere di Leuci il femminile straripa, liberando le sue protagoniste dalle trite definizioni e dalle categorie asfissianti imposte dalla società. In esse si rispecchiano sia la bambina sognante, che prova a immaginare cosa sarebbe diventata da grande, sia la donna di mondo, determinata a vivere e a lottare se necessario, come per la Fornarina, protagonista della sua personale a Fermo nel 2025. Nella stessa mostra, c’era anche Germinali postliberty, dove due mani diafane in resina, calchi di una scultura ottocentesca, erano disposte in teche come reliquie pop. Il filo innescato da quei lavori prosegue nella mostra romana che state guardando.
Nelle composizioni di Leuci, i pennelli per il trucco diventano strumenti artistici per disegnare. Il make-up, gli ombretti e le ciprie, sono usati per definire Sciame la nuova serie di sculture in bronzo a cui l’artista vuole conferire un’attitudine “primitiva e aggressiva”, come lei mi rivela durante la nostra chiacchierata. Leuci ha dato proprio questa indicazione all’artigiano specializzato dove si stanno realizzando le fusioni in bronzo. Intanto, nelle campagne della Puglia, sua terra d’origine, ha raccolto rami di diversi arbusti (limoni, mandorli, ciliegi, ulivi, cedri) e rami di ailanto, specie alloctona invasiva, che ha spedito in fonderia per poi assemblarli come corpi stilizzati, che ora si ritrovano in galleria e che sembrano dare forma ai disegni a parete.
Le teste sono calchi in bronzo di modelli settecenteschi, che instaurano un collegamento con la figurazione classico-religiosa e che l’artista riporta mirabilmente al proprio linguaggio laico e straniante, in cui i volti di putti e angeli evocano presenze sospese e ambigue, bambini in potenza.
La mia personale associazione va allo stemma degli Sforza di Milano, con il biscione che sembra ingoiare un bambino, simile a quelle figure esanimi o ai pargoli che cadono a testa in giù in altre opere di Leuci, in una consapevole negazione della visione salvifica della maternità imperante.
Le perle, le conchiglie, i bottoni, il trucco e le ombrature di colore tra il viola e il rosa riconfigurano un mondo fantastico e onirico, a tratti infantile, a partire da piccoli tesori di merceria, poi incastonati come gioielli in composizioni equilibratissime.
Le opere di Leuci potrebbero essere ammesse a pieno titolo nella galassia delle Macchine celibi, espressione con cui, da Duchamp in arte e da Mary Shelley in letteratura, si indicano creazioni, tra il divertente e il lugubre, che simulano effetti “inutili e infecondi”, mandando così in cortocircuito il ciclo produttivo che prevede un’unica funzione finale.
Fortemente ispirata dai paesaggi milanesi del Novecento dipinti da Mario Sironi e Carlo Carrà, Leuci coglie l’elemento forse più universale dei paesaggi metropolitani contemporanei: i sacchetti con le deiezioni canine, che diventano le Bellezze sculture in vetro soffiato traslucido, attraverso cui si intravede l’escremento-scultura. Anche se non presenti in galleria, sono un esempio dell’equilibrio che Lucia Leuci riesce a calibrare tra forma e idea, ironia e sincerità, trasformando il mondo intorno con la sua visione artistica prodigiosa.
















