Benevento, una piccola città che si sta pian piano spopolando perché vive come tanti centri dell’entroterra campano un periodo di profonda crisi, conserva nel suo territorio tanti tesori. La città conserva due monumenti inseriti nella lista del patrimonio UNESCO, associazione che punta alla protezione e alla conservazione del patrimonio culturale e naturale nel mondo. Nel 2024 una delle strade più famose dell’antica Roma, la via Appia, è stata riconosciuta come bene da conservare e valorizzare. Questa strada collegava Roma con Brindisi passando per Benevento e rendendo la città una sosta importante per il tragitto da percorrere.

Benevento era già custode di un sito importante a livello internazionale e dal 2011 la chiesa e il chiostro della Chiesa di Santa Sofia sono stati inseriti nella lista UNESCO. Il complesso monumentale venne costruito per volere di Arechi II il quale lo volle accanto al suo palatium dedicando la chiesa alla Divina Sapienza. La sua fondazione è databile tra il 758 e il 768 d.C. e doveva celebrare la Sapienza di Dio e traeva ispirazione dalla chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli.

Come accadeva in quegli anni, Arechi volle arricchirla con reliquie, inizialmente vennero traslate lì le reliquie di trentuno martiri e successivamente anche quelle di San Mercurio, considerato il patrono dei Longobardi e al quale venne riconosciuto il ruolo di “tutore e difensore di quello stesso luogo della città”. San Mercurio era un soldato romano che apparteneva alla legione Armenia e durante il dominio degli imperatori Decio e Valeriano riuscì a raggiungere i massimi gradi militari. Ci sono diverse versioni sul suo martirio, una è quella che durante la persecuzione dei cristiani il Santo dichiarò la sua fede cristiana e venne decapitato dopo esser stato inviato in Cappadocia.

La presenza di tanti martiri dava maggior prestigio alla chiesa ma anche alla città. Durante il regno di Arechi II Benevento raggiunse il suo massimo splendore e il monastero di Santa Sofia doveva diventare tempio nazionale e sacrario della stirpe beneventana. Le reliquie di San Mercurio vennero posizionate nell’abside e le reliquie dei diversi martiri furono disposte attorno all’altare maggiore per rendere il monastero un luogo sacro per il popolo longobardo.

La guida del monastero femminile venne affidata alla sorella di Arechi II, Gariperga, che ne divenne la prima badessa. Durante il periodo longobardo la chiesa aveva un originale impianto a stella che circondava il nucleo interno costituito da uno spazio concentrico esagonale delimitato da colonne di spoglio e da uno intermedio con otto lati definito da altrettanti pilastri. Questo creava dei corridoi concentrici che permettevano il passaggio dei fedeli e facilitavano la visita delle diverse reliquie conservate all’interno della chiesa. Lo spazio interno era dinamico e probabilmente completamente affrescato.

image host Chiostro del monastero di Santa Sofia, Benevento, Italia.

Sono presenti testimonianze di affreschi nell’abside: sul lato sinistro le Storie di San Giovanni Battista e su quello destro le Storie della Vergine. Il primo presenta l’Annuncio a Zaccaria e il Silenzio di Zaccaria con la raffigurazione del Santo che annuncia ai fedeli la perdita della parola. Nel secondo affresco, quello a destra, si vede l’Annunciazione caratterizzata da un forte realismo e dinamicità. Entrambi gli affreschi sono influenzati dall’arte siro-palestinese e mostrano attenzione ai volti e alle mani e sono quasi l’unica testimonianza della pittura beneventana.

La chiesa presenta al suo centro sei colonne in granito che richiamano l’antico Egitto, alcune fonti sostengono che queste colonne provengono dal tempio di Iside di cui oggi non c’è più traccia. Il granito è un materiale associato alle cave egizie e per questo viene associato al culto della “Signora di Benevento” che i cittadini veneravano.

La chiesa ha subito diverse modifiche ma non tutto è sopravvissuto, al XII secolo risale la lunetta posta sul portale d’ingresso che mostra Cristo su un trono e al suo fianco la Vergine e San Mercurio Martire. Nella lunetta c’è un quarto personaggio che può essere identificato con l’abate Giovanni IV che volle adattare la chiesa alla liturgia benedettina che prevedeva il mantenimento della liturgia tradizionale e una celebrazione eucaristica esterna. La figura inginocchiata è ancora oggi oggetto di dibattito perché potrebbe trattarsi sia dell’abate sia anche di Arechi II ai piedi della “Divina Sapienza”. Oltre alla lunetta durante il XII secolo venne aggiunto un pronao quadrangolare sorretto da colonne che crollò durante il terremoto del 1688.

Tutta l’Italia meridionale venne colpita dal grave terremoto del 5 giugno 1688 che provocò gravi danni anche alla chiesa di Santa Sofia, la quale dopo alcuni anni subì una ricostruzione che riprese le forme barocche del tempo. Dopo il sisma i danni erano ingenti, era crollata la cupola centrale, che originariamente presentava degli spicchi ed era più bassa di quella che oggi vediamo, e assieme ad essa anche il campanile romanico che distrusse completamente il pronao. L’unica cosa che rimase intatta fu la cappella delle Reliquie che si trovava sulla destra della chiesa.

La ricostruzione fece sparire la forma a stella della pianta e venne trasformata in una pianta circolare. La ricostruzione, voluta da Papa Orsini, voleva far diventare simmetrica la pianta della chiesa eliminando le irregolarità delle mura perimetrali. Le absidi vennero chiuse e tamponate e gli affreschi interni alla chiesa vennero completamente eliminati con stucchi che li coprivano; sia le absidi che gli affreschi vennero riportati alla luce con il restauro del XX secolo.

Anche la facciata venne ricostruita e modificata con forme barocche ancora oggi riconoscibili nonostante i restauri del Novecento. Durante i restauri "filologici" degli anni Cinquanta, diretti da Antonino Rusconi, è stata mantenuta la lunetta sopra il portale anche se la facciata è stata arretrata rispetto a quella barocca. L’operazione di spostamento voleva ritrovare la sua posizione originaria della facciata.

Il restauro voleva porre rimedio ai danni subiti durante la Seconda Guerra Mondiale e venne intrapreso el Sovrintendente ai Monumenti di Napoli, Giorgio Rosi, che effettuò dei saggi a destra del presbiterio e si imbatté in un’abside coperto di affreschi seicenteschi. Supponendo che tali affreschi potessero nascondere qualcosa di più antico, diede disposizione di rimuovere gli stucchi portando alla luce il ciclo pittorico medievale. Altri frammenti furono rinvenuti su un pilastro, ai piedi della struttura centrale e su uno degli spigoli delle pareti a stella.

I danni subiti dalla chiesa durante i bombardamenti fecero sì che si ricorresse ad un restauro che ha svelato e riportato la chiesa alla struttura originale nascosta sotto le forme del restauro barocco. Tra il 1951 e il 1957 venne affidata la direzione del restauro all’architetto Antonio Rusconi che intraprese un approccio che avrebbe consentito di conservare la chiesa rispettando la sua reale storia e la materia di cui è costituita.

Santa Sofia venne riportata alla pianta a stella data da Arechi II individuando le pareti, grazie a delle ricerche archeologiche e ricostruendo le pareti seguendo le fondazioni. Le cappelle barocche, aggiunte alla chiesa nel Settecento, vennero rimosse e con esse anche gli stucchi che coprivano la tessitura muraria originale costruita in opus mixtum cioè che combinava diverse tipologie di rivestimento murario alternato con fasce orizzontali di mattoni.

Durante gli scavi interni vennero ritrovate delle tombe e delle basi di colonne. La chiesa mostrava nuovamente la forma unica voluta da Arechi II e venne restituita ai beneventani nel 1960. L’inclusione del complesso nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco conferma lo straordinario valore universale di questa testimonianza culturale in cui sono state capaci di fondersi le tradizioni locali, i modelli bizantini ma anche le innovazioni architettoniche creando un’opera senza precedenti.

image host Una serie di colonne del chiostro del monastero di Santa Sofia, al centro la colonna ofitica. Benevento, Italia.

Bibiografia

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