È da molto tempo che ci si interroga, di fronte alla recrudescenza dei cambiamenti climatici (ne è riprova la torrida estate in corso) su cosa si possa fare e con quali metodi per affrontare i danni attuali e potenziali. Un caso di scuola certamente è quello che riguarda i grandi centri urbani, le metropoli, ma anche tutte le realtà dove la cementificazione eccessiva e la perdita del benefico apporto delle piante hanno via via aggravato la situazione.

Certamente, come dinanzi ai fenomeni più violenti (si pensi a quanto accaduto in Nepal), sorgono molte domande e le risposte sono tutte potenziali e prospettiche. I danni sono reali e contingenti; le possibilità di mitigarli, contenerli o invertirli sono futuribili e, in tempi medio-lunghi, perseguendo interventi decisi, condivisi in tutto il mondo e protratti da oggi (da ieri sarebbe meglio dire) per tutto il tempo necessario!

Nel caso in esame si tratta di comprendere con quali metodi e con quali tempi intervenire nelle nostre città per renderle più vivibili anche e soprattutto quando la natura si fa inclemente. A soccorrerci è uno studio condotto dal Cnr-Iret in collaborazione con il College of Environmental Science and Forestry della State University of New York, pubblicato sulla rivista Nature Partner Journal Urban Sustainability. Secondo quanto appurato dai ricercatori: “raggiungere almeno il 30 per cento di copertura arborea potrebbe diminuire significativamente l’impatto delle temperature elevate nelle città italiane”.

Il gruppo ha analizzato i dati di Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Firenze, Genova, Palermo, Roma, Torino e Verona, città diverse per dimensione e condizioni geografiche. La domanda dalla quale ci si è mossi è che cosa sarebbe accaduto se ogni quartiere oggetto di attenzione avesse avuto almeno il 30 per cento di copertura arborea durante la storica ondata di calore dell’estate del 2003? Stando alle stime si sarebbe potuto abbassarne di circa il 36% l’impatto, misurato come eccesso di mortalità da calore nella fascia di età dai 65 anni in su.

Se confrontiamo questo schema con la situazione attuale, a ventitrrè anni di distanza e guardiamo a quanto si è fatto e si sta facendo, appare evidente il ritardo in atto in termini di programmazione, quasi l’introduzione massiccia di alberi di taglia media e di alto fusto e, più in generale, il manto verde in genere, siano una “roba da ricchi”, una “sciccheria”.

Nello studio in questione – si legge nel comunicato sulla ricerca – gli autori –Theodore Endreny, Marco Ciolfi,Anna Endreny, Francesca Chiocchini e Carlo Calfapietra del Cnr-Iret e della State University of New York – hanno utilizzato il sofisticato modello climatico urbano “i-Tree Cool Air”, che combina dati su temperatura, umidità, copertura del suolo e vegetazione, stimando come gli alberi raffreddino l’ambiente attraverso ombreggiamento ed evapotraspirazione, cioè il processo con cui rilasciano acqua nell’atmosfera contribuendo a dissipare il calore.

I benefici sarebbero particolarmente importanti nei quartieri più cementificati e densamente abitati, dove l’effetto dell’isola di calore urbana si manifesta più intenso – hanno spiegato Ciolfi e Chiocchini – il raffreddamento prodotto dipende anche dalla disponibilità d’acqua: nei climi mediterranei, sempre più soggetti a siccità, potrebbe essere necessario integrare infrastrutture verdi e sistemi efficienti di gestione delle acque per mantenere gli alberi in salute senza aumentare eccessivamente l’umidità.

Rispetto all’urgenza di preparare le città al caldo estremo, questo lavoro di ricerca propone una soluzione concreta. Le foreste urbane possono diventare una soluzione per la resilienza climatica, a beneficio della salute pubblica e della qualità della vita, assieme a maggiori superfici permeabili e sistemi di gestione dell’acqua piovana. Il lavoro evidenzia anche altri benefici: minor inquinamento atmosferico e deflusso di acque piovane grazie a superfici più permeabili, maggiore assorbimento di CO2. Nel complesso, l'incremento di alberi sarebbe associato a benefici ambientali collaterali forniti dai servizi ecosistemici che mediamente si stimano sui 56 mila dollari all’anno per chilometro quadrato.

Dunque, ammesso che siamo in forte ritardo, è bene capire in che cosa consista questo tipo di interventi. La forestazione urbana è la pratica di piantare, gestire e curare alberi e vegetazione all'interno e intorno alle aree urbane per migliorare la qualità della vita e l'ambiente. Le soluzioni da adottare, secondo gli esperti, si basano sulla natura e sfruttano i processi naturali per affrontare i problemi ecologici e climatici delle città. Non si tratta di interventi semplici perché sono soprattutto interventi diffusi che comprendono la creazione di boschi urbani, parchi, viali alberati, tetti verdi e pareti vegetali. Sempre secondo natura occorre agire in modo mirato utilizzando specie autoctone adatte al clima locale per ridurre concretamente la necessità di manutenzione e sprechi d'acqua.

Questo lo stato degli atti e la semplicità della proposta che appare a tutti naturale e quasi ovvia. Ben diverso, ovviamente, l’aspetto pratico di ogni intervento che deve fare i conti letteralmente con costi importanti per dare attuazione costante e continua a questi interventi. Ma soprattutto a quello che è il tallone d'Achille per la maggior parte, se non per tutte, delle amministrazioni pubbliche che devono affrontare questo vero e proprio ridisegno dell'abitabilità urbana: la manutenzione e la cura di tutto questo mantello verde che si vorrebbe realizzare.

In un’epoca contraddistinta come l’attuale dalla recrudescenza della siccità, meglio sarebbe dire della grave incapacità di contenere gli sprechi idrici (nel nostro paese oltre il 45 per cento e più delle risorse idriche va sprecata per mancata manutenzione degli impianti e per intrecci burocratici inestricabili, si tratta di una duplice sfida. Da un lato immaginare e programmare gli interventi, dall’altro di immaginare un sistema che sappia rinnovarsi e rigenerarsi perché quanto viene realizzato non sia abbandonato all’incuria o al disinteresse o alla dura legge dell’economia.

Gli interventi e le coperture verdi e le risorse idriche devono essere iscritti nei capitoli dei bilanci, divenirne parte integrante e insopprimibile. Una vera e propria rivoluzione copernicana della gestione delle risorse e dei patrimoni che si ereditano e che si creano guardando a un diverso futuro e a una diversa abitabilità delle nostre città. Una sfida certo, ma che non può più attendere di essere disattesa!