Louis Vuitton presenta una F/W 20261 connessa ai popoli dell’Anatolia e, più in generale, alle popolazioni dedite alla pastorizia nei più remoti angoli del pianeta.
Lo studio delle forme e dei materiali ha cercato il punto in cui l'abbigliamento smette di essere moda e inizia a essere sopravvivenza, e lo ha trovato negli abiti tradizionali di territori dove si pratica la forza degli elementi attraverso il proprio corpo che diviene modulo da imporre e al contempo proteggere.
I look di apertura sono stati l’interpretazione del cappotto da pastore indossato nella regione del Kurdistan: spalle esagerate di feltro pensate per scoraggiare i predatori, una silhouette che funge anche da riparo, cappe che sono siti abitativi portati come aculei respingenti il male incombente di un territorio che non perdona e nella sua spoglia prospettiva rende evidenti e vulnerabili i suoi viandanti avventori.
Indossate dai pastori delle regioni del Caucaso e del Kurdistan, queste cappe hanno nomi diversi a seconda delle regioni e con lievi variazioni di forma: in Iran sono chiamate Kulagir (presenti nella tradizione popolare Gilak), in Turchia Kepenek, realizzate in feltro, in Kurdistan Faranji.
Con questa apertura di matrice etnica, la collezione si è sviluppata attraverso un atlante, non ufficiale, dei costumi popolari delle zone montuose. Mantelli pelosi, campanacci, berretti di montone e feltro dall'aspetto fangoso ad evocare simultaneamente le Alpi svizzere, il Nepal, le Ande e i Paesi Bassi. Le modelle inforcavano le preziose bisacce del sostentamento quotidiano su grezzi bastoni ricavati da rami lasciati in forme naturali.
Ghesquière ha cercato di trovare elementi comuni negli abiti che proteggono i temerari abitanti di queste regioni impervie e, nella transumanza degli armenti, il lessico formale di un oltre che, per l’umano, è un disagio legato ad una più ruvida esistenza e al sentimento panico che il territorio impone. Accogliere le istanze dei popoli significa comprendere la simbiosi totale che dalla terra passa all’uomo e viceversa e come in questo passaggio vi sia un lessico sociale, culturale che genera nel costume tradizionale processi architettonici ed ingegneristici dettati dalla sopravvivenza, convivenza, in regioni apparentemente marginali.
Ghesquière, ricostruendo in astrazione geometrica il prospetto ancestrale di queste terre libere, ha posto l’accento sul tema della resistenza, ma non ha creato la circolarità narrativa dei perché della coesistenza simultanea delle percezioni traslate nelle sue creazioni e di cosa esse suggeriscono. Così facendo ha posto il tema delle appropriazioni culturali della moda che non sviluppano altro che raffigurazioni estetizzanti di matrice narcisistica.
Per i popoli anatolici l’idea della prominenza della spalla che da triangolare si fa conica, piramidale e assonometricamente protettiva è il frutto di un bilancio formale di sopravvivenza, un concetto pratico ed intelligente in quanto fa sembrare l’uomo più grande e scoraggia i predatori come lupi, orsi, ecc. e quando necessario, diviene vero e proprio riparo abitativo dagli agenti atmosferici e nei passaggi dal giorno alla notte.
Le citazioni per l’autunno/inverno di Vuitton investono anche i Paesi Bassi e località come Bunschoten-Spakenburg che ospita uno dei costumi regionali più caratteristici: il Klederdracht, con il suo ampio copricapo conico con ampie falde laterali rialzate, ad incorniciare il viso. Le gonne delle donne sono lunghe e scure; sopra vi è il corpetto a vari strati e, infine, il grembiule, che completa quello che è un vero linguaggio in quanto, a seconda dei colori, si determina lo stato civile di chi li porta e anche un eventuale lutto. Altra citazione è la Cobijada: il costume tradizionale della città andalusa di Vejer de la Frontera. Consiste in un mantello di lana merino nera, arricciato, con una fodera di seta che copre totalmente la donna, tranne un occhio: è un indumento di origine castigliana.
Nella selezione etnica per la passerella compare anche la cuffia conica bretone usata dalle donne nei giorni festivi, mentre dalla tradizione della Corea arrivano i cappelli ad ampia falda, intrecciati ad ombrello, in bambù o carta cerata che risalgono tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, noti come satgat, usati per proteggersi dal sole o dalla pioggia. Questi copricapi, a volte tenuti in mano attraverso maniglie perimetrali, anziché fissati alla testa, servivano anche a nascondere il viso, agendo in modo simile ai moderni occhiali da sole. L’abito sottostante è regolarmente plissettato ed è tipico dell'epoca Chosŏn: riflette le norme sociali e culturali del periodo.
La tesi è inequivocabile: il costume tradizionale non è estetica, è ingegneria. Le silhouette fungono da forma di difesa, simboleggiano il rapporto di lunga data dell'abbigliamento con il clima, plasmato da vento, pioggia e sole in forme che nessun designer avrebbe potuto inventare con il freddo. Le spalle esagerate, il mantello a strati, il cappello strutturato: tutto questo precede la moda. Ghesquière gli ha semplicemente dato un codice legato alla Maison.
Funziona meglio quando il riferimento popolare è meno ovvio, ovvero quando il feltro e la pelliccia di pecora smettono di essere visti come costumi e iniziano a essere visti come convenzioni o convinzioni. Tuttavia, come tesi, funziona. Super Nature è la moda che ripropone la più antica argomentazione del guardaroba: prima dello stile, c'era il meteo, e i vestiti che sono sopravvissuti a entrambi meritano attenzione.
La neutralità del territorio creativo ha un suo valore ma deve riconoscere i processi circolari che generano le forme e che la natura suggerisce, o impone, in un sistema preordinato in cui l’uomo è parte di esso, suo attore e conseguenza. Nel 2026 pare doverosa l'interconnessione tra forma e messaggio. Il ruolo del costume è essenziale nel ricordare che ognuno ha un prospetto nel potenziale narrativo dell’archetipo culturale che “è” essere uomo. La moda può far arrivare questa circolarità unendo il commercio a progetti di accoglienza e partecipazione alle tradizioni dei territori per allargare gli orizzonti dello scibile umano ed il senso di un perimetro disintegrato per il valore dell’esistere e coesistere tra tradizione e futuro.
Il creativo di oggi dovrebbe porsi nella visione ed interpretazione, di progetti citazionisti di soluzioni estetiche e funzionali che appartengono ai popoli, nella grazia della coscienza della sapienza dei loro modi espressivi e delle ragioni profonde che li determinano e farsi portatore di quel messaggio culturale che è DNA.
Il tempo dell’appropriazione di contenuti e verità che per loro natura nascono da necessità lontane da noi, al fine di stimolare ad una scelta di acquisto un pubblico annoiato, “necessità” di risposte impellenti per uscire dall’atavico “colonialismo intellettuale” della moda che ha bisogno di abitare orizzonti più etici su tutti i fronti.
Note
1 La sfilata al Louvre per la nuova collezione.















