Rimettere in apertura di stagione un’opera del 1914 non è un gesto di nostalgia, ma un atto di visione: con Francesca da Rimini, Battistoni riporta in vita l’incontro fra la prosa vertiginosa di d’Annunzio e la scrittura cosmopolita di Zandonai, restituendo al pubblico una literaturoper di rilievo. Tra la devozione alla musica, l’amore per la letteratura e un pubblico conquistato, il direttore musicale ha scommesso su Francesca per inaugurare l’anno teatrale, in un impeto di passione e rottura. Battistoni, innamorato dell’opera e del suo intreccio tra letteratura e musica, rivendica la modernità del capolavoro di Zandonai, difende Gabriele d’Annunzio da letture vetuste e racconta come un titolo meno ricordato sia ancora in grado di trasformarsi in un successo capace di riaprire il dibattito sul nostro Novecento.

Partiamo dalla scelta di aprire la stagione con la Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai.

L’ho scelta, innanzitutto, perché è un’opera che appartiene alla storia del teatro, poiché è nata nel 1914. Uno dei titoli cui si pensava già prima del mio arrivo, ma il mio entusiasmo è stato tale da trasformarlo nel titolo che ho proposto per l’inaugurazione e che mi ha direttamente riguardato come direttore musicale. É un’opera di cui sono innamorato da tanti anni e avrei già dovuto dirigerla nel 2020, tant’è che avevo comunicato a studiarla nei particolari, visto che la credo degna di essere ripresa non solo come una curiosità culturale (complice la storia del Regio che le diede battesimo), ma anche come un’opera del Novecento da valorizzare per il matrimonio tra la tradizione italiana e il linguaggio cosmopolita di Zandonai. Inoltre, da grande amante della letteratura e di d’Annunzio, la ritengo un eccellente trait d’union tra letteratura e musica, e non potrei essere più felice di una scelta che ha pagato, innanzitutto con una grande partecipazione da parte del pubblico, e poi con un risultato così valido da averla riportata all’attenzione di altri teatri.

Il rifarsi a un’opera già scritta da Gabriele d’Annunzio, da parte di Zandonai, è stato un ostacolo o un vantaggio per l’attuale messinscena?

Aleggia un’aura negativa su d’Annunzio e non ho mai capito bene il perché. Sono rimasto estremamente sorpreso dalla stampa che, in un coro positivo e unanime, ha – comunque – ritenuto ridondante il suo testo. Il mio rapporto con il Vate nasce sui banchi di scuola e per me è stato una ventata di aria fresca, una voce unica nella letteratura italiana di Otto e Novecento. Mi ha sempre affascinato per la commistione evidente di arte, vita, follia e istrionismo. Non abito lontano dal Vittoriale e lo visito spesso per la capacità che ha di farti comprendere la mentalità dell’autore.

Una fascinazione estetica da considerarsi un vantaggio, quindi, che trova lustro in Zandonai, nonostante d’Annunzio gli abbia sempre riservato un certo distacco.

Come si spiega questa freddezza?

La tragedia non ebbe grande successo, mentre l’opera sì e d’Annunzio - vedendo la tragedia sfrondata e il plauso riservato a Zandonai - immagino si sia sentito relegato nel ruolo di mero librettista (all’epoca, termine estremamente spregiativo), per cui prese le distanze, abituato come era stato a tenere le redini di altri progetti musicali. Altrimenti non si spiega perché la cura e la perfezione maniacale di Zandonai nel tradurre in musica le sue didascalie non abbiano entusiasmato d’Annunzio.

Zandonai si è trovato nella difficile posizione di livellare il testo dannunziano per creare l’opera lirica. Si percepisce questo estenuante lavorio?

Lavorio, a mio avviso, necessario nella traduzione da un medium all’altro. La tragedia è lunga e wagneriana nella prosa e l’opera rischiava di esserlo altrettanto. Pensiamo ad esempio alla Parisina di Mascagni, più fedele al testo, con il conseguente risultato di un’opera lirica il cui meccanismo funziona peggio.

Si avvertono i tagli di trama se si conosce la tragedia. Se, invece, ci si limita alla versione librettistica di Ricordi, si notano soltanto piccole incongruenze che – nel flusso della musica – non disturbano. L’atmosfera e la storia rimangono intatte e non intervengono sulla prosa stessa, un approccio interessante che la rende il primo esempio di literaturoper in Italia, operazione culturale molto moderna per il tempo.

Che tipo di compositore fu Zandonai?

Credo che la musica di Zandonai funzioni in modo diverso da quella di Verdi o da quella di Puccini, ad esempio. Le sue sono opere di difficile frammentazione, da cui è impossibile estrarre dei greatest hits per intenderci, ed è forse uno dei motivi per cui Zandonai è un po’ sparito dalla circolazione, perché mancano le grandi arie a far da traino all’opera, durante le quali il cantante può divenire mattatore.

In Zandonai ci sono dei momenti che potrebbero essere paragonati a degli assoli, ma il melodismo non era il suo forte. Era un compositore più raffinato e strutturale, con grandi campate all’interno di interi atti in cui l’orchestra è protagonista e si deve attendere il prodotto finito per carpirne la meraviglia.

L’unico episodio che isolerei in questo caso è il finale del primo atto dove nessuno canta e troviamo quella che, forse, è l’unica melodia del brano affidata alla viola pomposa: un’oasi circoscritta dove il compositore opera con piccoli motivi che poi divengono caratteristici dei personaggi (pensiamo, ad esempio al ritmo serrata che accompagna Malatestino e il terrore che incute, o al motivo che caratterizza Gianciotto e il suo incedere zoppicante).

Partendo proprio dall’esempio di Malatestino e dall’interpretazione di Matteo Mezzaro, pensa che anche Zandonai – come d’Annunzio – amasse particolarmente i comprimari?

Mezzaro è stato eroico, senza risparmiarsi mai sia vocalmente sia scenicamente, raggiungendo un livello di virtuosismo e complessità elevatissimo, come testimonia il duetto tra Gianciotto e Malatestino. Tuttavia, non vi sono dubbi che Zandonai sia innamorato del personaggio di Francesca e che punti particolarmente sul gineceo a lei dedicato, tant’è che Paolo è relegato al ruolo di oggetto del desiderio.

Dopo il volume Non è musica per vecchi, possiamo attendere altre novità letterarie?

Non ho ancora trovato nuove chance, soprattutto perché mi sto dedicando alla composizione di un’opera che andrà in scena l’anno prossimo che è ancora top secret e per la quale ho scritto anche il libretto, sfogando così la mia vena letteraria.

Inoltre, l’ufficio stampa del Regio mi ha dato modo di esprimere il mio estro grazie ai programmi di sala, in cui scrivo sempre un contributo, per lasciare un’idea della mia interpretazione e qualche suggestione ulteriore.