I tanti episodi dolorosi della nostra storia di cui è stato spesso teatro, hanno probabilmente inciso sul carattere schivo e contenuto degli abitanti del piccolo Friuli Venezia Giulia, territorio di passaggio, territorio di contese, che l’hanno fortemente segnato soprattutto durante i due conflitti mondiali, a cui però è stato capace di reagire con successo, trasformando delle aree agricole un tempo depresse, in aziende in grande salute, e contribuendo di conseguenza ad un grande impulso economico e ad un grande sviluppo industriale, tanto che la sua popolazione, inizialmente parte della grande schiera dell’emigrazione post bellica, oggi possiede un elevato tenore di vita. Da terra di emigrati il Friuli si è trasformato in regione ricettrice di flussi migratori provenienti in primis dal resto d'Italia.
Sotto l’aspetto produttivo, uno dei comparti nel quale la regione ha raggiunto livelli di eccellenza è quello vitivinicolo, enologico, settore che non può prescindere però dal fattore geomorfologico.
Il passato geologico del Friuli è sostanzialmente lagunare: dove oggi c’è la terraferma un tempo c’era il mare, e dunque oggi il territorio poggia sostanzialmente su depositi alluvionali e detritici. Ma non solo: il Friuli è un caleidoscopio di elementi, una combinazione di fattori (clima, orografia, mare, irraggiamento, presenza di boschi lussureggianti, acque) che concorrono a renderlo uno dei territori più significativi del panorama enologico nazionale ed internazionale. Nei volumi dedicati alla vitivinicoltura, il Friuli è definito “la campagna giardino d’Italia”: la notevole presenza di bosco è fonte di sicuro equilibrio e dimostrazione dell’attenzione alla biodiversità, che non ritroviamo altrove con facilità, perché tale approccio non è affatto scontato, ma intenzionale.
La caratteristica principale di questo territorio è la sua composizione pedologica, il cosiddetto flysch, localmente chiamato ponca. Si tratta di un suolo costituito da strati di arenaria, cioè sabbia cementata a calcare, una pietra durissima e impermeabile che si alterna a strati di marna, una roccia morbida e facilmente erodibile. Nei vigneti, l’acqua piovana che cade sul terreno non viene trattenuta dallo strato di arenaria, perché impermeabile, e prosegue la discesa nelle sottili intercapedini fra una roccia e l’altra.
Quando incontra la marna ne viene assorbita e trattenuta, per via della sua costituzione morbida e spugnosa. Non trovando acqua in superficie, la vite è posta in una condizione di stress idrico (e questo è una fortuna), ma essendo in grado di allungare le sue radici fino ad una profondità di sette metri, va a cercare il suo nutrimento proprio attraverso le sottili intercapedini tra una roccia e l’altra, percorse dall’acqua. Raggiunto lo strato morbido e spugnoso di marna, la vite trova finalmente disponibile l’acqua accumulata dalla roccia spugnosa, utile al suo sviluppo fisiologico.
Dovendo centellinare il suo nutrimento, quel poco che ha, la vite lo utilizza al meglio, riducendo al massimo la quantità da distribuire al suo apparato fogliare e favorendo la produzione delle bacche, ovvero gli acini, che saranno della migliore qualità possibile, se potranno avvantaggiarsi del nutrimento ricchissimo e concentratissimo di tutte le sostanze immagazzinate nell’acqua. Come è intuibile, l’acqua di superfice, semplice acqua piovana, non è qualitativamente paragonabile all’acqua di cui la pianta si nutre quando la assorbe nel sottosuolo.
È nel sottosuolo infatti che si arricchisce di tutte quelle sostanze minerali che ritroviamo nel calice: la persistenza gusto-olfattiva, i sentori di goudron, di gesso, di pietra focaia e grafite, sono tutti elementi che in degustazione il sommelier roteando il calice, definisce in estrema sintesi come mineralità, verticalità, eleganza, termini che sono sinonimo di qualità altissima del vino.
Si tratta di un sistema complessivamente fragile, quello delle vigne friulane, poiché quando lo strato di marna è superficiale, esso viene continuamente disgregato per azione meccanica dei fenomeni climatici. La composizione del terreno che come abbiamo detto è alterabile e disgregabile, incide profondamente anche sull’aspetto dei vigneti e del paesaggio friulano in generale, ma ancor più sulla loro gestione da parte dei viticoltori. In Friuli non troviamo le grandi distese di vigneti disposti su dolci colline come in Toscana, o le grandi distese di nebbiolo in Piemonte, o di montepulciano in Abruzzo.
Qui i vigneti sono realizzati su gradoni, disposti su stretti terrazzamenti, che per la natura stessa così labile della pietra di superficie, tendono a sgretolarsi ad opera di fenomeni erosivi come vento e pioggia e costringono i viticoltori ad effettuare periodicamente e sistematicamente opere di rincalzo per compattare i muretti che sono detti ronchi, un termine che spesso viene dato anche al vino della zona, e per estensione è passato ad indicare anche una collina vocata alla produzione di vini.
Il paesaggio vitivinicolo è costituito dunque da ronchi, attrezzati a vigneti su declivi collinari. Il fattore clima nella produzione vinicola è sempre fondamentale: la presenza di laghi o di un mare dal fondale basso come è l’Adriatico, che non è mai freddo e restituisce di notte il calore accumulato di giorno, favorisce un clima mite. Qui, sebbene le piogge siano abbondanti, non si corre mai il rischio di gelate o di ottenere uve intaccate da muffe per la presenza di umidità.
Il Friuli è il regno della bora che non è sempre spietata e inclemente, anzi: il più delle volte un clima ventilato contribuisce ad evitare che l’uva si possa ammuffire sulla pianta. Il clima è piovoso ma secco, battuto dal vento. C’è inoltre, un aspetto che caratterizza questa regione rendendola unica: l’irraggiamento. Per la loro posizione, i vigneti del Friuli Venezia Giulia godono di un numero di ore in cui sono illuminati dal sole, elevatissimo.
La luce favorisce i processi di fotosintesi che portano alla produzione di zuccheri (soprattutto nelle uve a bacca rossa) che daranno poi alcolicità durante la vinificazione, mentre per ciò che riguarda le uve a bacca bianca, luce significa possibilità di concentrare nell’uva tutti i precursori aromatici che andranno a costituire nel vino un ricco bouquet olfattivo, significa maturazione fenolica delle bacche in tempi ottimali e vendemmia nei tempi gusti.
A est della provincia di Udine, dolci colline protette dalla catena montuosa che coincidono col confine orientale della regione costituiscono una delle tre aree peculiari del Friuli vitivinicolo: i Colli Orientali del Friuli. La base ampelografica di questo areale è costituita dagli autoctoni rossi: Refosco dal Peduncolo Rosso, Pignolo, Schioppettino, Tazzelenghe, e tra gli internazionali che si sono perfettamente adattati qui ormai “autoctonizzati” troviamo il Merlot, il Cabernet Sauvignon, il Cabernet Franc, il Carmenère, il Pinot Nero, il Pinot Grigio, il Sauvignon, lo Chardonnay e il Riesling, ma anche gli autoctoni a bacca bianca come il Friulano, la Malvasia, la Ribolla Gialla, il Picolit, il Verduzzo.
Immediatamente a Sud di qui, una piccola ‘mezzaluna fertile’ (nomen omen evidentemente) soleggiata, accogliente e ridente va a costituire il secondo areale, altrettanto significativo, o se possibile ancora più identificativo del precedente. È il Collio, un’areale estremamente caratterizzante e caratteristico del territorio dal punto di vista enologico già da epoca preromana.
Complice il clima continentale e temperato con un’escursione termica importante tra il giorno e la notte, il Collio è un territorio benedetto per la produzione dei bianchi autoctoni come la Ribolla Gialla, la Malvasia, e il famigerato vino bandiera della regione, il Friulano, già Tocai, sul quale l’Italia ha perso il lungo contenzioso con l’Ungheria sull’utilizzo del nome che da allora viene appunto chiamato Friulano, poiché il Tokaji (denominazione di origine del vino su cui l’Ungheria ha fatto leva per uscire vittoriosa dalla diatriba giudiziaria con l’Italia) è ottenuto da uve furmint in blend.
Il noto finale ammandorlato del Friulano, la florealità della delicata Ribolla Gialla e la tipicità del vitigno aromatico per antonomasia come la Malvasia, la verticalità del Sauvignon e la morbidezza dello Chardonnay fanno del Collio una delle regioni enologiche dell’eccellenza.
Per completezza sui microcosmi del Friuli, non posso non spendere qualche parola su un territorio più conosciuto forse per le drammatiche vicende storiche dei conflitti bellici: il Carso. Kar* termine indoeuropeo che vuol dire pietra è per definizione il sostrato su cui si fonda insieme una cultura di confine, un mondo osmotico, un territorio permeabile per definizione, dai confini non netti dove vive la più piccola comunità slovena italiana.
Da secoli ha condiviso le modalità di fare vino della vicina Slovenia, a partire da vitigni tipici, aromatici e autoctoni, declinati però in maniera assolutamente non convenzionale: mi riferisco ai cosiddetti vini “orange” ottenuti in seguito a lunghe macerazioni di oltre 24 mesi in botti di rovere ma soprattutto in anfore di pietra carsica sulle bucce, in una vinificazione anch’essa osmotica, di scambio, di passaggio dell’ossigeno nel vino, delle varietà a bacca bianca come Malvasia, la regina di questo territorio e la meravigliosa Vitovska: colori ambrati e profumi che rimandano alla camomilla, all’albicocca, ai frutti canditi, sapidità e sensazioni salmastre che arrivano direttamente dal mare che è a poche centinaia di metri dai vigneti, situati in contesti assolutamente unici, paesaggi di piccoli villaggi in pietra carsica che sembrano villaggi da fiaba.
Nessun titolo nobiliare per i viticoltori del Carso, e in generale per tutto il Friuli Venezia Giulia, nessun clamore mediatico, nessuna forma di autocelebrazione. Non “vignaioli dal 1300” (cit) come i blasonati Antinori, non marchesi come i Frescobaldi, ma umili lavoratori della terra con passato da camionisti, ristoratori, vigili del fuoco, operai che hanno creduto nelle loro possibilità con la dignità di chi rimane nella propria terra devastata perché sa che può farcela e vuole rinascere. Così sono i viticoltori che hanno portato il Friuli in vetta, sull’Olimpo dei grandi nomi del panorama enologico nazionale ed internazionale.
Solo tanto lavoro, tanta umiltà in un contesto dove tutti fanno tutto, tutti contribuiscono al lavoro in vigna e in cantina, custodi e detentori di un sapere millenario, schivi e caparbi, certi del loro valore e sempre orgogliosi del loro fare.














