Le tre parole che danno titolo a questa mostra, affiancate a mo’ di elenco senza ordine di rilevanza, hanno fatto capolino con una certa frequenza nelle conversazioni che Luca Parise ed io abbiamo portato avanti sin dal nostro primo, e tutto sommato casuale, incontro di circa un anno fa tra la Versilia e le Alpi Apuane. Il ripetersi di queste tre parole non le trasforma in concetti chiave utili a inquadrare una pratica in sé o, come se servisse a qualcosa, in linee guida per poi spiegare quel che l’artista fa: credo piuttosto in un loro sincero e significativo valore d’innesco per il rapporto tra le singole opere e chi le guarda, e per l’abbozzo di un’idea di narrazione a cui la mostra tende senza conferme né smentite. Superficie, Amici, Fantasia anche in questo breve testo ricorreranno come parole auspicabilmente capaci di attivare immaginari e offrire punti di vista, ma non di articolare un vero e proprio discorso. Quello che potrebbe sembrare un problema – una pratica ondivaga e forse asistematica – costituisce invece l’elemento più interessante dei lavori di Parise. Che sia attraverso un approccio installativo o, in questo caso, più pienamente scultoreo, l’artista si muove assecondando una sorta di felice improvvisazione che si traduce nell’opera come somma di scelte materiali, formali e compositive perlopiù estranee a un canovaccio predefinito che solo in un secondo momento, e solo ai nostri occhi, pare trapelare.

Così si compone la mostra stessa: un gruppo di sculture e uno di disegni in evidente relazione tra loro, tale da lasciarci pensare all’intenzione di suggerire un racconto che li coinvolga – le figure umanoidi svettano nello spazio, con nomi propri e rispettivo genere, in un gruppo di personaggi in dialogo – ma al tempo stesso manca di fornircene le coordinate. Sta a noi, se lo riteniamo necessario, immaginare ragioni e significati di questa strana assemblea scultorea i cui membri fanno in realtà storia a sé; ciascuno con peculiarità e dettagli che, più che elementi di un’ipotetica narrazione, sono assai concretamente il risultato di un esercizio compositivo portato avanti dall’artista per prove ed errori. In queste variazioni sul tema della figura umana i disegni hanno un ruolo non accessorio o preparatorio, ma complementare alle sculture, nel senso di una biforcazione parallela di quell’attitudine all’improvvisazione felice che connota l’attuale pratica di Parise. Tra numerosi e talvolta molto differenti disegni c’è una piccola serie in cui la figura, sempre sola, viene alla luce quasi per un singolo tratto, come un appunto lineare che con delicatezza suggerisce i caratteri essenziali di un corpo, con una netta predilezione alla cura delle fisionomie di piccoli volti. Il nome di questa fragile sintesi figurativa, nelle sue variazioni, è Nefelibata – letteralmente “camminatore di nuvole” – termine poetico di origine portoghese e derivazione greca che indica una persona sognatrice o in generale fuori dagli schemi.

A ben pensarci, “camminare tra le nuvole” è una formula curiosa; ovviamente il suo significato non si discosta dal più comune “avere la testa tra le nuvole”, ma trovo che l’allusione a un certo movimento – per eccellenza attività di superficie – generi un ossimoro in grado di portarci con leggerezza al cuore della questione. L’attitudine di Parise, tanto basta per rendere conto delle opere che vediamo, è frutto di un equilibrio tra l’esigenza di trovare un ancoraggio alle cose del mondo e il desiderio di reimmaginarle, tra superficie e fantasia. Del resto, è vero che qualunque pratica artistica non può che collocarsi tra questi due poli, specie in una generazione come la nostra, e altrettanto vera è la difficoltà nel trovare il suddetto equilibrio. Fantasia che non si traduca in escapismo e derealizzazione, aderenza al mondo senza ridurlo a normativi didascalismi.

In ogni caso, delle cose all’artista interessa ciò che è letteralmente superficiale, commonplace per dirla con Arthur Danto, cioè banale, triviale e certo poco profondo nell’ottica di una ricerca tematicamente e intellettualmente “engaged”. Se anni fa realizzava bizzarre installazioni dalla duplice natura (uno spazio espositivo in forma di sauna, una “macchina da disegno” semi automatica) e ora ci troviamo davanti a lavori che ricordano tanto manichini quanto props teatrali, e pur si presentano come sculture autonome, è perché per Parise la dimensione della fantasia agisce direttamente su quella della piatta e dimessa superficie, attivandola per produrre immagini inattese e in qualche modo persuasive.

La fantasia ricombina la superficie, la riordina. In questo senso, a posteriori, possiamo pensare alle sculture in mostra come a un ipotetico gruppo di amici: nate come singoli esperimenti di composizione della figura, le ho viste per la prima volta raggruppate per mere ragioni di spazio nella camera da letto dell’artista. Diceva però anche di volerle tutte assieme con sé, come se dovesse validarne al suo sguardo la reciproca esistenza. Nate sole, diventano non serie ma gruppo, poiché condividono non solo caratteri formali ma soprattutto una strana consistenza emotiva, un senso di humor perturbante. Manuela, buffa e lugubre gigantessa con scarpette da signora e manine rosse modellate con la cera che ricopre i formaggini Babybel; Cacciatore celeste (Parise ama i libri di Roberto Calasso) con un sorriso sornione, sgargiante maglia da motocross e minaccioso, quanto poco convincente, coltellaccio fa coppia con Marco, che brandisce invece un fiore e lo stringe come se fosse l’ultima cosa che gli resta, con il volto – assurdo a dirsi – disteso in un lamento. Chiude il gruppo Charlotte, corrucciata umanoide che pare uscita da un videogioco cyberpunk, con la sua mazza da baseball – questa sì, minacciosa – su cui è incollato un grosso sticker con il nome di Mark Fisher, quasi fosse pronta a prenderci tutti a colpi di theory.

Di questa mostra rimane da interrogare, infine, l’attenzione ai volti. Comune denominatore di disegni e sculture, sono l’elemento da cui la pratica di Parise – nella modellazione della materia e nel tratto grafico – sembra prendere le mosse; oppure può essere vero il contrario e immaginarlo come punto di arrivo di tutto un processo compositivo. Mi torna in mente un famoso testo di Antonin Artaud sull’inesauribile e tragica multiformità del volto che «non ha ancora trovato la propria faccia […] non ha mai corrisposto al proprio corpo, ma è stato sin dall’inizio qualcosa di diverso». Non riesco a non pensare che, nel gioco di assemblaggi e giustapposizioni, i volti delle sculture dell’artista non potranno che essere provvisori, delle maschere il cui nome non è che un pretesto per intrappolare di volta in volta lo sguardo.

(Testo di Enrico Camprini)