Era il 1990 quando George Michael, con il suo inconfondibile carisma, chiamò le supermodelle più ambite del pianeta per il video Freedom! '90.
Naomi Campbell, Cindy Crawford, Linda Evangelista, Christy Turlington e Tatjana Patitz non erano ancora icone universali, ma quel momento le proiettò istantaneamente nel mito. Cantavano in playback la sua canzone, incarnando la libertà, la potenza e la bellezza di una nuova era.
Non erano solo modelle: erano muse, simboli, rivoluzione.
L’anno successivo, Gianni Versace portò quella rivoluzione in passerella. Nella sfilata Autunno/Inverno 1991, sulle note dello stesso brano di Michael, le quattro – Naomi, Cindy, Linda e Christy – chiusero la sfilata camminando fianco a fianco. Fu un momento iconico, la consacrazione definitiva delle supermodels. Da quel giorno la moda non apparteneva più solo agli abiti, ma anche a chi li indossava.
Dietro quella gloria c’era una storia di umiltà, sacrificio e determinazione.
Linda Evangelista ricorda gli anni in cui cercava di farsi strada in un mondo che sembrava non appartenerle. I suoi genitori erano emigrati dall’Italia in Ontario, Canada. Erano severi, ma la madre intuì presto quanto la moda fosse importante per lei e la iscrisse a una scuola per modelle. L’avevano cresciuta all’Italiana.
Lavorava in un supermercato dove c’era uno scaffale di riviste, nel tempo libero le sfogliava, ritagliava le immagini e le appendeva in camera. Ha sempre amato la moda, ne era ossessionata!
Iniziò a lavorare come modella, e dopo tre anni, nonostante le trasferte a Parigi, riceveva ingaggi, ma tutti di basso profilo. Cercava di essere chi volevano loro, quando andava al lavoro, sia che si trattasse di fotografi o di stilisti, lei voleva accontentarli.
Eppure, in quel tentativo costante di adattarsi, la sua vera identità restava in ombra. Il suo agente dopo tre anni le disse che avrebbe dovuto ricominciare da capo perché il suo portfolio non faceva colpo su nessuno.
Il cambiamento arrivò con Peter Lindbergh. Per il provino non portò neppure il portfolio, e lui la ingaggiò.
«Peter era un artigiano», racconta Linda. «Le sue foto avevano un’estetica nordica, uno stile industriale. Era schietto e creava atmosfera. Le sue immagini erano realistiche. Se c’era qualcuno che aveva fotografato la vera me, quello era “Peter”. Io sognavo di fare la modella (non mi hanno scoperto), l’ho scelto!»
Poco dopo arrivò il taglio di capelli. Corto, deciso, moderno: un gesto semplice ma potente, la trasformazione che le permise di mostrarsi finalmente per ciò che era davvero.
Da quel momento Linda non si adattava più alla moda: era lei a guidarla, a plasmarla.
Nel pieno della carriera era un camaleonte, riusciva a diventare chiunque il fotografo le chiedesse di diventare.
Naomi Campbell è cresciuta a Londra, dove fin da piccola ha studiato arte drammatica e danza. Sua madre aveva sempre fatto il possibile per garantirle un’educazione solida.
L’aveva iscritta a una scuola privata, pagando la retta come tutti gli altri. «Avevo cinque anni quando qualcuno mi chiamò negra. Non accettavo di essere trattata in quel modo: avevo lo stesso diritto degli altri di essere lì».
Negli anni Ottanta, dopo le lezioni, andava spesso con gli amici a Covent Garden, un luogo pieno di musica, spettacoli e movimento. Un giorno una donna americana si avvicinò e le chiese se avesse mai pensato di fare la modella. Prese il biglietto, ma ci mise una settimana prima di chiamare.
All’epoca sua madre non approvava quel mondo, così iniziò senza dirglielo.
La madre di Naomi, nata in Giamaica e trasferita da bambina in Inghilterra, l’aveva cresciuta da sola, facendole da madre e da padre. Quando l’agenzia le propose di lavorare negli Stati Uniti, Naomi trovò finalmente il coraggio di dirglielo.
La reazione della madre fu immediata e dura: si arrabbiò molto quando scoprì che aveva iniziato di nascosto e temeva che quel lavoro potesse portarla fuori strada.
Dopo lo sfogo, però, capì quanto quella opportunità fosse importante e, pur con timore, le diede il permesso di partire da sola per New Orleans.
Da lì, la sua carriera iniziò a prendere forma, grazie al suo talento naturale, alla determinazione e alla forza che aveva già mostrato fin da bambina.
La Venere nera così la sentivo chiamare io in Italia, durante i primi tg che parlavano di lei.
«Guardandoci allo specchio, sembravamo donne forti… e iniziammo a crederci anche noi», racconta Cindy Crawford. «Sono cresciuta nel Midwest, tra la neve e il maltempo. Affrontai la perdita precoce di mio fratello e poi la separazione dei miei genitori. In estate, una volta raggiunta una certa altezza, i ragazzi lavoravano nei campi di mais. Tornavano a casa coperti di terra e insetti, e la madre li lavava con il tubo prima di farli entrare in casa. Dopo quella tragedia, io e le mie sorelle sentimmo la pressione di essere bambine perfette. Non ho mai pensato di essere speciale o diversa: non ero brutta, ma nella mia scuola in Illinois le ragazze considerate belle erano quelle piccoline che facevano le cheerleader.»
Non aveva mai immaginato di posare, finché un fotografo le chiese se volesse fare delle foto. Per il padre fare la modella non era un vero lavoro: pensava fosse un sinonimo di prostituta. Così i suoi la accompagnarono al primo appuntamento. L’agente era perplesso, notando anche un neo sul viso.
Le foto di prova vennero abbastanza brutte e inutilizzabili, ma il parrucchiere notò qualcosa in lei e mostrò le foto all’agenzia Elite di Chicago. Ottenne la pubblicità per un department store di reggiseni. Due settimane dopo, a scuola, le sue foto erano ovunque e i miei compagni la stuzzicavano. Pensò: «Mi hanno dato 120 dollari per fare questa cosa… meglio che lavorare nei campi».
Christy Turlington, figlia di madre salvadoregna e padre pilota americano, iniziò molto giovane a lavorare come babysitter e a pulire le stalle.
Viveva in periferia e andava a scuola, sperando che esistesse qualcosa di meglio. La madre, originaria di El Salvador, era assistente di volo per la Pan Am e incontrò il padre, pilota del Nord della California; successivamente si trasferirono nella baia di San Francisco.
Un giorno, nel fienile, incontrò un fotografo che le chiese se avesse mai posato per delle foto. La madre inizialmente disse di no, ma poi portò Christy e sua sorella da un agente di moda. A quindici anni iniziò a posare per abiti da sposa, un’esperienza insolita, ma che le permise di guadagnare indipendenza e sicurezza.
Poco dopo conobbe i Ford, i fondatori della celebre agenzia Ford Models. Vivevano in una grande casa a New York tra East 78 e Lexington, che fungeva da sorta di dormitorio per le giovani modelle: lì tutte potevano vivere, studiare e prepararsi per il lavoro, condividendo sogni e ambizioni. Successivamente incontrò Arthur Elgort, che cambiò tutto: lui fotografava ballerini e musicisti e le insegnò a sentirsi a suo agio davanti all’obiettivo.
Poi partì per Londra, dove incontrò Naomi Campbell. Tra loro nacque subito un’amicizia destinata a durare.
Ognuna di loro proveniva da contesti diversi, ma tutte avevano in comune una disciplina ferrea, un’ambizione controllata e un desiderio di eccellere.
E, cosa fondamentale, un forte senso di solidarietà. Lavoravano insieme, si consigliavano e si supportavano.
Dopo il video di George Michael e la sfilata di Versace, furono richieste in tutto il mondo, diventando simboli globali.
Il loro fascino non stava solo nella bellezza, ma nella personalità: chiunque le incontrasse percepiva la determinazione, l’intelligenza e la sensibilità di queste donne straordinarie. In molti casi, fotografi e stilisti si innamoravano più della loro presenza che dei capi che indossavano, e Versace stesso celebrava questa forza, elevandola.
Le amicizie tra loro non erano superficiali: erano legami profondi, costruiti sulla condivisione di esperienze e sacrifici.
La competizione esisteva, ma la solidarietà era il vero segreto del loro successo. In quegli anni, le supermodelle ridefinirono l’idea stessa di carriera nella moda, mostrando che talento, disciplina e sostegno reciproco erano fondamentali quanto la bellezza.
Altri nomi, pur non al centro del racconto iniziale, contribuirono a rendere quell’epoca unica: Claudia Schiffer, Tatjana Patitz, Elle Macpherson e Stephanie Seymour, facevano parte anch’esse del pantheon delle icone, portando nuove sfumature e stili al gruppo di supermodelle. Insieme, queste donne rappresentarono una rivoluzione nella moda, cambiando non solo le passerelle, ma anche la percezione del ruolo della donna nel settore.
Ancora oggi, rivedere quei video, le sfilate e le fotografie è un’esperienza che trasmette emozione. La loro storia non parla solo di bellezza, ma di disciplina, resilienza, amicizia e determinazione: qualità che hanno trasformato giovani ragazze di origini diverse in icone immortali della moda mondiale.
Ogni dettaglio delle loro vite private, dai primi sacrifici familiari alla scoperta del talento, emerge come elemento cruciale del loro successo.
Senza la forza dei legami e la voglia di superarsi, nulla di quello che abbiamo ammirato negli anni Novanta sarebbe stato possibile.














