Un uomo anziano, con un cappello a tesa larga e un cappotto scuro, si staglia in controluce davanti a un edificio moderno. La facciata di vetro e cemento sale vertiginosa verso un cielo plumbeo. L'uomo è piccolo, fragile, ma la sua presenza è enorme. Il suo sguardo, rivolto altrove, sembra cercare qualcosa che non c'è più.

È la fotografia che chiude il catalogo ed è l'ultima che il visitatore incontra in mostra. Non è un caso: è una specie di congedo, un invito a portare con sé lo sguardo di quell'uomo, la sua dignità, la sua solitudine.

Un vecchio paese. Dove il passato e il futuro si scontrano è la mostra personale di Lorenzo Barbieri Hermitte, italiano di nascita ma cresciuto a Londra fino ai ventiquattro anni, che torna in Italia e sceglie di guardarla con occhi nuovi, ma non innocenti. La sua è una posizione liminale: quella di chi conosce l'Italia per sentito dire, per ricordi di vacanze, e poi la riscopre nella sua complessità, nelle sue contraddizioni, nella sua bellezza sfuggente. Da questa distanza — anagrafica, geografica, emotiva — nasce un'indagine che non è reportage né documentario, ma una meditazione per immagini.

Il titolo è un omaggio dichiarato a Un paese di Cesare Zavattini e Paul Strand (1955), ma è anche un'espressione che l'autore ha sentito risuonare con forza nuova durante un viaggio in Barbagia, nel 2024, mentre fotografava il carnevale sardo. In quel momento, quelle parole hanno assunto un significato più profondo: non solo l'Italia che invecchia, ma l'Italia che resiste alla propria scomparsa, che si aggrappa a riti ancestrali, a maschere inquietanti, a gesti antichi, come se il tempo potesse essere fermato.

La mostra si articola in quattro movimenti distinti ma complementari, che uniscono in un unico ordito visivo le strade verticali di Milano, le solitudini pastorali dell'Abruzzo e i riti ancestrali della Sardegna.

Il primo, dedicato agli anziani, nasce dall'esperienza personale del fotografo con i nonni quasi novantenni, con cui ha vissuto a Milano. È qui che Barbieri Hermitte tocca con mano la fragilità e la forza di una generazione che sta scomparendo, portatrice di una memoria che rischia di andare perduta. In mostra, il movimento si apre con il volto di un uomo anziano in primissimo piano: le rughe, lo sguardo stanco ma vivo, il cappello di lana calcato sulla fronte. Accanto, le mani di un altro anziano intrecciate sul ventre, in una posa che è insieme attesa e resa. E poi il profilo di una donna, con il capo coperto da un fazzoletto e gli orecchini che brillano nel controluce: una dignità antica, che non si arrende.

Il secondo movimento, sui vecchi artisti e mestieri, esplora il rapporto tra l'uomo e il lavoro, tra le mani e la materia, in un'epoca in cui la rivoluzione digitale ha reso obsoleti gesti che erano parte integrante dell'identità collettiva. Le fotografie sono le più tattili: il trattore arrugginito abbandonato su un terreno ghiaioso, con i cingoli consumati e il colore spento dalla pioggia e dal sole; le scarpe di legno appese a un chiodo, consumate dal tempo e dall'uso; il pastore con il cane, la mano che si posa sul collo dell'animale con una confidenza che è anche tenerezza. Immagini che parlano di un mondo in cui le cose si facevano, si usavano, si consumavano, e in cui il lavoro era ancora una forma di relazione con la materia e con gli altri.

Il terzo movimento, dedicato al carnevale sardo e alle cerimonie religiose, è forse il più misterioso e affascinante. Qui l'autore cattura il momento in cui il passato non è più nostalgia, ma rito, mito, leggenda. Le maschere della Barbagia, con i loro volti neri e gli occhi ferini, non sono folklore per turisti, ma simboli di un rapporto arcaico con la natura, con l'animale, con il divino. In mostra, queste immagini sono le più inquietanti e magnetiche: il volto coperto di fuliggine, incappucciato, con gli occhi che brillano di una luce selvaggia; l'uomo avvolto in una pelle di pecora, con le campane legate alla vita e le catene che gli stringono i polsi; la processione dei bambini in abiti tradizionali, con i volti seri e gli sguardi rivolti altrove. E poi le mani delle donne, con il rosario che pende tra le dita e gli anelli che brillano alla luce del sole.

Il quarto movimento, il più silenzioso e doloroso, è quello sui borghi che scompaiono, sulle aree interne che si svuotano, sui paesi che restano solo come rovine di sé stessi. Dai silenzi degli altipiani d'Abruzzo fino ai paesi arroccati della Sardegna, i muri sbriciolati e le finestre rotte accanto a una casa con l'insegna "Vendesi" si fanno metafora di un'erosione più profonda.

La fotografia di Barbieri Hermitte è prevalentemente in bianco e nero, ma non è mai neutra. È un bianco e nero caldo, quasi materico, che restituisce la grana della pelle, la rugosità delle mani, la consistenza della lana e del legno. Accanto alle immagini in bianco e nero, alcune fotografie a colori restituiscono la materia viva del mondo ritratto: la ruggine del trattore, il cielo sopra gli altipiani, la luce che accende gli oggetti. Le immagini sono spesso ravvicinate, intime, ma non invasive. C'è rispetto per i soggetti, mai pietismo. Gli anziani non sono vittime, ma custodi: di un sapere, di una storia, di un modo di stare al mondo. I loro volti sono paesaggi, le loro mani raccontano più di qualsiasi didascalia.

Questa attitudine avvicina il suo lavoro a quello dell'antropologo americano Frank Cancian, che nel 1957, poco più che ventenne, si recò a Lacedonia, in provincia di Avellino, il paese natale dei genitori, e vi trascorse sette mesi fotografando la realtà sociale e culturale dell'Irpinia. Entrambi si recano nella terra delle origini dopo essere cresciuti altrove, con uno sguardo insieme partecipe e distante. Ma se Cancian guarda dall'esterno verso l'interno, con la disciplina dello scienziato sociale, Barbieri Hermitte compie il percorso inverso: muove dall'interno — da una memoria intima — per proiettarla sul paesaggio collettivo.

Un vecchio paese è una mostra sulla mortalità e sulla vita che continua nonostante tutto. Nasce da una perdita e si trasforma in una domanda: cosa resta di noi se non resta nulla di noi? La risposta, forse, è nelle immagini stesse: resta lo sguardo, resta la luce che si accende dentro, resta il colore che resiste all'oblìo.

In un'epoca in cui tutto sembra accelerare, la scelta di fermarsi, di guardare, di ascoltare è già un atto politico. Un vecchio paese è un invito a non dimenticare, ma anche a non idealizzare. È un ponte tra chi c'era e chi verrà. È, in fondo, un atto d'amore.