Anima e corpo: le donne di questo secolo hanno rivoluzionato mille volte la loro immagine, diventando, di volta in volta, sinuose, mascoline, maggiorate, innocenti, provocanti.
All’inizio del Novecento il petto è sostenuto, la vita compressa nei pericolosi bustini steccati. C’è una grande contraddizione tra l’esigenza di un viso paffuto, di carni morbide esposte dalle ampie scollature, e il girovita inesistente che mette in risalto gonne sontuose.
Il concetto di “benessere”, nelle forme e nei costumi, resta la parola d’ordine del primo ventennio del secolo, vagheggiato e perseguito anche dopo i duri anni del primo conflitto mondiale.
È intorno al 1925 che avviene la prima vera rivoluzione dei canoni femminili: dall’America del jazz arriva il Charleston. Poche sanno ballarlo. In compenso, è una liberazione.
Sotto il vestito, niente. Niente più busti e stecche, niente mutandoni. Qualcuna si presenta alle corse dei cavalli a capo scoperto, con i capelli tagliati e la gonna scandalosamente corta.
Via anche il reggiseno: compaiono i primi slip. Ma nascono altri obblighi.
La dieta infuria, le “brassière” vanno a ruba: fasce strettissime intorno a un seno che deve essere minimo. Del girovita non importa più nulla, ma si pretendono gambe e braccia lunghissime. L’ideale è una gracilità efebica e raffinata.
I lineamenti si fanno marcati: dominano gli zigomi. Le più eccentriche non hanno che l’imbarazzo della scelta. Trasgressione e originalità diventano un must.
In America negli anni 1920–1929, i cosiddetti Roaring Twenties, dove le case diventano veri e propri palazzi illuminati come teatri, scenografie di una vita mondana in cui tutto è spettacolo. Arrivano ospiti sconosciuti da ogni parte della città, attratti dal fascino delle grandi feste che sembrano non finire mai.
Si balla jazz fino all’alba, tra luci, musica e movimento continuo, in un’atmosfera sospesa tra realtà e sogno.
È un mondo fatto di lusso ed eccesso, dove le maschere sociali e l’apparenza contano più della sostanza, e ogni gesto sembra parte di una rappresentazione.
In questo scenario, come in un’immagine tipica dell’epoca, “domestici neri dipinti d’oro e pallide tigri d’appartamento concludono i look dei ruggenti anni ’20”, a sottolineare il gusto per l’esotico, il teatrale e l’ostentazione tipici di quel tempo.
Poi il 1929 è vicino e, in Italia, il clima cambia. Negli anni del regime di Benito Mussolini, il corpo femminile torna a essere oggetto di controllo e narrazione politica.
Arrivano misure demografiche come la tassa sul celibato e incentivi alla maternità. I concorsi di bellezza, di gusto troppo moderno e internazionale, vengono scoraggiati. L’ideale promosso è quello di una donna forte, sana, fertile: una bellezza meno esibita, più funzionale.
E come spesso accade nei tempi difficili, le forme ritornano ‒ se non nella realtà, almeno sulle riviste del regime. E si sogna altrove: Jean Harlow, i capelli platino, le curve hollywoodiane.
Durante la guerra «la bellezza è una lunga pazienza», come scrive una rivista per signore. Pazienza nel trasformare l’austerità in eleganza, nel piegare la severità delle uniformi a una femminilità che non vuole scomparire.
I tessuti sono pochi, i cosmetici quasi introvabili; si inventa allora una bellezza domestica, fatta di rimedi improvvisati e di piccoli rituali quotidiani.
Anche un semplice tuorlo d’uovo spalmato sul viso può diventare un lusso, quando tutto il resto manca e perfino gli alimenti sono distribuiti con la tessera annonaria, il documento che durante la guerra permette di acquistare solo quantità limitate di beni essenziali.
In Italia la tessera stabilisce quantità precise per ogni bene di prima necessità: pane, zucchero, olio, sapone.
Nel Regno Unito il sistema è simile, ma prende la forma dei ration books, libretti che registrano e controllano ogni acquisto di carne, burro e tè.
Negli Stati Uniti il razionamento è meno rigido, ma esistono comunque coupon per zucchero, caffè, benzina e altri beni essenziali, a seconda delle esigenze della guerra.
Nel dopoguerra il corpo ha bisogno di riesplodere e, con lui, l’eleganza.
Dalla Francia di Christian Dior nasce una nuova sensualità: vita stretta, linee morbide, il ritorno dell’abito che celebra il corpo.
Simbolo di questa svolta è il Bar Suit, presentato nel 1947, con la sua silhouette a clessidra fatta di vita di vespa, spalle arrotondate e gonne ampie.
Dopo gli anni delle uniformi e delle privazioni, la moda torna a esaltare le curve e la femminilità, inaugurando quella che verrà definita la stagione del New Look.
Dall’Italia, invece, si costruisce un’eleganza che non rincorre ma si afferma attraverso il cinema e le sartorie romane: le Sorelle Fontana. Vestono le dive del grande schermo e firmano anche uno dei primi grandi eventi mediatici internazionali del dopoguerra: l’abito da sposa di Linda Christian per il matrimonio con l’attore hollywoodiano Tyrone Power, celebrato in Italia nel 1949.
In quello stesso immaginario nascono icone come Silvana Mangano, Sophia Loren e Gina Lollobrigida, volti di una bellezza piena, mediterranea, immediatamente riconoscibile.
E poi arriva il mito.
La donna assoluta, incarnazione del desiderio: Marilyn Monroe, in America negli anni Cinquanta, nel pieno del boom hollywoodiano e della nuova cultura dell’immagine, diventa l’icona di una femminilità che si trasforma in spettacolo, sogno e leggenda.
Negli stessi anni si afferma anche un altro tipo: quello ribelle e inquieto di James Dean, mito breve e intenso della metà degli anni Cinquanta, accanto alla sensualità spontanea di Brigitte Bardot.
Negli anni Sessanta, quasi naturalmente, sulla scena compare Mary Quant, stilista britannica che nella Londra dei primi anni Sessanta rivoluziona il guardaroba femminile con la minigonna. “Possono indossarla tutte”, dirà.
Eppure, sembra fatta per corpi esili come quello di Twiggy, icona inglese lanciata nel 1966 dalla Swinging London.
Ancora una volta il seno scompare, i capelli si fanno lisci e lunghi, il corpo si assottiglia. L’ideale diventa androgino, fragile, quasi negato.
Poi arrivano gli anni della contestazione. Le donne rifiutano i canoni, bruciano simbolicamente i reggiseni, si sottraggono allo sguardo che le definisce.
Ma a ogni rivoluzione segue una restaurazione.
Negli anni Settanta rifiorisce una femminilità che torna ad amare il piacere, più consapevole, più libera. E nei primi anni Ottanta prende forma un nuovo mito: la donna manager.
Solo che i miti, ormai, non funzionano più. Forse perché arrivano dai mass media, forse perché non riescono più a contenere la complessità.
E così le donne, sempre più spesso, fanno “da mercante” tra immagini, ruoli e aspettative. Forse, silenziosamente, hanno iniziato a scegliere qualcosa di diverso: non essere un’idea, ma un corpo reale.















