Risale a poco più di 130000 anni fa l’ultima volta che ha fatto sentire gli effetti della sua potenza, quando la presenza di acqua minerale nella camera magmatica, sviluppando vapore ad altissime temperature, causò non una semplice eruzione, ma una vera e propria esplosione, producendo per chilometri su tutto il territorio circostante effetti assimilabili a quelli del Vesuvio, nella potentissima esplosione che fissò per sempre gli ultimi istanti di vita di Pompei.
È il Vulture, il vulcano impropriamente definito spento, che in realtà è solo dormiente perché ha avuto periodi di inattività anche più lunghi, coerentemente con le ere geologiche e con la vita media di un vulcano e che si trova nel versante nord della piccola regione del Sud Italia: la Basilicata.
Fortunatamente non c’era nessuna fiorente civiltà sulle sue pendici, quando è esploso l’ultima volta, perché le comunità, alcune delle quali di origine albanese, si sono insediate qui nei suoi dintorni, in tempi molto più recenti. Rionero, Barile, Maschito e Venosa, la splendida città di Orazio, sono sorte a partire dall’epoca romana fino al XV secolo. E nel tempo hanno realizzato un’economia di carattere agricolo con un focus particolare sulla coltivazione della vite. E sì perché è noto che furono i Greci (insieme ai Fenici) più di tremila anni fa ad introdurre la coltivazione della vite nel bacino del Mediterraneo, esportandola in tutti i territori sui cui lidi approdarono. E la Basilicata jonica fu Magna Grecia.
E non è casuale che sia proprio Ellenicus l’etimologia più accreditata tra tante del vitigno più rappresentativo e diffuso del Sud Italia, l’Aglianico, che qui assume caratteristiche molto peculiari e diventa Aglianico del Vulture. È sempre il territorio, infatti, a contraddistinguere le migliaia di varietà viticole, conferendo al vino caratteri di tipicità. E qui nell’area del Vulture il lavoro infaticabile e secolare ha premiato l’economia di piccoli produttori che nel tempo si sono meritati il miglior riconoscimento territoriale degli areali vitivinicoli, ovvero la Denominazione di Origine Controllata e Garantita, qui “DOCG Aglianico del Vulture”, vino prodotto da uve 100% Aglianico del Vulture.
Equidistante dal Mar Tirreno, dal Mare Adriatico e dal Mar Jonio, situato in area appenninica a 1300 m.s.l.m., si caratterizza più per un clima simile a quello di pianura. Le correnti caldissime che senza incontrare ostacoli arrivano dall’Africa con i loro venti di scirocco, in estate portano le temperature fino a 40° e tali rimangono per lunghi periodi, a cui si aggiunge una siccità estrema: condizioni straordinarie di temperature altissime senza piogge da maggio a settembre innescano una serie di conseguenze, soprattutto se associate a brezze di montagna che soffiano dall’interno, causando una fortissima escursione termica giornaliera, tanto che durante la notte le temperature scendono fino a 16°, con scarti di 18-20-25 gradi.
Nel Registro Nazionale delle Uve da vino, l’Aglianico del Vulture è considerato una varietà a sé, ma di fatto è geneticamente identico all’Aglianico della zona del Taburno o di Taurasi, in Campania. Il vino che si produce però è considerevolmente differente, perché se il DNA della pianta è lo stesso, il vino è il risultato di un processo multifattoriale, nel quale entrano prepotentemente a costruire il risultato finale, clima, territorio e fattore umano, in pratica quello che i francesi definiscono con un termine intraducibile terroir.
L’Aglianico del Vulture è il vitigno più tardivo nella maturazione e dunque nella raccolta. Viene vendemmiato a novembre inoltrato fino a dicembre, il che vuol dire che è in grado di resistere ad un clima che va facendosi freddo e umido, ma è soprattutto capace di adattarsi alle sue variazioni estreme durante l’anno. È per questo che presenta forti caratteri di tannicità. Per resistere alla estrema variabilità climatica deve produrre sostanze che lo preservino dagli agenti esterni, dagli attacchi fungini e dagli insetti, altrimenti non riuscirebbe ad arrivare a maturazione.
Come? Producendo naturalmente polifenoli, prodotti del metabolismo della pianta, dalle virtù benefiche sia per la pianta che per l’uomo e che in parte sono appunto rappresentati dai tannini.
I tannini fungono da scudo per la pianta, e sono presenti principalmente nei raspi, sulle bucce dell’uva e nei vinaccioli. E sono responsabili delle sensazioni ruvide sulla lingua, sulle gengive e sul palato. Ma al sorso, i tannini presenti nel vino devono generare sensazioni tutt’al più felpate. E ciò accade solo se i tannini sono levigati attraverso un’attenta vinificazione, ma soprattutto se al momento della vendemmia, la pianta ha raggiunto la sua piena maturazione fenolica.
E l’Aglianico del Vulture è un vino incontrovertibilmente tannico, una qualità inestinguibile che sempre troveremo nel calice, un imprinting genetico che potrà tutt’al più essere smussato attraverso grandi competenze da mettere in atto in cantina, nella fase delicata della vinificazione. E quando, dopo aver roteato il vino nel calice per farlo ossigenare, atteso che abbia sprigionato quanti più profumi è possibile, andiamo all’assaggio, i tannini devono risultare, per dirla col sommelier (n.d.a.) “vellutati, possibilmente nobili", condizione che si riscontra quando dopo un momento di sensazione felpata, il palato torna a riequilibrarsi immediatamente.
L’obiettivo è l’equilibrio, il perfetto bilanciamento tra rispetto del vitigno e delle sue peculiarità e massima gradevolezza del vino ottenuto. A volte purtroppo, per via di una vendemmia troppo anticipata o per via di una vinificazione poco attenta, il risultato può essere scadente, e il sorso può risultare respingente perché al tannino ben integrato si sostituisce l’astringenza. Per scongiurare questa evenienza, a volte si tenta di rendere accattivanti i vini come l’Aglianico del Vulture ricchi di tannicità intrinseca, cedendo alla tentazione di ammorbidirli attraverso stratagemmi di cantina. Il rischio che si corre però è perdere una qualità fondamentale, una qualità che davvero solo i più esperti conoscitori sanno individuare e riconoscere: la tipicità.
Tipicità è il termine tecnico, utilizzato nelle schede di valutazione dei vini dai sommeliers, dai comunicatori del vino, dagli esperti degustatori, perché fornisce un’informazione che è anche discrimine tra un’espressione e un’altra di vini ottenuti da uno stesso vitigno, prodotti in areali vicini ma diversi, magari all’interno di una stessa regione: identifica, insomma, in maniera chirurgica la provenienza esatta di un vino prendendo in considerazione un’area piuttosto ristretta.
Le condizioni climatiche e microclimatiche del Vulture rendono diversa la maturazione di queste uve rispetto alle stesse uve ad esempio dell’Irpinia, dove abbiamo una piovosità molto più pronunciata complessivamente e più uniformemente distribuita lungo tutto l’arco dell’anno. Al contrario, nell’area del Vulture piove oggettivamente meno e le piogge sono concentrate in pochi mesi. Le alte temperature tipiche del Vulture non si verificano in Irpinia e di conseguenza neanche i forti sbalzi termici che incidono in maniera significativa sul prodotto finale conferendo al vino sotto l’aspetto olfattivo, un ventaglio aromatico più ampio e sotto l’aspetto gustativo carattere di grande struttura ed eleganza e complessità.
Il Sud Italia, possiede una grande fortuna: è oggettivamente un’area molto soleggiata e calda e le uve si avvantaggiano di tutta la disponibilità di sole e calore risultando in possesso di grandi quantità di contenuto zuccherino che permette di avere un conservante naturale che è il grado alcolico, che contribuisce alla grande conservabilità di questo vino. La struttura fenolica e di conseguenza la sua capacità antiossidante si impone a scapito del livello di acidità, che invece è molto più evidente nei vini delle aree settentrionali del nostro Paese e ancora di più nei Paesi nordici che si caratterizzano per un minore irraggiamento, temperature sostanzialmente più basse ed escursioni termiche più moderate.
E se il sole demolisce l’acidità, la partita si gioca più sugli aspetti di struttura, complessità, conservabilità e proprietà antiossidanti.
Ma la vera interpretazione dell’Aglianico del Vulture sta proprio nel tempo: è un vino che riesce a staccare tutti gli altri nel panorama nazionale ed internazionale per la sua predisposizione a reggere il tempo. Bottiglie di 20-30 anni se conservate bene regalano vini eccezionali perché il vitigno possiede una matrice straordinaria. Quando altri vini da vitigni meno portentosi non esistono più, l’Aglianico del Vulture rivela la sua marcia in più: la longevità è la sua espressione fenotipica, ciò che si manifesta realmente.
Quando 133000 anni fa il vulcano erutta per l’ultima volta, la lava, ricca di gas, risalendo incontra falde di acqua minerale che evapora creando un effetto simile a quello di una pentola a pressione scoperchiata per l’eccessiva pressione. A contatto con l’aria a seguito dell’esplosione, la lava ha modo di raffreddarsi, ricade sul suolo e su tutta la superficie del vulcano, sotto forma di cenere, depositandosi per sempre come una spessa coltre spugnosa, volgarmente detta tufo. D’inverno questa coltre spugnosa assorbe l’acqua piovana e la trattiene, rendendola disponibile alla vite negli intensi e lunghi periodi di siccità.
Un’espressione romantica o addirittura poetica è rappresentata da un detto popolare diffuso tra i contadini del luogo che dice: “la terra madre non abbandona i suoi figli e durante l’estate quando non piove, il tufo allatta la vigna”.
Questo fenomeno meccanico, non da poco, permette ai viticoltori di far fronte al periodo estivo senza irrigare, non solo: l’acqua che il tufo trattiene e che poi cede alla vite è considerevolmente più ricca di minerali e di sostanze nutritive indispensabili alla vigna rispetto all’acqua utilizzata per le irrigazioni che non è minimamente paragonabile alla prima per l’apporto di tipo qualitativo che fornisce alla vite. Sappiamo poi che la vite dà il meglio di sé quando è messa in condizioni di forte stress idrico. Allunga le sue radici in profondità e va a cercare il suo nutrimento.
Tale condizione di maturità delle uve non si verifica in altri areali. È anche per questo, dunque, che un calice di Aglianico del Vulture pur avendo un progenitore comune nel vitigno si esprimerà molto diversamente nel calice, rispetto allo stesso vino prodotto in altri areali.
Pugno di ferro in un guanto di velluto, si presenta solitamente di un colore rosso rubino intenso, compatto, impenetrabile, che col tempo tende ad assumere nuances aranciate.
Al naso, ricorda principalmente frutti rossi croccanti e maturi a seconda dell’età e del tempo di affinamento, che vanno dalla mora al mirtillo e altre bacche del sottobosco, alla prugna matura, alle amarene in confettura. Ma a seguire sono le note speziate a caratterizzarlo, i dolci sentori di cannella, cacao, liquirizia, cardamomo, fino a sentori più pungenti come il pepe.
Al palato, il corpo, la struttura, ma soprattutto i tannini sono le caratteristiche tattili preminenti, mentre le qualità più specificamente gustative rivelano moderata freschezza a fronte di una sensazione pseudocalorica generosa, dovuta al titolo alcolometrico scontatamente alto. Se vinificato o invecchiato in legno, se addirittura ottenuto da uve da appassimento sulla pianta, può essere talmente tanto morbido da ricordare addirittura l’Amarone.
A chiudere, una persistenza lunghissima.
Per la sua natura possente sono doverosi abbinamenti gastronomici con piatti importanti e strutturati ottenuti da lunghe cotture, ricchi di intingoli per reggere la forza dei tannini, o carni succulente che proprio i tannini sono in grado di “asciugare”.
Ma le versioni “marmellatose” (termine improprio che rende bene l’idea) dell’Aglianico del Vulture sono perfette per bearsene in momenti di meditazione e conversazione.
Protagonista in ambiti di convivialità, o in momenti di riflessione davanti ad un camino scoppiettante, l’Aglianico del Vulture sa aspettare e farsi attendere, sa confortare e inebriare, sa scendere nella profondità dell’essere e riscaldare, proprio come il grande Vulcano dormiente su cui riposano le sue piante nutrite e corroborate nell’abbraccio eterno della sua morbida coltre.















