La storia artistica di Andres Serrano (New York, 1950) è già un mito. Molte delle sue fotografie sono diventate delle icone contemporanee, è uno degli artisti che ha influenzato maggiormente la cultura visiva dagli anni Ottanta a oggi. Presentando a Venezia una sua antologica, raccolta in una ventina di grandi lavori, si propone al pubblico e ai collezionisti un percorso creativo straordinario che va dalle splendide opere del periodo iniziale (Early works) come Crucifix del 1983 e Pietà del 1985, fino a Black face (Serie Infamous) del 2019. Serrano si è sempre sentito un artista che usa la fotografia e si è richiamato a Marcel Duchamp, alle sue provocazioni e al suo giocare con le interpretazioni delle opere, con i significati diversi di immagini forti spesso legate ai titoli in modo dialettico. Piss Discus (1980) o Black Jesus (1990) fanno parte della serie delle Immersion, foto in cui Serrano riprende degli oggetti che rappresentano soggetti sacri o artistici immersi nell’urina. Alcune opere come Piss Christ (1987) hanno spesso suscitato l’attacco delle organizzazioni cattoliche, ma lo stesso artista americano è vissuto in un ambiente familiare fortemente religioso.

Il valore delle Immersion non consiste nell’offendere banalmente dei simboli legati alla religione o alla bellezza dell’arte, ma nel mostrare come il liquido corporeo non nasconde il potere dei simboli, ma li esalta. Il liquido immerge i soggetti in una luce giallo-rossastra leggermente velata metafisica. Del resto, Serrano lavora sempre in studio tranne rarissime eccezioni, quello che “si vede” nelle opere nasce sempre da una progettualità attenta e mai casuale. La sua attenzione al mondo dell’arte è continua e corre di pari passo con i suoi straordinari personaggi che sembrano usciti da pagine di letteratura e invece appartengono alla realtà di luoghi vicini come gli USA o come Gerusalemme, dando spesso dignità a sconosciuti, homeless (Serie Nomads), o personaggi fuori dall’ordinario. A questo proposito Andres Serrano dice esplicitamenteb che questi ritratti fotografici, sempre realizzati in studio, sono dei veri e propri autoritratti, le persone si presentavano vestite e predisposte a diventare delle icone.

Una serie sempre particolare e di valore assoluto è quella dedicata alla Morgue, la camera mortuaria, in cui soprattutto morti senza nome (Dead unknown, 1992) vengono portati per verificare le cause del decesso. Sono tutte immagini di una forza unica, con dettagli come le mani o un particolare del viso, come nel caso di una bambina morta per meningite Fatal meningitis 1992, una serie che esprime una grande pietà umana di valore iconografico unico.

Il titolo della mostra Sacro e profano fa comprendere come il lavoro del fotografo newyorkese oscilla continuamente tra questi due poli che mettono insieme la vita vissuta e l’arte, la sacralità vissuta a livello iconico e popolare. Tre opere della serie Holy works del 2011 sono il punto di equilibrio perfetto: El gran cabron, The grand cardinal e Pietà sono immagini che incutono rispetto e paura, che lavorano sul limite tra luce e ombra, tra fanatismo e ragione. Sono foto di simboli tra religione e superstizione,ancora una volta Serrano affronta il tema della divinità nell’uomo e nella sua immaginazione.

Questa mostra affronta anche altri temi caratteristici di Serrano come i tabù della sessualità nelle sue declinazioni, anche estreme o come anche la presenza degli anonimi incappucciati del KKK. E vi è anche il ritratto di Donald Trump, realizzato nel 2004 nell'ambito della serie America. A partire dalla sua prima elezione alla Presidenza degli Stati Uniti, Serrano ha infatti sviluppato l'installazione The game: all things Trump, una sorta di ritratto multimediale dell'uomo e di come è riuscito a diventare Presidente, costruito attraverso un vasto insieme di gadget, oggetti, immagini e documenti. Il progetto è stato proposto per il Padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia di quest'anno.