Vado spesso a Milano per lavoro. Soprattutto negli ultimi otto anni, con una frequenza che non ti lascia il tempo di idealizzare: la vivi, la attraversi, la consumi. E ogni volta la trovo diversa. Cambia pelle, ritmo, linguaggio, cibo. È da tempo che volevo scrivere questo articolo, perché Milano non è solo una città che si trasforma: è una città che accelera, e ti costringe a tenere il passo.
Milano è una città che non riposa mai. Dieci giorni di lavoro bastano per sentirlo nelle ossa: il rumore continuo dei tram, il passo veloce sui marciapiedi, i pranzi mangiati in piedi, le cene infilate tra una call e un rientro in hotel. È una città caotica, compressa, che ti chiede sempre qualcosa in cambio del tempo che ti concede. E proprio in questo caos, Milano ha costruito negli ultimi vent’anni una nuova identità gastronomica, stratificata, multietnica, spesso contraddittoria.
Camminando per certe zone – via Padova, Corvetto, NoLo, quella periferia che ormai è diventata centro culturale – sembra di attraversare più continenti nello spazio di pochi isolati. La multiculturalità non è un male in sé: è sempre esistita. Le civiltà crescono contaminandosi, ma decadono quando perdono la capacità di distinguere, selezionare, integrare. L’Impero Romano ne è l’esempio più chiaro: potente finché ha saputo assorbire usi e costumi rendendoli romani, fragile quando l’identità si è diluita fino a non riconoscersi più. Il problema non è l’incontro, ma l’assenza di una direzione culturale. Kebab, ramen, bubble tea, tacos, fried chicken coreano, bao, poke, smash burger halal. Una vera e propria invasione di cibo interculturale che ha cambiato radicalmente il modo di mangiare, soprattutto dei più giovani.
A questo si aggiunge il tema dei fast food, dei franchising, delle grandi catene pensate per vendere cibo a basso costo e in grandi quantità. Modelli che funzionano economicamente perché standardizzano tutto: gusto, processi, materie prime. Permettono prezzi bassi, accessibilità, velocità. Ma in quel meccanismo non c’è cultura, non c’è tradizione, non c’è genuinità. Il rischio è evidente: finire come quei Paesi che hanno perso una propria identità gastronomica, dove il cibo è solo carburante e non più linguaggio, memoria, appartenenza. Il kebab, ad esempio: quello che oggi passa per kebab è spesso carne pressata, standardizzata, cotta in fretta, pensata per il consumo rapido.
Ma il vero kebab turco, quello che ho assaggiato a Istanbul, è tutt’altra cosa. È tradizione, è tecnica, è tempo. Carni selezionate, speziate con misura, stratificate, cotte lentamente su grandi spiedi, con tagli precisi e rispetto della materia prima. È un piatto degno di nota, simbolo di una cultura gastronomica antica, non di un fast food.
Lo stesso vale per molti altri piatti che oggi consumiamo distrattamente. Il ramen non nasce come comfort food instagrammabile, ma come brodo complesso, ore di cottura, ossa, grassi e equilibrio. Il bao non è solo un panino soffice, ma un impasto fermentato che racconta tecnica e manualità. Il fried chicken coreano non è solo croccantezza e salsa, ma doppia frittura e controllo delle temperature. Ogni cucina ha una profondità che viene spesso sacrificata sull’altare della velocità e della moda.
Ed è qui che nasce la domanda: questa contaminazione sta davvero arricchendo la cucina italiana e milanese, oppure la sta lentamente facendo dimenticare?
La cucina lombarda, e quella milanese in particolare, è una cucina di profondità, di tempo, di tecnica silenziosa. È una cucina che non urla. Vive di burro, non di olio; di cotture lunghe, non di fiamme aggressive; di equilibrio più che di sorpresa.
Il risotto alla milanese, con il suo zafferano che non deve mai essere giallo acceso ma dorato e profondo. Lo zafferano, prima di essere colore e aroma, è lavoro agricolo e pazienza: nasce da un fiore fragile, il Crocus sativus, che fiorisce pochi giorni l’anno e viene raccolto a mano, all’alba, quando i pistilli sono ancora integri. Tre stimmi per fiore, migliaia di fiori per pochi grammi. È entrato nella cucina milanese non per esotismo, ma per necessità e intelligenza commerciale: Milano era crocevia di scambi, città ricca, capace di valorizzare una spezia costosa senza ostentarla. Nel risotto non domina, accompagna. Non colora per stupire, ma per dare profondità. È l’esempio perfetto di come un ingrediente “straniero” diventi identità quando viene compreso e rispettato.
L’ossobuco, con il midollo che si scioglie e la gremolada che pulisce il palato. La cotoletta, alta o battuta che sia, ma sempre rispettata. La cassoeula, piatto invernale, pesante, vero, che racconta la cultura del recupero e del rispetto dell’animale. La busecca, il lesso, il nervetto. Piatti che chiedono attenzione, pazienza e memoria.
Oggi però questi piatti faticano a parlare ai ventenni. Non perché non siano buoni, ma perché richiedono tempo, cultura, e qualcuno che li racconti. Molto più facile lasciarsi sedurre da un cibo immediato, speziato, colorato, che arriva da lontano e promette un’esperienza esotica a pochi euro.
Non si può però negare che dentro questa ondata ci siano anche cose buone. Sarebbe miope farlo. Milano ha attirato grandi cuochi, grandi menti, chef che hanno saputo fondere tecniche, spezie, fermentazioni, senza mai perdere il controllo. Cucine dove l’Oriente incontra l’Occidente con rispetto, dove il piccante è pensato, non urlato, dove il concetto di gourmet si evolve. Piatti unici, interessanti, che raccontano il mondo contemporaneo. Questa è crescita. Questa è cucina che dialoga.
Ma attenzione a non confondere la ricerca con la moda. La moda passa, la tradizione resta. O almeno dovrebbe.
Il rischio reale è che questa continua esposizione a sapori forti, zuccheri, grassi rapidi e spezie onnipresenti finisca per traviare il palato dei giovani, allontanandoli definitivamente dalla cucina della loro terra. Una cucina che oggi è patrimonio UNESCO non per caso, ma perché rappresenta un sistema culturale fatto di stagioni, gesti, prodotti, allevamenti, vigneti.
E anche il vino segue lo stesso destino. A Milano si beve di tutto: naturali estremi, orange, rifermentati improbabili, sake, cocktail fermentati. Tutto interessante, tutto legittimo. Ma troppo spesso manca la consapevolezza storica di ciò che abbiamo sotto casa.
Il Franciacorta, ad esempio, non è solo una bollicina “da occasione”. È la prima grande espressione italiana del metodo classico, quella che ha fatto la storia della spumantistica nazionale. È qui che l’Italia ha dimostrato di poter parlare la lingua delle grandi bolle, senza imitare, ma interpretando.
La cantina Berlucchi è parte fondante di questa storia. Ho avuto modo di visitarla, di respirarne i luoghi, di capirne il peso culturale prima ancora che commerciale. Berlucchi non è solo un marchio: è un punto di svolta. È il luogo dove, grazie all’intuizione e alla visione di Franco Ziliani, è nata la prima bottiglia di metodo classico italiano moderno.
Ziliani, allora giovanissimo enologo, era rimasto affascinato dal mondo dello Champagne, dal metodo classico, dalla rifermentazione in bottiglia. Non da un’idea di lusso, ma da un metodo rigoroso, lento, tecnico. E con quella fascinazione ha avuto il coraggio di portare tutto questo in Italia, adattandolo al territorio franciacortino. Un atto rivoluzionario, che oggi diamo per scontato.
Eppure, mentre inseguiamo l’ultima moda nel bicchiere, rischiamo di dimenticare che certe strade sono state aperte con studio, fallimenti, bottiglie sbagliate, tempo. Tanto tempo.
La Valtellina è un altro esempio che merita attenzione. Patrimonio UNESCO per il suo paesaggio vitato terrazzato, è tutelata dal CERVIM, l’ente che protegge e valorizza la viticoltura eroica. Qui il vino nasce dalla fatica vera: pendenze estreme, muri a secco, altitudini che cambiano tutto. Sassella, Grumello, Inferno, Maroggia, Valgella: nomi che non indicano solo zone, ma identità diverse. Cambiano le esposizioni, le altezze, la potenza e l’eleganza dei vini. Nebbioli che sanno essere austeri e sottili, verticali, longevi. Vini che chiedono attenzione, come la cucina che li accompagna.
Milano, negli anni Ottanta e Novanta, questa cultura del vino la conosceva. Nei ristoranti e nelle enoteche si bevevano vini di qualità, provenienti dalle regioni vicine ma anche da quelle lontane, e venivano apprezzati e capiti. C’era curiosità, ma anche rispetto. Il vino non era un’etichetta da esibire, ma un racconto da ascoltare.
Il problema non è l’incontro tra culture. Il problema è la sostituzione. La cucina milanese non deve diventare un ricordo folkloristico da trattoria per turisti. Deve restare viva, quotidiana, insegnata, difesa. Non contro qualcuno, ma per qualcosa.
Milano è una pentola a pressione. Dentro ci finisce tutto. Sta a noi decidere se mescolare con criterio o lasciare che il sapore si perda. La contaminazione può essere un valore, ma non sarà mai il nostro abbinamento culturale profondo. Quello nasce altrove: nelle cucine di casa, nei mercati, nei piatti che raccontano chi siamo stati prima di correre così veloce.
Forse il vero lavoro oggi non è inventare nuovi piatti, ma ricordare come si fanno quelli giusti. Difenderli. Raccontarli. E avere il coraggio di proporli, anche quando non sono veloci, non sono economici, non sono di moda.
Perché Milano continuerà a correre, a mescolare, a cambiare. È nella sua natura. Ma se nel rumore perderemo il senso delle lunghe cotture, dei vini che chiedono tempo, dei piatti che non urlano, allora non avremo guadagnato il mondo: avremo solo dimenticato noi stessi.














