Come dicono alcuni antropologi, tra i quali uno dei più noti certamente è Francesco d’Errico, un italiano che da molti anni lavora per l’Università di Bordeaux in Francia, l’uomo, con tutte le sue capacità cognitive e intellettive, per mettere in pratica l’innovazione tecnologica non ha bisogno del suo patrimonio genetico, ma di quello culturale. Nei processi culturali la biogenetica e la sua evoluzione sono secondarie, anche se sono state importanti per veicolare e per indirizzare gli esseri umani e anche gli animali, nelle diverse condizioni ambientali in cui si sono trovati e si trovano tuttora.
A un certo punto della nostra evoluzione, la cultura, con tutte le sue sfaccettature, ha preso il sopravvento sulla genetica e questo è vero anche per gli animali cosiddetti culturali, in primo luogo per le scimmie, poi per diverse specie di uccelli e per molti mammiferi marini. Anche loro posseggono dei marcatori culturali non indifferenti: ci sono uccelli che lasciano cadere sulla strada delle noci che non possono aprire con il becco affinché vengano schiacciate dalle automobili o lo scimpanzé che costruisce dei bastoncelli da infilare nei termitai per estrarre gli insetti che non potrebbero essere catturati diversamente.
Se questo è vero, come è vero, dobbiamo rivedere tutto il quadro evoluzionistico culturale che abbiamo avuto sempre in mente, non per colpa nostra, ma per via di alcune scuole di pensiero, comprese quelle dalle quali sono poi nate le discriminazioni di ceto e razziali, che hanno sempre dato troppa importanza alla ereditarietà (tutti ricordano le leggi razziali e l’idea balorda della purezza della razza nell’epoca nazi-fascista), senza riflettere sul fatto che la cultura è sottoposta indirettamente alla pressione selettiva che, tra l’altro, è il principio attraverso il quale gli esseri umani e anche gli animali, possono avere delle caratteristiche fisiche ed estetiche individualmente diverse, incluse quelle del pensiero produttivo che ci rendono unici, così come distinguono e rendono unici gli animali.
Noi possiamo ereditare dai nostri genitori, per esempio, il colore degli occhi o la forma del naso, ma non la cultura. La cultura dobbiamo apprenderla. Così è stato sin dal momento in cui noi uomini siamo apparsi sulla faccia della Terra, 150-200 mila anni fa. È con le idee che si alimentano i marcatori culturali. Che cosa sono quindi, e come possiamo distinguerli dai comportamenti coordinati ereditariamente, cioè quelli che dipendono fondamentalmente dal patrimonio genetico? Sono molti.
Se vogliamo restare nel mondo dei nostri antenati, al tempo dell’Homo sapiens, uno di questi marcatori è rappresentato dalla costruzione degli strumenti litici, strumenti di pietra lavorata (chopping tools) che servivano principalmente per la macellazione degli animali e per spezzarne le ossa per estrarre il midollo: animali che venivano catturati e uccisi durante il periodo in cui eravamo ancora dei cacciatori-raccoglitori. Poi si inventarono le lance e poi ancora l’arco con le frecce, i pugnali, le spade, le alabarde, le picche e altro ancora.
Uno dei nostri antenati che ha diffuso tra i suoi gruppi queste tecniche, almeno quelle più rudimentali - selci lavorate e taglienti - è stato certamente l’Homo habilis (capacità cranica da 600 a 750 cc), che è passato da un’alimentazione principalmente vegetariana, come quella di Lucy (Australopithecus afarensis) (capacità cranica tra 400 e 500 cc) a una onnivora, cioè un’alimentazione fatta, oltre che di vegetali, anche di carne che, tra l’altro, è uguale a quella degli uomini di oggi. Questo successe circa 2,6 milioni di anni fa.
Poi le tecniche si evolsero fino ad arrivare alla comparsa di un nostro più vicino predecessore, l’Homo neanderthalensis, arrivato in Europa circa 350 mila anni fa, quindi prima dell’Homo sapiens (i Sapiens quando cominciarono a uscire dall’Africa, circa 80 mila anni fa, andarono prima verso Oriente e poi, non prima di 45 mila anni fa, si diffusero anche in Europa), il quale Neanderthal raggiunse nella costruzione degli strumenti litici livelli artigianali molto più sofisticati dei suoi predecessori e quindi con capacità intellettive, di immaginazione e di pensiero astratto veramente elevati, come scrive Franco Capone nel suo saggio scientifico dal titolo Neanderthal, l’altra umanità (Espress edizioni, Torino, 2024).
Capone scrive che queste tecniche si evolsero velocemente anche grazie all’uso di una delle nostre funzioni più importanti, cioè il linguaggio articolato, sebbene fosse ancora molto povero e rudimentale, quindi non solo con la gestualità e l’imitazione attraverso cui l’allievo apprendista imparava una nuova tecnica dal suo maestro, generalmente un parente molto stretto e più anziano. Attraverso questo nuovo strumento comunicativo, cioè il linguaggio articolato, le informazioni passarono da un individuo all’altro più velocemente. Le innovazioni tecnologiche nei neanderthaliani anticiparono quindi quelle dell’Homo sapiens.
I neanderthaliani avevano una cultura simbolica molto più raffinata di tutti coloro che anticiparono sulla Terra la loro e la nostra presenza. Un altro marcatore culturale che ha segnato un passo determinante nello sviluppo delle nostre prime comunità e ancor prima nell’Homo neanderthalensis, sono stati l’uso del focolare domestico, sia per cuocere la carne, sia per fare comunità, per parlare attorno al fuoco, per raccontare aneddoti, avventure e storie varie (come facciamo spesso anche noi in campeggio attorno a un falò), poi l’uso dei coloranti, l’ocra per esempio, per dipingere rappresentazioni di caccia sulle pareti delle caverne in cui vivevano, poi la costruzione di oggetti molto simbolici per decorarsi: collane di artigli di aquile e felini vari, penne di uccelli da mettere in testa, o altro di questo genere, molto probabilmente per indicare agli altri membri della comunità la propria posizione sociale, cioè per distinguersi gerarchicamente dagli altri.
A questo punto, cosa c’entra tutto quello che si è detto fino ad ora con i memi e la teoria memetica? In un certo senso dei memi (al pari dei geni, ma che geni non sono) e della teoria che ne è alla base, abbiamo già parlato a proposito dei marcatori culturali che non sono nient’altro che dei memi. Come ha sottolineato lo scienziato Richard Dawkins i geni, è vero, hanno plasmato il nostro corpo, incluso il cervello, mentre i memi sono delle entità informative che con il tempo penetrano nel nostro cervello. In un certo senso Dawkins ci dice che i geni sono localizzati, ovviamente, nei nostri cromosomi, mentre i memi lo sono nel nostro cervello.
I memi non sono però entità materiali, sono idee, sono stati della nostra coscienza che vengono trasmessi da un individuo all’altro. Persino un buon libro si può considerare un veicolo memetico: alimenta idee e contiene informazioni. In sostanza, non è azzardato affermare che probabilmente i memi abbiano guidato la pressione selettiva che ha consentito di avere un cervello così grande (mediamente di 1350 cc) come quello di cui noi esseri umani disponiamo in questo momento. In conclusione, l’evoluzione del nostro cervello, che ci ha consentito di evolvere il linguaggio articolato, ha avuto una spinta notevole dalla diffusione memetica. È stato anche il linguaggio ad avercelo permesso, ad averci cioè consentito di apprendere qualsiasi espressione culturale in ogni parte della Terra, indipendentemente dal patrimonio genetico.
Ma attenzione, se la teoria memetica viene interpretata erroneamente potrebbe portarci verso una strada sbagliata. Infatti la cultura può essere “addomesticata” da coloro che hanno il potere di farlo, un potere molto più forte di noi, per esempio quando vogliono farci credere che ci siano guerre giuste e sacrosante alle quali bisogna partecipare o che sollecitano le discriminazioni razziali, che alimentano principi etici sbagliati, fanatismi religiosi, in sostanza complessi memetici sui quali costoro lavorano solo e unicamente per salvaguardare i loro interessi, non quelli comuni. Per concludere, emblematica è una frase di Karl Marx (1818-1883), quando non si sapeva ancora cosa fossero i memi: “non è la coscienza a determinare l’esistenza dell’uomo, ma è la sua esistenza sociale a determinarla”.















