In qualità di psicologa, psicoterapeuta e dottore in progettazione dell’architettura, utilizzo un approccio non convenzionale, con obiettivi strategici ed una visione ad ampio spettro. Secondo la mia impostazione, la casa e gli spazi abitativi e sociali devono rispondere alle caratteristiche psicologiche e ai bisogni profondi delle persone, non soltanto a criteri estetici, funzionali o medici.
Il mio attuale campo di indagine è quello del rapporto tra il cervello e lo spazio abitativo, con particolare attenzione all’uso del colore a fini psicologici ed emotivi. In un certo senso possiamo dire che noi abitiamo lo spazio, ma che al contempo anche lo spazio ci abita, in un sistema di interrelazioni continue tra il nostro organismo e l’ambiente, sia quello naturale che quello costruito.
Vorrei pertanto parlare di un argomento che oggi si presenta sulla scena e che nel prossimo futuro ricoprirà senza dubbio un ruolo centrale nel campo sia del benessere e della salute, sia dell’architettura. Mi riferisco a quella disciplina che viene definita “neuroarchitettura”.
Si può definire la neuroarchitettura come una disciplina il cui obiettivo è quello di generare benessere, positività e felicità nelle persone, riducendo i fattori di stress e migliorando la qualità della vita. È una disciplina relativamente nuova, ma potrei dire che nelle sue applicazioni pratiche e progettuali è decisamente innovativa.
Essa raggruppa e collega le neuroscienze e l’architettura, due ambiti che apparentemente sembrano distanti ma che in realtà sono fortemente interconnessi, poiché il nostro organismo e la nostra mente sono legati allo spazio e all’ambiente, sia quello costruito che quello naturale e spontaneo. Tutto è interconnesso, attraverso il nostro sistema neuronale e motorio, attraverso le percezioni, le sensazioni e le previsioni di movimento nello spazio.
Chi può negare infatti che ci siano dei luoghi che ci fanno stare bene? Ecco, la neuroscienza studia proprio questo fenomeno, fornendo indicazioni per generare benessere nelle persone.
L'architettura modifica attivamente il cervello e il comportamento di chi la abita. Detta così, potrebbe sembrare un qualcosa di magico, invece il collegamento è spiegato proprio dallo studio dei processi neuronali in relazione agli stimoli sensoriali e percettivi che ci arrivano dall’esterno: gli angoli marcati, le forme curve, l’illuminazione intensa o bassa, i colori e le frequenze, le tonalità, l’orientamento spaziale, la presenza o l’assenza di aperture, la posizione stessa delle finestre… e potrei continuare per ore ad elencare tutti quegli elementi che, in un progetto, in un ambiente chiuso o in uno spazio esterno entrano in gioco nel generare sintonia, o stress, o calma, o concentrazione dentro di noi.
Negli ospedali, ad esempio, si può ridurre lo stress dei pazienti con l’uso della luce naturale e con percorsi intuitivi. L'uso della luce naturale, le viste sul verde ed i colori caldi riducono i livelli di cortisolo nei pazienti e il burnout del personale sanitario. I pazienti con Alzheimer traggono beneficio dai percorsi intuitivi che facilitano l’orientamento spaziotemporale.
Negli asili si può favorire lo sviluppo cognitivo, la condivisione e la calma attraverso la scelta opportuna dei colori. Nelle abitazioni si può generare un senso di tranquillità, un distacco dal mondo esterno, si può favorire il riposo o la creatività scegliendo materiali naturali, arredi con forme arrotondate, un uso strategico dell’illuminazione.
Come si vede, le applicazioni possono essere tantissime, su terreni ancora in molta parte inesplorati e soprattutto non utilizzati.
Io mi sto interessando, in questo momento, soprattutto agli effetti del colore sulla nostra mente e sulle nostre emozioni, all’uso strategico (e anche non eccessivamente dispendioso a livello familiare e condominiale) del colore per una ristrutturazione degli spazi abitativi, sia privati/personali che comuni/condivisi. Il colore ha in sé infinite possibilità, per valorizzare, focalizzare o al contrario deviare l’attenzione, indurre effetti di introspezione o di condivisione, abbassare lo stress.
Il disagio provocato dallo stress prolungato è infatti il male del nostro tempo, penso quindi che le neuroarchitetture, il colore in particolare, siano un ottimo strumento indicato in molteplici situazioni, persone e per tutte le fasce di età.
Oltre alla riduzione degli effetti dello stress, di cui ho detto, le neuroarchitetture agiscono sulle prestazioni cognitive, sui processi di memoria, sulla regolazione dei ritmi circadiani, sul miglioramento del sonno, sulla riduzione dei tempi di guarigione e di ripresa post-ricovero, sull’impressione di padronanza dello spazio, sui processi di orientamento, sui processi creativi, sul senso di sicurezza.
L’architettura può essere, anzi è, un regolatore emozionale, con il quale noi entriamo in risonanza: tutto questo è studiato dalle neuroscienze, dalle ricerche che utilizzano l’immaginazione, i processi visivi, la visione binoculare, la relazione tra gli stimoli sensoriali e la corteccia cerebrale, il sistema somatosensoriale, la percezione dello spazio visuo-tattile.
E negli spazi urbani tutto questo può avere campi di applicazione estremamente importanti: se dopo un’ora di camminata nella natura cambia radicalmente l’attività dell’amigdala, che gestisce e regola le emozioni che proviamo, la paura e il pericolo, l’ansia, l’aggressività e le risposte sociali, pensiamo a quante cose si potrebbero fare in campo urbanistico per migliorare la società tutta!















