Perché creiamo le forme? Per portare informazioni dentro di noi.
La maniera in cui le costruiamo è parte del valore che alla forma diamo e in essa a noi medesimi. Costruire significa anche riflettere sul suo senso sulla sua solidità.
Perché costruiamo qualcosa? Se costruiamo per un bisogno a quale bisogno vogliamo rispondere? La necessità è la base di una costruzione; il bisogno è già una declinazione non “necessariamente” necessaria.
Esemplificando: quando un genitore educa un figlio, lo fa per dargli la forma migliore nel mondo. Non è raro che i genitori proiettino sui figli delle velleità personalistiche che rispondono a un meglio soggettivo, ma questo è un altro discorso.
Tutto è sempre attivabile in nome del meglio, ma bisogna guardare da dove si parte. Costruire significa ponderare la solidità e il fine.
Nel settore dell’abbigliamento, per esempio, Inditex ha costruito la sua fortuna con le copie degli originali. Nell’ultimo periodo è entrata in simbiosi, altamente concorrenziale, con le forme comunicative dell’alta gamma utilizzandone i giocatori e le fogge che mediamente operano nell’inedito perché siano percepite e desiderate attraverso una comunicazione associativa ispirazionale e simultanea al futuribile. Da realizzatore di copie di design a produttore di linee che annientano le distanze tra chi è in prima fila nelle presentazioni moda e chi le sogna. Il passaggio è stato complesso perché ha necessitato del cambio di paradigma nel concetto di esclusività.
Ciò che è esclusivo esclude, ma oggi tutto è talmente subito diffuso e socialmente inflazionato da risultare zucchero per diabetici.
Se sei una realtà “Fast” non escludi e se riesci a convincere che tutto è uguale a tutto con la stessa complicità di una parte di questo tutto, pressoché deficiente del suo più originale DNA, hai ottenuto il piazzamento d’onore nell’immaginario collettivo.
Il caso vuole che dal primo esempio di alto che converge verso il basso: ossia la collezione PE 1991 di Azzedine Alaïa, dove la collaborazione con i Grandi Magazzini TATI segna il primato tra le operatività condivise di chi produce nel lusso e chi nel commerciale a suon di slogan: Tati, les plus bas prix (Tati, i prezzi più bassi) e passando poi per Lagerfeld da H&M e tutto quanto ne è seguito, il mondo moda si è livellato ad un linguaggio paritario e anche ad un sistema produttivo totalmente connesso alla rapidità e all’immediatezza che talia i ponti con l’attesa e il desiderio che con essa si alimenta.
Il rapido, il veloce, non si sposa con il bene di alta manifattura.
Se è alta manifattura contempla la materia prima di naturale composizione o di pionieristica concezione e il sistema dell’umana produzione proporzionato all’umano che si contempla dal principio del manufatto sino al suo atto finale.
Abbiamo e per avere di più ancora e possediamo per possedere il possesso dello spirito formale del tempo che di fatto è proprio nel meccanismo e non nelle sue forme fisiche e dunque ci possiede. La percentuale di metastasi del sistema moda e affini, così concepito, è merito di una visione lineare del tempo, della coscienza, delle sue forme come sostanze da accumulare.
La coscienza è circolare perché dalla curva estrae la sua sapienza nel rivolgimento e non nell’accumulo. Guardarsi e ri-guardarsi non sono la stessa cosa. La vanità dell’addizione e del paradigma che s’impone in essa è che spinge sempre a andare in là, aggiungere e non riflettere e il superamento dell’altro non è il miglioramento dell’io.
La performatività di un agire creativo è intimamente connessa al dialogo con il sé che ha maturato il cerchio dell’attorno a lui oltre il resto del mondo: al di là di questo parametro perché il resto del mondo è vita a macchie e non a linee rette e dunque processa i medesimi concentrici bisogni e su tutto: necessità. La moda che è nella sostanza forma ha lo stesso archetipo funzionale. Accentua verso l’alto e ricade su sé stessa per poi apparirci come evoluzione, ma di fatto è uno degli anelli idrici dello specchio d’acqua dopo che è stato attraversato da un soggetto fisico che è già riflesso dentro il cerchio e per questa ragione non concede la coscienza gerarchica di come avviene l’accadimento del riflesso circolare.
La verità di oggi non è nel tessuto dell’abbigliamento e ancor meno nell’accessorio che sembra variare ma è solo satellitare alla stasi: è nel non mutare e nello stare o, ancor più, rimanere per essere.
Oggi la moda è non mutare ma ammutolirsi nel passato.
La paura è la non variazione.
Oggi chi parla di moda trasmette “ancoraggi” che stressano per il “timore” come nuova forma che non evolve se non nel suo soggetto. Il timore è il sentimento e il pavido è il ritmo che circoncide la religione del ludico che racconta del politico agire del corpo senza traiettoria.
La traiettoria nello scorcio di secolo presente la indica chi allinea nell’orizzonte e accumula e non chi avvinghia il corpo al suo sudore. Se ci si accorgesse dell’accorata esistenza dell’idea ancorata alla sua nuda concordia alla logica dell’accordo che genera l’acustica vertigine di una curva, saremmo fusione e non distinzione e numero.
La moda ha sempre un modo oltre quello percepito e quello indagato perché è la sua modalità e arriva al nutrimento del cerchio quando smettiamo di parzializzare l’ovunque e accettiamo l’immagine e non la sua addizione.














