Diversi anni fa si era appena inaugurato il The Box nel Lower East Side di New York. I camerini degli artisti, performer travestiti pronti a salire sul palco, erano aperti. Nessuna gerarchia, nessuna distanza costruita, corpi in trasformazione, ironia, felicità condivisa, negli sguardi il sentirsi a casa. Non solo spettacolo, più un patto tacito: qui puoi essere. “Club culture was never only about music. It was about the possibility of another life”. 1

Se la club culture ha costruito spazi temporanei di libertà dentro contesti spesso ostili, dalla crisi dell’AIDS agli attuali ritorni conservatori, cosa significa davvero il dancefloor? Per chi l’ha provato, non è semplicemente la pista da ballo, ma un campo politico e affettivo. La pista ha la capacità di essere uno spazio costruito da corpi che si espongono senza troppe censure, gli sguardi si riconoscono senza volontà di possedere; è un luogo di movimento libero ma anche di relazione profonda. Paradossalmente però, è un cerchio di solitudine fertile; c’è quel momento in cui, pur immersi nella collettività, si rimane radicalmente con sé stessi.

I lavori di Adelisa Selimbašić hanno lo stesso potere, sono asciutti, essenziali, inaspettatamente severi e guardano esclusivamente al corpo umano. In occasione di questa nuova produzione non si percepisce una scenografia, eppure i dipinti evocano delle possibilità. Nella storia queer, il nightclub è stato rifugio e infrastruttura sociale; dai ballroom afroamericani alle notti radicali del Paradise Garage, fino ai club europei post-muro come il Berghain, il dancefloor è stato un laboratorio di identità e di resistenza. Un luogo dove il corpo, soprattutto quello femminile, queer, non conforme, ha potuto sottrarsi allo sguardo normativo per reinventarsi.

Questa storia non si racconta, la si assorbe. Nelle sue composizioni per The dancefloor, Selimbašić si concentra quasi esclusivamente sulle gambe, colonne carnali, segmenti plastici attraversati da una tensione evidente, le pose non sono rilassate, c’è sempre un’energia trattenuta e un gesto sul punto di accadere. Le ginocchia flettono, i muscoli si comprimono sotto i collant, le linee diventano scultoree. È il corpo come struttura instabile, come architettura momentanea di una comunità notturna, impossibile non citare Virginia Slims, dittico monumentale di gambe tornite, nei quali il fumo delle iconiche sottili sigarette è facilmente percepibile.

I collant sono una pelle politica, storicamente associati alla costruzione della femminilità, alla seduzione ma anche alla performance di genere, qui diventano gesto di trasformazione. Tendendosi sulla carne, generano paesaggi sempre di diversa intensità; trasparenze, vibrazioni, campi di minima variazione cromatica che dialogano con i fondi quasi monocromatici. I fondi sono essenziali, ridotti a campiture che trattengono il suono per restituire silenzio, descrivono uno spazio e lo rendono possibile, ed ecco il dancefloor, un luogo autonomo, temporaneo e fragile.

I titoli delle opere non sono casuali, appartengono al suo mondo personale, ai suoi “guilty pleasure”, Sponge cake viola con glassa specchio, Coulis di lampone, Meringa, Mousse al matcha verde brillante, sono solo alcuni elementi della sua personale pasticceria, ma il senso di carnalità con allusioni più descrittive non mancano, Ghiaccio bollente riporta l’immaginario delle gambe ad un’accezione più sensuale anche se non esplicitamente erotica. In questo ciclo pittorico il colore assume un ruolo decisivo, i collant agiscono come un filtro che trasforma la pelle e la sottrae alla sua identità originaria, il corpo non è più definito dal colore naturale ma da una nuova superficie cromatica che lo ricodifica. Le gambe diventano così una scala di intensità, una sequenza di tonalità che attraversa rossi, viola, verdi, grigi profondi fino ad arrivare a cromie più chiare e quasi pacificate. Il colore crea paesaggi inattesi e prospettive emotive, come se ogni corpo fosse attraversato da una propria atmosfera luminosa. Allo stesso tempo uniforma e azzera differenze di pelle e di genere, sotto il velo dei collant ogni corpo entra nello stesso campo visivo. In contrasto con queste presenze cromatiche intense, i fondi rimangono neutri, superfici sospese che non competono con il corpo ma lo accolgono, lasciando che siano le gambe a costruire lo spazio e a generare il ritmo visivo della composizione.

Tra la tensione plastica delle gambe e il rarefatto dello sfondo si crea una dialettica precisa, individuo e collettività, esposizione e protezione, è soprattutto un momento intimo in mezzo alla folla. Nei soggetti dei dipinti questa ambivalenza è centrale, il corpo è offerto allo sguardo ma resta frammentato, non si concede del tutto, è libero ma di una libertà che nasce dalla consapevolezza della vulnerabilità, e la tensione tra esposizione e protezione è, con tutta probabilità, il fulcro della produzione artistica.

(Testo di Michele Spinelli)

Note

1 Citazione attribuita a Mark Fisher, filosofo e teorico della cultura britannico, noto per i suoi studi sulla cultura pop, la musica elettronica e il capitalismo contemporaneo (autore, tra gli altri, di Capitalist realism). La frase circola spesso nelle discussioni sulla cultura dei club e sull’eredità politica e sociale della musica elettronica.