Non avevo mai spezzato la punta a furia di correggere. Ecco uno schianto sul foglio, a sorpresa lascia una screziatura proprio intorno al punto d’abbozzo.
Sesta volta, sei minuti fa.
Settima: tempero, cancello e calco di nuovo, prima una linea cenerina, molto leggera, poi di nuovo un tratto più deciso, sembra quasi che ora la mia matita sappia dove andare. Io no, oggi proprio no. Otto minuti, tanti.
Su Ponte Vecchio mi tormenta uno sciame fastidioso, si incanala per arrivare un po’ sconnesso dall’una all’altra parte. Persone.
Al di sopra di me invece la luce è buona, il freddo secco non tormenta la mano libera e l’aria è nitida. Colgo le sfumature.
Decido però che oggi è di nessun ritratto.
Non basta quella spalla appesantita o quella bocca rassegnata, il viso stanco o cosa esprime quella ruga, c’è un occhio lucido che schiva gioia e anche amarezza.
Oggi Ponte Vecchio non mette toni nella sua cornice.
Nel foglio che ho arrotolato conservo invece il segno interrotto della grafite.
È l’accento di un’incrinatura.
Mi alzo da terra e carico il caos sulle mie spalle, uno zaino giallo.
«Goffredo! Ché tu le vai già via?»
La mia risposta è muta, un cenno con la mano dice a dopo.
Non so se è vero, non è facile muoversi nella verità con tutto quel caos addosso, forse a riportarmi in strada, ancora una volta, seduto a terra, a guardare dal basso verso l’alto la vita in prospettiva delle persone sarà quell’istante d’anima che spesso andiamo a perdere, mentre io, qui da terra, trovo un sacco di cose: sorrisi mancati, rinunce, consapevolezze, scivolano dalle tasche troppo piene di chi corre veloce, conta i suoi passi e trascura l’equilibrio.
Il mio passo no, non riesco mai a considerarlo nel senso della misura, ma dell’orientamento. Devo sempre tornare per ritrovare. Cerco perseveranza, nell’angolo giusto di una strada.
Per ora sono nel bel mezzo di un via vai, nell’andirivieni di uno sciame di persone, lo infilo seguito dalla mancanza di quest’oggi che non disegnerò.
Passo lungo il ponte ad archi di pietra ma ci ondeggio sopra per fronteggiare la fiumana che gli scorre addosso, arrivo dall’altra parte senza che nessun dettaglio mi convinca ad osare per un nuovo disegno.
Ho sempre in mente quell’incrinatura di grafite, arrotolata e chiusa nel caos dello zaino. L’incompiuto è un fare in sospeso che non mi lascia tranquillo, vinco solo nel tempo pieno del disegno dove la pace diventa punto fermo, sereno e consapevole. Infatti cerco una sosta.
Mi volto indietro, verso quel giorno che non disegnerò e mi accorgo che il Vecchio ponte non è più lo stesso ritratto di prima, di quando c’ero in mezzo, ora c’è come un piccolo varco, un punto sciolto che ha disperso lo sciame, è lì che voglio tornare.
Adesso lo zaino è di nuovo a terra, lo apro, ci sbircio dentro, più caos di prima, nel foglio arrotolato ci sarà ancora quell’incrinatura?
Non riesco a controllare e vengo come distratto, è una voce di donna.
«Sei… in… ritardo!»
Rispondo tra me e me che ebbene sì, so di esserlo, è che troppe volte capita di dar retta ad un tempo vano, forse solo perché non riesco a metterlo bene a fuoco, è un tempo attraente, che sa distrarre, è inzuppato di quel mondo che chiede sempre cose da fare, e non è di senso.
Un giorno andrò dentro la bottega d’orologiai, per imparare ad aggiustare il tempo.
«Posso aspettare ancora per poco, solo per poco. Poi lo sai che andrò via.»
Lo dice piano, ma un piccolo sospiro le serve comunque per continuare.
«Ascolta: ormai abbiamo perso. Non c’è altro, non può più esserci.»
Lei chiude la comunicazione e ricaccia il telefono nella borsa, il suo caos probabilmente è andato a finire nel fondo o nel profondo. Ha seppellito pure la voce che stava dall’altra parte della linea. Quest’ultima cosa ha in più il sapore di una quasi liberazione.
«E quindi?» mi chiede in maniera diretta.
Non è un tono scontroso, probabilmente l’esser scortese non le appartiene, quindi il mio tratto di grafite comincia a scivolare leggero, inizio dalla sua bocca, che è la sua parola.
E quindi? È quasi un chiedermi di continuare a dirle cosa avessi pensato io ascoltandola, proprio io che le sto quasi davanti, seduto a terra, con le gambe incrociate, una cartelletta d’appoggio per un foglio un po’ messo male e una matita lunga e nera in mano.
«No, è che in realtà sono parecchio in ritardo anche io, dovrebbe quindi avercela anche un po’ con me. Spero però di non aver perso nulla, io.»
«Io ho perso la felicità. Spero quindi per te di no.»
Sembra aver abbassato un po’ più la guardia. E io riesco a farmi coraggio.
«È una fesseria per me questa cosa di perder la felicità, se c’è una cosa che non vorrei mai perdere è la pace.»
E intanto vado giù con la matita, dalla linea del suo collo lungo e magro fino a quella di una scollatura che mi rimanda dritto al segno di quella screziatura di grafite, deve essere il punto di un battito senza pace, e non di un cuore infelice.
Mi sta guardando, è un po’ spaesata per questa diatriba tra il cercare di essere felici e stare in armonia con ogni cosa, per questo malinteso al quale probabilmente non aveva mai fatto caso.
C’era rimasta dentro senza saperlo.
Intanto, la mia matita risale la linea e cattura la riflessione del suo sguardo perso, ritorno sugli occhi dove il trucco c’è ma non si vede, effetto di bellezza limpida, ma è pura impressione.
Come la felicità, che sembra dare un effetto pieno e brillante ma che alla fine è solo un attimo di trucco, camuffa, tende a svanire, si può perdere, nel pretesto dell’ultimo ritardo. Desideravi puntualità al prezzo di costanza e felicità.
Mi permetto una riflessione con me stesso, che faccio ad alta voce.
«Cercare la felicità e non avere pace, alle volte ci cacciamo in questa terribile sciocchezza.»
Lei ribatte: «Se non sei felice non hai pace, sono due cose che vanno insieme, non credi?»
«Lei lo crede?» E stavolta ribatto io, e rilancio: «Io dico che bisognerebbe sapere prima cosa sia l’una e poi cosa sia l’altra.»
Ma lei mi sfida di nuovo: «E tu come fai a essere felice? Cioè come fai a stare in pace? Con il tuo foglio e la matita in mano? Come si fa? Dimmelo.»
Non mollo nemmeno io: «Eh… Dirlo. Forse è più facile disegnarlo. Ci proverò, ma prima potresti aprire il mio zaino? Mi servirebbe un’altra punta.»
È una persona spontanea e si rende complice, si inginocchia verso lo zaino, tira la cerniera e sbircia. «Ma che confusione qui dentro! È uno zainetto ma ci sta un big bang! Cosa dovrei trovarci qui, la tua pace?»
Continua a curiosare, a cercare una punta, ma lei resta concentrata solo fino a quando non la rinvio e le dico che non è una questione di cercare o trovare, ma più che altro di ritagliare una dimensione, prendere forma, il più delle volte costruire, e poi mi spiego meglio. «Si costruisce ogni giorno, ma secondo me, eh! Cioè non si cerca, si crea ed è anche faticoso se pensi che la devi sagomare fra le cose, nel caos del mondo, di quello zaino o della tua borsa.»
Non ha trovato ancora nemmeno la mia punta, ancora niente pace.
Sul mio foglio intanto faccio scivolare la linea delle sue mani, le cura, smalta le unghie di rosso, per lei vuol dire sfogliare con eleganza le pagine dei libri che studia, segnare con grazia righe di pensieri colti da condividere.
Come si fa sul profilo social, quel caos virtuale generato dal reale, dove pensare a voce alta, dove anche la bellezza ha bisogno di didascalia, del pensiero degli uomini colti che hanno messo in versi e in prosa un’alta marea di sensibilità e sentimento. Lei ci nuota dentro.
Nel mio ritratto no, le unghie sono delicate, non graffiano, niente rosso, cerco di definire anche il trucco del volto, tolgo l’effetto, un equilibrio tra chiaro e scuro, polvere di grafite, è senza inganno, non c’è citazione di felicità, o di illusione, vorrei darle immagine e somiglianza, quella di un’anima creata per avere la forza della pace.
Lei non sa come averla, non lo ha chiesto al pensiero giusto.
Intanto mi domando se avrei potuto riconoscerla in quel che lei vuol mostrare di sé. Solo sapevo di aver incontrato non una persona felice ma la mancanza di pace. Felicità presunta la sua.
Nei suoi scatti appare bella e appagata sì, lo fa vedere nella posa di sorrisi digitali, nella cornice di viaggi meravigliosi, nel momento di una cena a lume di candela, nel suo esser di talento, nell’avere consenso, nel farne pubblicità.
Potrei già dirle che dovrebbe stare alla larga, che ci sono ancora molti Lucignolo che sognano il falso in questo mondo di balocchi: io li vedo sempre come in affanno, mentre rincorrono giochi per stare al passo dei nuovi modi di essere, come se avessero sempre sete e te la vorrebbero dare a bere che proprio loro, e solo loro, sono quelli felici, sempre più bravi e pieni di vita, mentre restano ciechi, con il loro niente nelle mani, felici forse e bravi nell’attimo di un fermo immagine, e mai, mai, mai veramente nella pienezza di una tregua.
Illusi, di averla spiegata bene al mondo, la felicità. Basta uno scatto digitale, da Ponte Vecchio.
Io invece tento di dirle che quell’immagine di lei non può stare nel mio ritratto, è a mano libera, in chiaro scuro, un contrasto necessario alla verità. Ad un ritratto serve spirito, espressione, movimento, ma non riesco a vedere, e disegno in nome del suo essere autentica.
Devo rubare un ricordo. Un altro tempo, un sempre nell’istante di un adesso.
Mi serve l’inizio, che è il suo nome.
«Valeria! Buongiorno, mia cara!»
Formalità, nello scambio di qualche parola. Poi un consiglio, gratuito.
Ti dice presto che devi lasciarti scivolare ogni cosa addosso, e dovresti darle retta!
Si potrebbe tentare, ma senza rimetterci al prezzo più caro: e se a furia di lasciar stare non rimanesse più nulla?
Nessuna traccia, nessuna vita, nessuna verità.
Nessun disegno, dico io.
A volte bisogna accettare il mistero di quello che viviamo, anzi accoglierlo, perché è l’accoglienza che definisce il volume del nostro vivere, non lo pesa, lo fa entrare, trova il posto, altre volte lo svuota ma solo per riempire, lo rinnova con qualcosa di buono, che non hai bisogno di cercare, si riconosce e vuoi realizzarlo.
L’amore per esempio, è un mistero perfetto. Tu non lo comprendi, fino a quando non impari a viverlo in pace.
Sto pensando di dirle tutte queste cose nel mistero del mio disegno, mentre io consumo la punta e lei conversa, mentre dice che sta aspettando da troppo ed è infelice.
È a questo punto che rompi la conversazione, un altro sfogo che non ti restituisce niente, forse ti ferisce.
Ti dispensi per via di un orologio, da portare alla bottega di Ponte Vecchio, devi riparare tutto il tuo tempo mentre qualcuno se ne sta beffando, ancora con un altro ritardo.
E invece poi resti di nuovo sola davanti a me, ti vedo ancora dal basso verso l’alto. La prospettiva però è cambiata, tu mi sembri più piccola, è come se a stare in piedi fossi io, la luce è calata, oggi e adesso sono diventati ieri, l’altro tuo tempo.
Ti chiamavano Valeriù, e mi fai vedere una vecchia polaroid. Ci sei tu da piccola, e la bambinetta un po’ più grande che ti abbraccia da dietro è tua sorella. Ora manca. Dietro a lei è l’assenza anche di tua madre, i tuoi capelli hanno perso il biondo. Non c’è più oro.
«Sto aspettando un uomo che voglio stia fuori. Ho provato a farlo entrare nella spensieratezza di questo scatto, di insegnargli come rendermi felice senza uscire fuori dal quadro. Mi è rimasta solo una radice di capelli nera, il ricordo di quella vita, era gioia.»
Anche tu da bambina avevi provato a disegnare: la tua vita in un castello di fate. E provi a descrivere ogni sua stanza. Intanto la matita scivola ancora nel mio chiaro che necessita del suo scuro, mentre tu ti racconti io ti ritratto e il punto di partenza non sta più in quella screziatura ma nella radice nera dei tuoi capelli, prima erano gialli come l’oro.
Li immergevi in bagni di camomilla, tirando di spazzola ogni giorno, davanti allo specchio, coi denti stretti per resistere ai nodi.
Ma tutto doveva filar liscio, fino alle punte, fino alla fine.
Pettinare, tirare, perseverare, una fatica quotidiana, per la cura che avevi di te, per le cose a cui tenevi di più, anche i capelli bagnati di camomilla, luce accanto all’anima sorella.
Adesso invece il venticello su Ponte Vecchio, solleva onde leggere, le sfoltisco sul foglio, sono i capelli mossi di un cambiamento.
Esigi rinnovo, nel colore scuro del cioccolato, è un poco amaro. Perché?
Mi osservi mentre sfilo dal caos dello zaino le mie forbici, sono la punta che cercavo.
Ti assale un brivido quando dischiudo le lame per assalire il tuo ritratto.
Pensi alla fine quando recido la tua sagoma, hai paura di non poterti ritrovare più, di non essere più nessuna linea, nessuna figura.
E invece no, il rilievo solleva dalla carta la fatica e la precisione di un volto disilluso, è il tuo, vorresti riconoscerti anche tu.
Ma sei ancora dentro al teatro dei tuoi desideri, hai altri colori.
Non sai che c’è un disegno nuovo? Un modo vero, a mano libera, di passare a immagine e somiglianza?
Non sai che ogni giorno puoi ritagliare di te una parte migliore?
Davanti alla tua confusione il mio taglio prosegue un ritmo deciso, è zig zag. Tronca prima un punto, poi l’altro, risolve la bellezza della tua felicità in una forza che sa di pace, poi passa per lo sguardo limpido della mia grafite, disegna contorni più armonici, senza apparenze, toni opachi, materici, veri.
Il foglio è ruvido ma la lama lo recide liscio, allunga la linea, un taglio fluido come quando una barca riga onde di seta, segue la purezza di una sola direzione.
Attorno sento il respiro di chi è in ansia, un ritaglio così veloce potrebbe disperdere tutto nel gioco frivolo dei coriandoli.
Invece non scivola neanche un pezzettino di carta, piano a piano emerge un profilo che lascia un vuoto nella zona tutta bianca del foglio, la parte migliore sta diventando un pieno.
Qualcuno adesso sorride, ammira, guarda prima te e cerca di confrontare bellezza, immagine e somiglianza nella tridimensionalità di un ritaglio di carta.
Devo fare in fretta, piove una prima goccia. Due e tre.
Scappi via, nel pretesto della pioggerella, nella scusa di un riparo.
Chissà se poi, invece, sei diventata tutta d’argento.















