All’inizio di dicembre, mentre l’attenzione dei media generalisti era concentrata su tutt’altro, una notizia ha attraversato quasi in silenzio il mondo dell’informazione spaziale: il cosmonauta russo Oleg Artemyev è stato rimosso dall’equipaggio della missione SpaceX Crew-12. Nessun annuncio solenne, nessuna spiegazione dettagliata. Solo formule prudenti, vaghe, che parlavano di una “riassegnazione” decisa da Roscosmos in accordo con i partner. Ma fin da subito è apparso chiaro che non si trattava di una normale rotazione del personale. Dietro quella scelta, secondo ricostruzioni giornalistiche mai ufficialmente smentite, vi sarebbe una possibile violazione delle normative statunitensi sulla sicurezza nazionale. Una formula che, da sola, basta a evocare scenari ben più ampi di una semplice questione disciplinare.
Oleg Artemyev non è un cosmonauta qualsiasi. Non è un volto di passaggio, né un tecnico alle prime armi. È un veterano della Stazione Spaziale Internazionale, con tre missioni alle spalle, centinaia di giorni in orbita, una lunga esperienza di lavoro in equipaggi multinazionali. Un uomo che ha passato buona parte della sua vita professionale in ambienti dove le procedure di sicurezza sono rigidissime e dove ogni gesto è regolato, registrato, valutato. Proprio per questo, la sua rimozione da una missione ormai prossima al lancio appare come un evento anomalo, quasi un corpo estraneo in una routine che, nonostante le tensioni geopolitiche, aveva continuato a funzionare.
Il contesto in cui questa vicenda si inserisce è tutt’altro che neutro. Dal 2022 in poi, la cooperazione spaziale tra Stati Uniti e Russia è sopravvissuta più per necessità che per reale volontà politica. La Stazione Spaziale Internazionale è rimasta uno degli ultimi luoghi in cui americani e russi continuano a lavorare fianco a fianco, sospesi sopra un pianeta sempre più diviso. Ma quell’equilibrio, già fragile, è diventato via via più carico di sospetti, di rigidità, di diffidenza reciproca. In questo clima, anche un episodio marginale può trasformarsi in un caso simbolico.
Secondo quanto trapelato, il problema sarebbe nato durante la fase di addestramento negli Stati Uniti. Artemyev avrebbe fotografato o comunque acquisito immagini di materiale tecnico sensibile all’interno di strutture collegate a SpaceX. Non documenti segreti nel senso cinematografico del termine, non piani di armi futuristiche o tecnologie rivoluzionarie destinate a cambiare gli equilibri globali, ma elementi soggetti alle restrizioni previste dall’ITAR, l’International Traffic in Arms Regulations. Un insieme di norme che negli Stati Uniti regola l’accesso, l’utilizzo e soprattutto la diffusione di tecnologie considerate sensibili per la sicurezza nazionale, incluse molte applicazioni aerospaziali.
L’aspetto cruciale, spesso poco compreso al di fuori degli ambienti specialistici, è che l’ITAR non si limita a vietare l’esportazione fisica di componenti o hardware. Riguarda anche i dati, le immagini, le informazioni tecniche. Una fotografia scattata con uno smartphone, se riguarda un oggetto o un’area soggetta a restrizione, può essere sufficiente a configurare una violazione. Non conta l’intenzione, non conta il contesto, non conta nemmeno l’effettivo utilizzo di quel materiale. Conta il fatto, nudo e crudo.
È a questo punto che il dibattito si è acceso, soprattutto negli ambienti più sensibili al tema della sicurezza. C’è chi ha parlato immediatamente di spionaggio industriale, chi ha evocato scenari da Guerra fredda, chi ha visto nella vicenda la prova che la cooperazione spaziale con la Russia sia ormai diventata un rischio inaccettabile. Ma basta fermarsi un momento e ragionare con freddezza per rendersi conto che molte di queste interpretazioni non reggono a un’analisi seria.
Lo spionaggio industriale, quello vero, non funziona così. Non passa attraverso un cosmonauta noto, riconoscibile, sottoposto a controlli continui e inserito in un programma internazionale dove ogni movimento è tracciato. Non si affida a fotografie scattate apertamente in un contesto ufficiale. È un’attività silenziosa, strutturata, che coinvolge reti di contatti, intermediari, flussi di informazioni difficili da ricostruire. Pensare che un singolo cosmonauta possa ottenere, in questo modo, informazioni decisive sulle tecnologie di SpaceX significa sopravvalutare enormemente il valore di ciò che è realmente accessibile durante un addestramento.
C’è poi un altro elemento che rende poco plausibile l’ipotesi dello spionaggio industriale: la Russia non è un paese privo di competenze spaziali. Può essere in difficoltà economica, può soffrire di ritardi tecnologici in alcuni settori, ma non ha bisogno di “rubare” fotografie per capire come funziona un motore a razzo o una capsula spaziale. Le grandi linee delle tecnologie occidentali sono note, studiate, analizzate da decenni. Il valore aggiunto di qualche immagine scattata in modo improprio è, nella migliore delle ipotesi, marginale.
Nemmeno l’ipotesi dello spionaggio scientifico o politico, quello che nell’immaginario collettivo richiama figure alla James Bond, regge davvero. Quel tipo di attività, quando esiste, non coinvolge figure così esposte. Non coinvolge uomini che partecipano a missioni simboliche, sotto gli occhi della stampa internazionale e dei governi. Coinvolge piuttosto canali discreti, profili bassi, persone che possono muoversi senza attirare attenzione. Un cosmonauta di primo piano è l’ultimo candidato plausibile per un’operazione del genere.
Resta allora l’ipotesi più scomoda e, proprio per questo, spesso trascurata: l’imprudenza. O, per dirla in modo più diretto, la stupidità. Non nel senso morale del termine, ma come errore umano, sottovalutazione delle conseguenze, automatismo professionale che diventa inadeguato in un contesto diverso. Chi lavora nello spazio è abituato a documentare tutto, a fotografare ogni dettaglio, a registrare procedure e ambienti. È una forma mentis quasi inevitabile, che serve a migliorare i sistemi, a evitare errori, a condividere esperienze. Ma ciò che è normale in un contesto può diventare inaccettabile in un altro, soprattutto quando il clima politico cambia.
Negli Stati Uniti, il tema della sicurezza tecnologica è diventato negli ultimi anni una vera ossessione istituzionale. Le normative si sono irrigidite, l’interpretazione delle regole è diventata sempre più restrittiva, la tolleranza per le zone grigie si è ridotta quasi a zero. In questo quadro, un gesto che in passato sarebbe stato risolto con un richiamo formale oggi può trasformarsi in un caso di sicurezza nazionale. Non perché il gesto sia intrinsecamente pericoloso, ma perché il sistema non ammette più eccezioni.
La storia del programma spaziale è piena di episodi in cui le conseguenze non sono state proporzionate alle intenzioni. Il caso degli astronauti di Apollo 15, coinvolti nella vicenda delle buste postali non autorizzate, è emblematico. Nessuno li accusò di spionaggio o di tradimento, ma quella violazione delle regole etiche fu sufficiente a porre fine alle loro carriere di volo. Non perché il danno fosse enorme, ma perché la NASA aveva bisogno di riaffermare un principio: le regole esistono per essere rispettate, sempre.
Nel mondo contemporaneo, quel principio si è esteso ben oltre l’etica professionale ed è entrato nel campo della sicurezza nazionale. Le normative come l’ITAR sono pensate non solo per prevenire il trasferimento deliberato di tecnologia, ma anche per creare una barriera psicologica, un deterrente. Servono a ricordare a chiunque entri in contatto con certe tecnologie che non esistono gesti innocui, che ogni informazione può essere sensibile, che ogni leggerezza può avere conseguenze.
Da questo punto di vista, la rimozione di Artemyev può essere letta anche come un messaggio. Non tanto alla Russia, quanto a tutti i partner internazionali. Un modo per dire che la collaborazione è ancora possibile, ma solo a condizioni rigidissime. Che lo spazio non è più, ammesso che lo sia mai stato, un territorio davvero neutrale. Che la fiducia, oggi, è subordinata alla conformità assoluta alle regole.
È difficile non vedere in questa vicenda il segno di una trasformazione più profonda. Per decenni, lo spazio è stato raccontato come un luogo di cooperazione al di sopra delle divisioni terrestri. Un mito potente, alimentato da immagini iconiche e da missioni con equipaggi misti che sembravano smentire la logica dei blocchi contrapposti. Ma quel mito, già fragile, oggi appare sempre più logoro. La Stazione Spaziale Internazionale continua a orbitare, ma lo fa sopra un mondo in cui la fiducia reciproca si è erosa quasi del tutto.
In questo scenario, il caso Artemyev non è tanto la storia di un cosmonauta quanto il sintomo di un’epoca. Un’epoca in cui la cooperazione sopravvive, ma è attraversata da sospetti, rigidità, interpretazioni estreme delle regole. Un’epoca in cui anche un gesto banale può essere letto come una minaccia, non perché lo sia davvero, ma perché il contesto lo rende tale.
Alla fine, la domanda resta aperta solo in apparenza. Non è davvero importante stabilire se Artemyev abbia agito con dolo o per leggerezza. Ciò che conta è il fatto che, oggi, la distinzione tra le due cose è diventata quasi irrilevante. In un sistema iper-regolamentato e iper-politicizzato, l’intenzione conta meno del gesto, e il gesto conta più della persona.
Se c’è una lezione da trarre da questa vicenda, non riguarda lo spionaggio, né la fedeltà nazionale, né le ombre di una nuova Guerra fredda spaziale. Riguarda piuttosto la fine di un’illusione. L’illusione che lo spazio potesse restare un ambito separato, protetto, immune dalle tensioni terrestri. Oggi quella separazione non esiste più. Lo spazio è diventato a tutti gli effetti un’estensione della politica, dell’economia, della sicurezza.
Oleg Artemyev, con ogni probabilità, non è una spia. È piuttosto un professionista che ha pagato il prezzo di un’epoca in cui l’ingenuità non è più concessa e in cui la cooperazione internazionale è sopravvissuta solo sotto la forma di una convivenza armata, regolata da norme sempre più rigide. Il suo caso non chiude una storia personale, ma apre una riflessione più ampia su ciò che lo spazio è diventato e su ciò che, forse, non sarà più.















