Spesso mi imbatto in riflessioni filosofiche che non fanno altro che rimasticare e rielaborare in accordo con il sentire contemporaneo di temi già affrontati negli anni appena precedenti questo secolo. La gran parte di coloro che ascoltano queste opinioni applaudono alla “originalità” della riflessione proposta, sono generalmente persone che approcciano queste tematiche provenendo dal mondo del marketing e del business. È un fenomeno esacerbato dai social media che danno una particolare voce a chi lavora in questo settore e ha bisogno di visibilità per poter “vendere” la propria merce digitale.

Ne nasce un problema: perché si spaccia per nuovo qualcosa che in realtà è solo una maldestra (in molti casi) proiezione su bolle speculative (come per esempio nell’IA, secondo Bezos, Grantham o addirittura secondo lo stesso Sam Altman) o relegando il problema ai soli attori contemporanei (salvando però i “classici” pre-seconda metà del Novecento)? In altre parole, perché è in atto una cesura di tutte le discussioni nei campi che a noi interessano riguardanti la riflessione pre-duemila? Ciò che è in atto oggi non poggia le basi (teoriche e pratiche) su quello che è avvenuto tra il secondo dopoguerra e il 1999?

Se si leggono gli articoli scientifici raramente si vedono articoli che riprendono citazioni pre-2000, specialmente se si va a guardare al campo della riflessione sull’IA che fa da traino a gran parte delle altre discipline, benché il fenomeno, che potremmo chiamare dell’obsolescenza culturale programmata, sia in atto da più tempo.

Proveremo qui ad analizzare i motivi di questo trend culturale (perché è un trend vero e proprio, che investe tutti i fenomeni culturali, in tutto il mondo).

L’epoca in cui viviamo sembra percepire sé stessa infatti come un eterno inizio. È come se il presente si fosse affrancato dalla propria storia recente, ritenendola irrilevante o, peggio, ingombrante. La richiesta di novità che permea ogni ambito culturale, dall’economia al pensiero filosofico, dall’imprenditoria digitale alla ricerca scientifica, ha instaurato un meccanismo per cui tutto ciò che precede l’anno 2000 appare improvvisamente incapace di offrire strumenti interpretativi utili.

Esiste un intero giacimento di idee, concetti, dibattiti, riflessioni critiche maturate tra il secondo dopoguerra e la fine del secolo scorso che oggi sembra essere stato sigillato, dimenticato, come se non potesse più parlare al nostro tempo. Questo smarrimento della memoria culturale si manifesta soprattutto là dove il discorso mira a essere percepito come “disruptive”, “innovativo”, “inedito”. È il riflesso di una logica che ha trasformato la novità in valore comunicativo, più che in reale contributo al sapere.

La scena più frequente è ormai quella di un professionista del marketing, di un consulente aziendale, di un comunicatore digitale che presenta come rivoluzionarie idee che risuonano come un’eco lontana di quanto già discusso negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. L’entusiasmo con cui vengono accolte non è attribuibile alla loro originalità, ma alla loro immediatezza comunicativa. A differenza del pensiero teorico novecentesco, che spesso richiedeva una lettura lenta, stratificata, contestuale, il discorso contemporaneo cerca frasi brevi, messaggi che “funzionano”, narrazioni atte alla circolazione rapida.

È un fenomeno favorito dai social media, che privilegiano contenuti consumabili e condivisibili e che hanno trasformato il sapere in un prodotto la cui durata coincide con il ciclo dell’attenzione algoritmica.

Il caso dell’intelligenza artificiale è forse l’arena più evidente di questa cesura. Basta ascoltare, negli ultimi anni, le conferenze più celebrate dagli imprenditori tecnologici: l’IA viene descritta come una forza senza precedenti, come se nessuno prima del 2010 avesse mai considerato il rapporto tra macchina e pensiero. Si parla del “rischio esistenziale” delle macchine come di una scoperta recente, benché Joseph Weizenbaum (ma non solo lui) avesse già messo in guardia, nel 1976 con Computer Power and Human Reason, dagli effetti disumanizzanti dell’automazione. Le sue riflessioni sull’“imperativo competitivo” che spinge le società ad adottare tecnologie anche quando non necessario si ritrovano identiche, quasi parola per parola, nei dibattiti attuali sulle IA generative. Eppure Weizenbaum raramente viene citato.

Lo stesso accade per Norbert Wiener, il padre della cibernetica, che nel 1950 già descriveva in The Human Use of Human Beings l’impatto delle macchine intelligenti sulla società, sollevando interrogativi ancora oggi irrisolti. Le sue analisi del feedback informativo e della perdita di autonomia degli operatori umani prefiguravano i problemi dei sistemi di raccomandazione e delle interfacce algoritmiche contemporanee. Ma nella maggior parte degli articoli scientifici recenti, anche in quelli che trattano tematiche vicinissime, Wiener compare raramente, come se appartenesse a un passato remoto, invece che al cuore del nostro presente.

È significativo osservare che persino negli studi di etica della tecnologia, la cui storia è intensa e stratificata, la bibliografia recentissima occupa quasi tutto lo spazio, lasciando al margine pensatori come Hans Jonas e il suo Principio Responsabilità del 1979. Jonas fu tra i primi a sostenere che la potenza tecnica dell’uomo avesse raggiunto una soglia tale da imporre nuove forme di responsabilità intergenerazionale. Era una tesi avanzata per l’energia nucleare, ma perfettamente applicabile oggi agli algoritmi di larga scala e ai sistemi di IA autonomi. Eppure, anche lui scompare quasi del tutto dal discorso corrente sul rischio tecnologico, sostituito da una proliferazione di analisi più recenti ma spesso più superficiali.

Questa rimozione del passato prossimo non riguarda solo la filosofia e la tecnologia. Basti pensare a Marshall McLuhan, che negli anni Sessanta elaborò una teoria dei media talmente visionaria da anticipare i social network molto prima che esistessero. La sua idea di “villaggio globale”, la sua analisi degli effetti del mezzo indipendentemente dal contenuto e la nozione di “estensione del sistema nervoso” sembrano scritte per descrivere TikTok o Instagram. Eppure, chi oggi parla di “ecosistemi digitali” o “infosfera” tende a citare riflessioni degli ultimi cinque-dieci anni, come se McLuhan appartenesse alla preistoria. Un paradosso, considerando che senza McLuhan molto del discorso attuale sarebbe incomprensibile.

La stessa sorte è toccata a studiosi come Donna Haraway, che con il Manifesto Cyborg del 1985 aveva già esplorato la fusione fra umano e tecnologico, anticipando molto del dibattito identitario della contemporaneità. O Shoshana Zuboff, che nel 1988, molto prima del successo del suo più noto Capitalismo della sorveglianza, aveva già descritto in In the Age of the Smart Machine le trasformazioni della soggettività causate dai sistemi informatici. È significativo che in molti discorsi populisti sull’IA queste radici vengano completamente ignorate.

La logica dell’obsolescenza culturale programmata investe anche l’economia. Quando Jeremy Grantham parla della “bolla dell’IA” lo fa rifacendosi a meccanismi descritti già da Charles Kindleberger negli anni Settanta nelle sue analisi sulle crisi speculative. Eppure, nelle narrazioni digitali, ogni bolla sembra essere la prima bolla, perché citare il passato rallenterebbe la velocità del discorso.

Tutto ciò non sarebbe così problematico se non generasse una perdita di profondità analitica. Ignorare che Herbert Simon aveva già delineato nel 1971 il concetto di “economia dell’attenzione”, o che Ivan Illich aveva decostruito i concetti di efficienza e razionalità tecnica già negli anni Settanta, significa affrontare i problemi contemporanei con strumenti concettuali impoveriti. È come cercare di interpretare il presente con un lessico più fragile, dove termini come “complessità”, “limite”, “rischio”, “autonomia”, “tecnica” perdono la stratificazione critica accumulata nel tempo.

La conseguenza è una cultura che cammina leggera, priva di radici, come ha recentemente ammonito Papa Leone XIV, inaugurando l’Anno Accademico alla Pontificia Università Lateranense, quando esorta a contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo. Una cultura che reinventa ogni volta il proprio inizio, che si autocelebra come “epoca senza precedenti”, ma che, proprio per questo, diventa incapace di riconoscere i cicli, le ricorrenze, le continuità. È una cultura che si percepisce come assoluta novità, proprio perché ha amputato la propria memoria storica.

Recuperare il patrimonio teorico del secondo Novecento non significa indulgere in un esercizio nostalgico. Significa, al contrario, dotarsi di strumenti più robusti per comprendere ciò che accade oggi. Significa riconoscere che l’etica dell’IA non nasce nel 2016, che il dibattito sui media digitali non comincia con Facebook, che il concetto di limite tecnico non è un’invenzione degli analisti contemporanei. Significa ricostruire una continuità intellettuale che la cultura della novità ha provato a spezzare, ma che è ancora lì, pronta a essere ripresa.

In fondo, il modo più efficace per comprendere il presente non è celebrarne la presunta unicità, ma riconoscere la profondità della storia che lo sostiene. Solo così il nuovo smetterà di essere una maschera e tornerà a essere un vero progresso.