Nel panorama dell'arte contemporanea, poche figure sono così polarizzanti come Jack Vettriano. Dipinti come The singing butler, diventato un'emblema popolare grazie a milioni di poster, sono immediatamente riconoscibili. Eppure, per ogni ammiratore che ne celebra il talento narrativo e l'atmosfera magneticamente malinconica, c'è un critico d'arte che lo liquida come un pittore kitsch e commerciale. Chi è dunque veramente Jack Vettriano? Un genio incompreso o un abile imprenditore di se stesso?

Per chi non lo conoscesse, a Roma, si presenta l’occasione di visitare una bellissima esposizione delle sue opere fino al 5 luglio (a Trastevere, via S.Egidio 6). La mostra, curata da Francesca Bogliolo, organizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci di Pallavicini s.r.l., in collaborazione con Jack Vettriano Publishing, propone oltre sue 80 opere: olii su tela, carta museale a tiratura unica e un ciclo di fotografie scattate nello studio dell’artista da Francesco Guidicini, ritrattista ufficiale del Sunday times. Interessante anche un video di Vettriano in cui parla di sé e della sua evoluzione stilistica.

Ammirare le sue opere è un’emozione, e una sorpresa per chi non le conoscesse, se non in cartolina. Colpisce la dimensione cromatica e la scelta e la posizione dei soggetti. Lo stile di Vettriano è un amalgama unico di influenze. Si scorgono echi del film noir americano, della pittura di Edward Hopper per le atmosfere sospese e silenziose, per una certa eleganza formale, e persino dell'impressionismo per la resa della luce. Ma il risultato è inconfondibilmente "Vettriano".

Le sue tele sono spesso piccole rappresentazioni teatrali cariche di narrazione. I personaggi sono colti in un momento di sospensione narrativa: uno sguardo di sfuggita, una conversazione interrotta, un attimo prima di un bacio o dopo un litigio. Questo crea un’intimità con l'osservatore, che è spinto a immaginare la storia che precede e segue quell'attimo fissato sulla tela o sulla foto dipinta. C'è un'aura di malinconia, di desiderio inappagato, di lusso un po' decadente e di solitudine anche nelle scene affollate. I suoi uomini in smoking non sono mai veri aristocratici; sembrano invece attori che recitano una parte, avventurieri o gigolò. Le sue donne sono sensuali, misteriose, spesso in posizione di potere o di sfida rispetto alle figure maschili.

I suoi colori, spesso terrosi e dominati da tonalità di seppia, ocra dove spicca unmerabiglioso rosso, contribuiscono a creare quell'atmosfera da altri tempi, una memoria romanzata degli anni '40 e '50 che non è mai realmente esistita, ma che tutti crediamo di riconoscere. La sua forza sta nella sua abilità di narratore universale. Le sue tele parlano un linguaggio immediato: quello del desiderio, della solitudine, della nostalgia, del gioco di seduzione. Raccontano storie in cui tutti fantasticare. Il suo è un mondo di elegante finzione in cui è piacevole perdersi, un rifugio dalla banalità del quotidiano.

In un'epoca in cui l'arte contemporanea può essere ostica, concettuale e difficile da decifrare, Vettriano offre un accesso immediato e un piacere senza complicazioni. Non richiede un dizionario critico per essere apprezzato. Questo lo ha reso un eroe popolare, l'uomo uscito dalle miniere che ha sfidato il sistema e ha vinto, vendendo i suoi sogni dipinti direttamente al pubblico, bypassando i gatekeeper, i guardiani dell’ortodossia tradizionale.

È qui che nasce il paradosso Vettriano. Mentre il pubblico lo adora, rendendo The singing butler l'immagine più venduta nel Regno Unito come poster (nonostante il suo originale sia stato venduto all'asta per £744,800 nel 2004), il sedicente establishment artistico lo ha sempre snobbato.

La sua biografia contribuisce notevolmente al suo mito. Nato Jack Hoggan nel 1951 a Methil, un villaggio minerario nella regione scozzese di Fife, la sua vita sembra uscita da una sceneggiatura hollywoodiana. A sedici anni abbandonò la scuola per lavorare come apprendista ingegnore nelle miniere di carbone, un futuro già scritto. L'arte entrò, invece, nella sua vita quasi per caso: per il suo ventunesimo compleanno, una ragazza gli regalò una scatola di acquerelli. Fu una rivelazione. Autodidatta, cominciò a copiare i grandi maestri nei musei e a sviluppare il suo stile unico, cambiando nel frattempo il suo cognome in Vettriano, un omaggio alla mamma di origine italiana.

Nel 1988, mosso da un'incrollabile fiducia in se stesso, inviò due quadri alla mostra annuale della Royal Scottish Academy. Entrambi furono non solo accettati, ma venduti il primo giorno. L'anno successivo, presentò altri dipinti e il suo successo si ripeté. Nel 1991, il grande salto: si trasferì a Londra e osò presentare le sue opere alla prestigiosa Summer Exhibition della Royal Academy. Anche qui, tutto fu venduto.

Le accuse principali dei critici, figli della stantia classista aristocrazia parruccata britannica, sono due: essere un semplice illustratore e un copista. La sua tecnica, sebbene efficace, è spesso considerata accademica e priva della sperimentazione che caratterizza l'arte "alta" del XX e XXI secolo. I suoi detrattori sostengono che i suoi dipinti siano troppo letterali, troppo focalizzati sul racconto aneddotico, privi di quel substrato concettuale che l'arte contemporanea richiede. Inoltre, il suo enorme successo commerciale è visto con sospetto, come se la popularità fosse di per sé una prova della sua poca profondità. A costoro non è bastata la storica sentenza del “caso Brancusi” del 1926. Quando Brancusi volle sporre le sue opere a New York la dogana non le considerò opere d’arte e gli fece pagare la tassa doganale: solo storica una successiva sentenza definì concetto di arte anche per quella contemporanea.