Nel 2026 ha visto la luce il saggio di Pasquale Tucciariello: Macroregione Sud e Gestione del Territorio, Centro Studi Leone XIII per i tipi della Photo Travel di Rionero al Vulture (PZ).

Prima di entrare nel merito della materia di questo testo storico, politico, culturale ed economico occorre, forse, premettere alcune considerazioni geografiche; non tanto o non solo riguardo alla posizione del Mezzogiorno italiano nel Mediterraneo, quanto alla composizione dei territori che rientrano nella visione dell’Autore.

Infatti, abbiamo di fronte almeno tre possibilità.

La prima riguarda la storia non recente, ma nemmeno risalente a più di 25 secoli fa e, con maggiore attenzione agli ultimi 8 secoli e all’Italia cosiddetta preunitaria: in tal caso il Mezzogiorno comprende il Sud Pontino, la Ciociaria, l’Abruzzo, il Molise e la Sardegna.

Nella seconda versione (quella proposta dall’Autore) è battezzata Macroregione meridionale, ci si riferisce solo ai restanti territori o attuali regioni: Campania, Basilicata o Lucania, Puglia, Calabria e Sicilia. Nella terza “lettura” abbiamo una definizione dove, oltre l’Italia meridionale, sono compresi i Paesi del Nordafrica e la Grecia: è la Regione Mediterranea per cui l’Unione Europea ha stabilito una serie di agevolazioni e previdenze strategiche (persino monetarie) di cui non sarebbe poco importante occuparsi in altre sedi.

Qui, dunque, seguiremo le indicazioni di Pasquale Tucciariello, l’Autore di questo saggio, riguardanti la seconda possibilità, definita Macroregione Meridionale.

L’obiettivo, infatti, è quello di partire da un’efficace prospettiva economico-politica che consenta al Mezzogiorno d’Italia di ritrovare una sua forza propositiva e strategica tale da rilanciarlo sia a livello nazionale (senza esclusioni consequenziali per le realtà del Sud nominate all’inizio) che a livello dell’area geografica mediterranea, come più sopra identificata.

Tucciariello parte da qualche secolo prima della nostra Era, per sottolineare l’importanza della presenza tarantina e, superati i vari aspetti (e, ovviamente, contributi) greci, romani e della fase Altomedievale, approdare alla luminosità normanno-sveva; segue la fase aragonese, mentre le dominazioni di Francia, Spagna e Austria – che precedono l’epopea borbonica – vengono citate solo per amore di completezza; ma considerate, a differenza delle altre, poco significative.

Questo schema potrebbe sembrare arbitrario se non si ragionasse in termini tucididei: la Storia era composta, per Tucidite, solo da situazioni, eventi o retaggi “ktema es aiei” (possesso per sempre).

Ruggero, Federico, Manfredi, Alfonso, Carlo e Ferdinando (tanto per citare i più noti e recenti) sono, dunque, depositari di un retaggio e di una sostanza strategica che, recuperata e identificata, consente di porre le basi sociali, politiche, economiche, culturali di un Mezzogiorno d’Italia che risorge e si attrezza per un futuro all’altezza della sua Storia: di qui la sottolineatura di un’identità al contempo complessa e profonda, di cui è necessario che i giovani, consapevoli, vadano fieri; ne facciano un vero e proprio programma di vita che, pur nel rispetto della vocazione individuale (connessa, materialmente e spiritualmente alla sopravvivenza della specie) si spinga oltre.

Vale a dire, elabori e concretizzi un progetto da lasciare alle generazioni future, non solo in termini di beni fisici – da tramandare agli eredi e ai posteri – ma soprattutto di qualcosa di più, qualcosa che sappia significare una continuità con i pilastri della Storia meridionale, da Tucciariello ottimamente sintetizzata.

Una Macroregione, quindi, che sappia riaprire un dialogo costruttivo con le rive sud ed est del Mediterraneo, cosciente del concetto di pace che fu proprio degli Svevi e dei Normanni: mai come oggi, infatti, è pregnante il messaggio francescano di valorizzazione della più importante – di gran lunga più importante – ricchezza, consistente nelle relazioni umane, culturali, commerciali, economiche; in un mondo, invece, che si sta perdendo e sta perdendo anche le sue maggiori ragioni religiose, per accettare l’opposta logica del conflitto, dovrebbe brillare la luce della cooperazione tra i Popoli (a maggior ragione se portatori di approcci etnici differenti).

A seguire, reti infrastrutturali che colleghino il Sud dell’Italia con l’Africa e fungano da ponte per le altre nazioni rivierasche non possono che rifarsi ad un retaggio di sviluppo economico e sociale d’avanguardia; com’è sempre stato, da millenni a questa parte, certamente fino all’apertura del Canale di Suez.

Quest’ultima ha visto svilupparsi tre ordini di conflitto, sempre seguiti dalla caduta di una potenza militare:

  1. La nascita dello Stato Unitario Italiano in chiave filoinglese ed antiborbonica;

  2. La caduta dell’Impero britannico nel 1956 ad opera degli USA contro Francia, Regno Unito e Israele;

  3. È in corso il ridimensionamento dell’impero americano che dovrebbe finire per trascinare dietro le altre potenze volte alla guerra continua invece che ad una pace vera, giusta e duratura.

Tramontata l’era della globalizzazione selvaggia che ha visto, in poco più di un trentennio, la sostituzione delle produzioni tradizionali (non solo agricole, ma soprattutto agricole), siamo all’alba di una nuova era di sviluppo locale, di valorizzazione del territorio, di rilancio delle vocazioni storiche, della cultura mediterranea e meridionale.

Per ottenere risultati adeguati, però, occorre porsi all’avanguardia, vale a dire: rilancio dello Stato come luogo di sintesi della coscienza e della consapevolezza dei cittadini e delle loro espressioni rappresentative; pieno esercizio della sovranità monetaria, senza la quale non è possibile avanzare in nessun campo; introduzione di tecnologie energetiche che liberino risorse e consentano l’abbandono dell’attuale asservimento agli speculatori finanziari che dominano tale importante campo; ricorso al credito bancario per trasformare il risparmio in investimenti produttivi nel territorio e consentire alle imprese di collegare il fatturato non ancora realizzato con gli impegni di spesa a più breve termine.

Sono questi alcuni degli spunti che, se raccolti dai giovani, dalle famiglie e dalle imprese renderanno lo sforzo del testo di cui si è discusso, non un mero esercizio culturale, ma anche una guida per elaborare programmi futuri da realizzare con l’urgenza che le cose necessarie sempre richiedono.