Usiamo gli occhi per conoscere il mondo. Tramite gli occhi il mondo entra in noi, ci pervade, ci scuote, ci cambia, ci trasforma, fa percepire a te e a me somiglianze e differenze tra le possibili molteplici rifrazioni della luce sulla Terra. Grazie agli occhi, ciò che ci circonda diventa insieme misura e nutrimento. Insieme metro e foraggio. Insieme peso, e perciò pensiero, e leva.

Lo sguardo aggiusta le proporzioni, ridimensiona gli ego, equilibra le menti, armonizza le asperità, cioè i picchi e i flessi che le esistenze vissute a pieno riservano agli umani. Per descrivere l’atto degli occhi quando si posano su oggetti, su persone, su panorami, la lingua italiana ci regala molti verbi. Non sono tutti uguali. Ciascuno di questi verbi produce visioni differenti. Ciascuno ha una propria identità, che va rispettata, conosciuta, approfondita. Proprio come ogni coppia di occhi possiede il proprio taglio e il proprio colore che li rendono unici. Proprio come anche gli occhi di una medesima persona, a seconda della luce del giorno, a seconda dello stato d’animo, a seconda del digradare dei sentimenti che scorrono come nuvole nel cielo, anche quegli stessi occhi hanno un’identità cangiante, legata alla situazione, al contesto, ai mille perché e affinché della vita.

Ho visto, dunque so

Vediamo per conoscere. È così da sempre. Anche al tempo dei greci antichi, per dire io so, io conosco, io sono consapevole di ciò che accade, bastava dire ho visto. Ho visto e dunque so. Quel vedere è percepire con gli occhi la realtà concreta delle cose. Ma il vedere non si limita all’atto della percezione, il vedere è andare oltre, voler capire, irrobustire e innervare i gangli della conoscenza.

Il verbo latino vĭdēre era la forma durativa della voce indoeuropea weid-, che indica l’azione del vedere in quanto fonte di sapere. È così in tutte le lingue che si sono prodotte dalla protolingua diffusa dal Gange all’oceano Atlantico: è così in inglese antico e in tedesco, in antico slavo e in sanscrito, in greco e in italiano.

Quando vediamo, sappiamo. E per conoscere talvolta stiamo di vedetta, saliamo sul luogo elevato delle mura della nostra fortezza e da lì sorvegliamo la zona circostante, ammiriamo le vedute, ci lasciamo vincere dalle emozioni vistose che ci regalano le albe e i tramonti, cerchiamo di ridurre le sviste per restare accorti. Nel vedere prov-vediamo a noi stessi, alla ricerca di ciò che è provvido e allontanando l’improvvido che talvolta gli dei del cielo vorrebbero assegnare al nostro transito. Nel vedere talvolta cerchiamo di volgere lo sguardo al futuro e cioè ci trasformiamo in ciechi Tiresia per poter prevedere, preconizzare ciò che oggi non è ancora evidente, sfogliamo le riviste (ri-viste) intitolate al domani, rovistando tra le pagine di ciò che è concesso e di ciò che non è concesso agli umani. Esploriamo ciò che ancora non è stato visto. Perlustriamo l’inaudito. Visitiamo l’estremo. Visitare del resto vuol dire ‘andare a vedere’, ‘vedere spesso’, ‘tornare a vedere’.

Guardare ci rende vigili

Guardare. Che poi significa dirigere gli occhi in una direzione, spesso quella che vuole la nostra mente e talvolta quella che desidera il nostro cuore. Il guardare è anche azione meccanica di volgere lo sguardo, appoggiandolo con distacco all’oggetto vicino o all’inarrivabile orizzonte. Il guardare rappresenta un elemento in più che ci rende vigili e attenti proprio nell’attimo in cui compiamo l’azione con gli occhi.

L’origine della parola è germanica, medievale: nell’antico alto tedesco warten voleva dire ‘sorvegliare’. ‘custodire’. Da lì, da un originario germanico wardōn, abbiamo in inglese to ward che vuol dire ‘custodire’, in francese garder con il significato di ‘conservare’ e in spagnolo guardar che appare ‘rispettare’ ‘custodire’.

In italiano, da quella stessa radice hanno gemmato parole preziose.

La guardia, in primo luogo, che ha il compito di volgere lo sguardo lontano (oltre che tenere le orecchie ben tese) per cercare di scorgere un movimento di fronde, un soldato che si avvicina al muro di difesa, un colore sospetto.

Nel guardarci attorno siamo anche noi guardiani del nostro ambiente. Nel guardarci attorno diventiamo guardie di ciò che ci circonda e ci riguarda, cioè non solo di ciò che ci guarda due volte ma anche di quello che è in relazione con noi, che appare pertinente con la nostra esistenza, che ci concerne. Se ci riguarda davvero, è proprio così.

Giocare con le parole ci fa carezzare momenti di ragguardevole intensità, ci rende riguardosi della lingua che usiamo per parlare e per scrivere, ci permette di raggiungere nuovi traguardi. Già perché anche i traguardi sono etimologicamente intrisi, oltre che di impegno e di tenacia, anche di sguardi carichi di sapore.

Sbirciare è guardare di sottecchi

Sbirciare.
Guardi con la coda dell’occhio. Veloce.
Speri che lei non colga il tuo sguardo. Svelto.
Cerchi di non farti notare. Prudente.
Ti sforzi nel dimostrare indifferenza. Accorto.
Accampi addirittura scuse per farti percepire interessato a un oggetto e non a lei, inclinando un po’ la testa, aggrappandoti all’osservazione di un po’ di materia diventata forma. Furbo.
Provi di nuovo a osservarla senza che lei si accorga di te.

Ecco, lo sbirciare sta in questo: nel guardare di sottecchi, incrociando le dita nella speranza di non essere considerati e socchiudendo gli occhi per acuire la vista. I progenitori dello sbirciare non sono sicuri: sugli avi di questo verbo gli studiosi avanzano proposte contrastanti. Qualcuno alza le mani e si limita a dire “origine incerta”. Qualche esperto di etimologia connette lo sbirciare all’aggettivo bircio, cioè ‘di vista corta’, ‘miope’ e da lì anche ‘losco’. L’atto di sbirciare contiene infatti una buona dose di furbizia. Chi sbircia non osserva, non guarda, non scruta: agisce mosso dalla curiosità e spia con fare veloce.

Osservare per custodire in te

Nell’osservare tratteniamo lo sguardo, lasciamo che gli occhi si impastino della materia osservata, custodiamo in noi le tracce di ciò che hanno sfiorato le nostre pupille. Osservare contiene la potenza della salvaguardia e del riparo. È un presidio a difesa dello scorrere del tempo che taglia i destini. Rappresenta un gesto di custodia, perché l’osservante entra nella propria garitta e contemplando il panorama attorno a sé riesce a discernere, preservando solo le immagini più nitide. Nell’osservare non è ammesso lo spreco. Osservare è infatti opposto di scialare.

Nella parola osservare si annida la stessa radice di serbare, cioè conservare. Quando osserviamo una cosa (o una persona che ci guarda a sua volta), la mettiamo da parte in qualche angolo della mente, con l’intento di avvalercene nel momento più opportuno sfoderandone la memoria. La riserviamo per le giornate di festa, quei giorni in cui i ricordi si intrecciano con i desideri, per generare sorrisi rinnovati in noi come piante novelle. Osservare è esaminare con attenzione, cogliendo i dettagli, individuando i particolari, conoscendo le finezze delle trine della vita che agli umani riserva sempre e comunque solo l’inaudito.

Scrutando rovistiamo tra gli stracci

Scrutiamo i volti delle persone. Esaminiamo con cura le piccole rughe ai bordi degli occhi. Ispezioniamo le increspature della pelle per conoscere i sentimenti più intimi degli umani che condividono con noi tempi e spazi. Studiamo i colori che le vene interne nei corpi producono regalando le tavolozze variopinte di derma quando si aprono dalla luce del sole. Scrutiamo gli orizzonti. Cerchiamo di scoprire di più della bellezza della natura, vogliamo comprendere tutto quello che non si capisce a uno sguardo superficiale o a un esame affrettato e veloce.

Quando scrutiamo desideriamo procedere in profondità. Scrutiamo perché non ci accontentiamo dell’epidermide, perché sappiamo che per conoscere il senso delle cose dobbiamo togliere la polvere dalla superficie, scoprire, disvelare. Scrutando vogliamo prenderci l’onere di scostare i velli che ammantano la materia per sfiorare l’eskaton, il fine delle esistenze.

Scrutare è questo: frugare, rovistare, togliere gli stracci. Nello scrutare ci impegniamo a spulciare, cercando minuziosamente, perché ogni dettaglio può essere l’elemento della svolta, della rivoluzione. Ogni dettaglio è in potenza l‘innesco delle nostre strambate esistenziali.

Ecco, quando scrutiamo rovistiamo tra gli stracci alla ricerca della pepita d’oro. In latino scrūta, sostantivo neutro plurale, erano gli ‘stracci’, probabilmente della stessa famiglia di scortum, ‘pelle’ nel senso di ‘ritagli’, voce che in italiano ci ha regalato scorza. Quegli stracci sono parenti anche dello scroto, custodia di pelle, in origine custodia per le frecce, faretra. E noi continuiamo curiosi a scrutare la vita.

Lo scopo del guardare

Quando guardiamo abbiamo uno scopo, un fine, un obiettivo. Osserviamo proiettati a ciò che sarà. La parola scopo, d’altro canto, conserva qualche traccia di quel guardare. In greco antico il verbo skopèo voleva dire ‘guardo’, ‘ho nella mira’, ‘cerco di raggiungere’. Skopós era la vedetta, l’osservatore, l’esploratore, la sentinella. Ma quel sostantivo con il tempo è passato a significare anche lo scopo, la mira, la meta, il bersaglio, il segno, il fine.

Un greco verbo affine a skopèo, irrobustito della stessa radice del verbo latino specere, era skèptomai che significava ‘mi guardo intorno’, ‘osservo’, ‘spio’ e anche ‘medito’, ‘pondero’, ‘considero’. Da quel verbo sono derivati gli scettici, i quali sono sì dubbiosi, sospettosi, increduli ma appaiono in prima istanza persone che riflettono, che ponderano e ancora prima che osservano. L’osservazione attenta porta proprio all’analisi dei contesti, alla ponderazione di tutte le forze in campo, al considerare le situazioni nella loro complessità, con i paradossi, le incertezze, le ambiguità che le caratterizzano. Eppure la complessità delle vite e delle circostanze, quella complessità osservata con il distacco dato dal sano scetticismo, non è in contraddizione con l’avere uno scopo, un intento, una meta.

Dal latino specere, che voleva dire guardare e che è parente dei verbi greci citati, si sono generate molte parole in italiano. Tra queste, una parola che porta bene a chi la usa: auspicio.

Gli auspici sono desideri. Permettono (e impongono) il levarsi dello sguardo, l’innalzarsi del capo alla ricerca di un segno, il muoversi della testa per scrutare il cielo. Gli auspici sono una parola intrisa di futuro. Impongono una conoscenza del contesto e la volontà di cogliere i segnali di quello che ci sta attorno, di chi ci sta attorno.

Nell’auspicio convivono due temi. Primo, gli aves, gli uccelli, che consentivano agli indovini di interpretare il futuro, con il loro volteggiare sopra i destini delle persone. Secondo tema, lo sguardo. Lo stesso di specchio, di microscopio, di perspicace, ossia di chi ha lo sguardo acuto e con le proprie osservazioni riesce a penetrare nel senso profondo delle cose.

Auspicare vuol dire vedere lontano, andare oltre il qui e ora, sollevare lo sguardo e cercare aquile, cornacchie, passeri e cicogne disposte a raccontarci qualcosa di quello che sarà. Auspicare vuol dire guardare in direzione delle stelle e scorgere nei loro movimenti il desiderio del nostro movimento.

Scorgere è un po’ guidare al meglio

Scorgiamo le prospettive. Le analizziamo. Riusciamo a vederle. Le distinguiamo con lo sguardo. Scorgere vuol dire proprio ‘individuare con la vista’. Quando ci facciamo scorgere, del resto ci esponiamo allo sguardo di un’altra persona. Nonno di questo verbo è un presunto latino volgare excorrĭgĕre, cioè ‘mettere nella giusta direzione’, ‘guidare con l’occhio’, ‘accompagnare con l’occhio’, da corrĭgĕre ‘raddrizzare’, ‘guidare’ con il prefisso ex-. Da questo verbo antico sono derivate anche le parole italiane correggere e correzione, impastate dell’idea del feedback che consente di rinvenire la strada corretta. Nello scorgere quindi non ci limitiamo a vedere: facciamo sì che il nostro sguardo accompagni con benevolenza l’oggetto visto. Quando scorgono, per magia i nostri occhi diventano la scorta di ciò che è osservato: proteggono, difendono, tutelano proprio nell’atto del vedere. La scorta è l’accompagnamento con lo scopo della guida, della protezione. Lo scorgere è l’avvalersi di una scorta.