L’architettura è stata, per gran parte della storia, un atto di pianificazione, disegno e controllo. Planimetrie, cataloghi, manuali tecnici: così si è intesa la figura dell’architetto. Ma la mia esperienza mi ha insegnato che l’architettura può anche emergere dal bisogno di abitare, dall’esperienza accumulata, dai saperi trasmessi attraverso memoria e pratica, e dal rapporto stretto con il clima e il territorio.
L’ho osservato nelle palafitte dell’arcipelago di Chiloé, nel deserto di Atacama, nei borghi medievali della Sabina. Lì ho compreso che l’architettura può esistere prima (e talvolta al di fuori) degli architetti: è nella materia, nei gesti e nell’intelligenza collettiva di chi abita.
So che questi non sono gli unici luoghi in cui l’architettura si sviluppa in maniera organica. Penso a certi territori dell’Africa, che non conosco personalmente, dove le comunità costruiscono con i materiali che hanno “a portata di mano”, seguendo regole locali che garantiscono ombra, ventilazione, resistenza e abitabilità. Non parlo dall’esperienza diretta, ma dalla certezza che queste realtà esistono e pongono domande inevitabili per l’architettura contemporanea.
Sono territori che mi ricordano l’importanza dei punti di incontro tra saperi: spazi in cui esperienze diverse, anche distanti, possono dialogare e insegnarci qualcosa.
In queste architetture, il ruolo dell’architetto smette di essere quello di imporre forme o soluzioni esterne. Il suo senso si sposta verso un altro territorio: rendere visibile e comprensibile un sapere che già esiste, che non è scritto né formalmente riconosciuto. Anche nei territori più poveri, gli abitanti conoscono l’orientamento del sole, il comportamento della terra, la protezione offerta da un cornicione, il flusso del vento. Questa conoscenza, trasmessa attraverso pratica e memoria, è architettura nel suo stato essenziale. Non deve essere sostituita: deve essere ascoltata, compresa e valorizzata.
Qui emerge qualcosa che distingue l’architettura dal semplice costruire: la sua “volontà di essere”. Non si tratta solo di erigere rifugi funzionali, ma di creare spazi in cui la vita possa riconoscersi e proiettarsi. Questa volontà può essere silenziosa, modesta eppure trasformativa. Appare nelle decisioni che cercano qualcosa di più della semplice sopravvivenza: una soglia che ordina lo spazio, un’ombra che invita all’incontro, un’orientazione che apre l’abitazione al paesaggio. Anche nella scarsità, l’architettura può essere atto creativo.
Lavorare in questo modo implica micro-decisioni critiche: uno zoccolo che separa il muro di terra dall’umidità, una pendenza della copertura adeguata perché la pioggia non dissolva il fango, ventilazioni che evacuano il fumo, legature che resistono alle tempeste. Sono variazioni minime che non interrompono la logica locale, ma riducono rischi significativi. E queste decisioni non possono essere concepite isolatamente: richiedono conversazioni, confronti, affinamenti collettivi. L’architettura emerge dall’azione congiunta, dall’osservazione e dalla sperimentazione, non solo da un progetto predefinito.
A questo punto mi permetto di appoggiarmi a un sapere che non mi compete: la fisica dei sistemi complessi. Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica, studia come emergano schemi nascosti in sistemi con molti elementi, comportamenti collettivi che non si spiegano osservando solo le parti. Il suo libro Le simmetrie nascoste riflette su come regole locali semplici generino fenomeni globali, su come strutture ordinate emergano dall’interazione e dal disordine. Non è architettura, e non pretendo che lo sia. Ma trovo un punto di incontro: ciò che descrive nel piano fisico ha un’eco nella pratica architettonica che osservo.
L’architettura senza piani né cataloghi, quella che emerge dal “quasi nulla”, è un sistema complesso: ogni gesto locale influenza il tutto, ogni micro-decisione incide sulla forma e sull’esperienza dell’abitare. L’analogia non cerca autorità. La mia esperienza non si trasferisce alla fisica né all’intelligenza artificiale. Permette solo di vedere l’architettura sotto un’altra luce: come fenomeno emergente, dove l’ordine non dipende da un progettista unico, ma da interazioni minime, apprendimenti locali e dalla capacità di ascoltare e adattare. In questo, l’architetto è mediatore, traduttore e facilitatore. Il suo contributo non è imporre, ma rendere visibile, pensabile e trasmissibile un sapere già esistente.
Da questa prospettiva, l’architettura smette di definirsi solo per solidità, permanenza o autorità, criteri che per secoli sono stati riassunti nella trilogia vitruviana di firmitas, utilitas e venustas, e inizia a misurarsi con la capacità di ampliare l’autonomia della comunità, di permettere ai suoi abitanti di comprendere, decidere e sostenere il proprio spazio con dignità e sicurezza. La solidità smette di essere solo un muro massiccio e diventa capacità di perdurare nella fragilità; l’utilità non è più solo funzione, ma adattabilità al contesto; la bellezza non dipende più da proporzioni idealizzate, ma emerge dall’armonia con la vita quotidiana e il territorio.
Gesti minimi, conseguenze enormi. Un muro meglio protetto dalla pioggia, un pavimento asciutto, un’ombra ben posizionata. Ogni decisione, per umile che sia, è un atto creativo, testimonianza di volontà di essere. L’architettura, anche nei territori dove “quasi non c’è nulla”, non scompare: diventa essenziale.
Lavorare dal “quasi nulla” non significa fare meno architettura. Significa tornare al suo nucleo: accompagnare le comunità nel compito sempre incompiuto di sostenere il proprio abitare con ciò che c’è e, al contempo, riflettere su come il nostro sguardo, e la nostra comprensione della disciplina, possa arricchirsi appoggiandosi umilmente ad altri saperi, esplorando punti di incontro che illuminano, anche se non sono nostri.















