Ormai da alcuni anni su queste pagine si approfondisce il rapporto dell’umanità e quello dello stesso sistema climatico con le masse ghiacciate che da centinaia di migliaia di anni coprono e proteggono il pianeta e ne costituiscono risorsa indispensabile in termini di risorse idriche. I ghiacciai infatti non sono soltanto maestose realtà naturali frutto di milioni di anni di vita e di evoluzione sul pianeta, ma gigantesca testimonianza dei delicati equilibri che hanno attraversato e attraversano l’ecosistema terrestre.
Nei confronti di queste cattedrali del pianeta l’uomo è sempre stato affascinato ed intimorito e ha sempre cercato con rispetto un rapporto con esse. Per centinaia di migliaia di anni la coltre ghiacciata e il suo alternare momenti di grandezza ed espansione a fasi di ritiro hanno governato la vita dell’umanità costituendo uno sprone alla conoscenza e all’utilizzo delle risorse che ne sono corollario. Sino al secolo scorso la loro realtà ed i ritmi collegati sono rimasti una certezza granitica e immutabile. La ricerca e lo studio glaciologico apparivano un campo smisurato sia in termini geografici e di estensione sia in termini temporali valutabili in ere! La concomitanza tra l’evoluzione industriale e lo sfruttamento delle risorse terrestri e la tendenza al riscaldamento della Terra sta facendo mutare ciò che sembrava immutabile non più in termini di ere ma centinaia e decine di anni. Va subito sottolineato che l’impatto dell’umanità sul pianeta è divenuto via via più pesante ed incisivo e che i mutamenti ad esso ascrivibili sono divenuti misurabili.
È tuttavia anche evidente che questa fase definita antropocene non ha ancora le caratteristiche di un’era, ma l’immanenza della cronaca e le forze smisurate che agiscono sul pianeta e all’interno di esso sono di tale portata e potenza che una loro minuscola ed insignificante variazione in apparenza potrebbe distruggere e cancellare la presenza del genere umano e modificare la vita stessa! È con questa chiarezza e realismo che dobbiamo contenere e minimizzare la nostra capacità di sfruttamento preservando con l’ecosistema anche la nostra esistenza in esso. L’atto più significativo è aumentare la capacità di conoscenza e di comprensione dei meccanismi e delle forze che interagiscono convivendo con essi.
Viene in mente in questo contesto quello che la fantascienza da sempre cerca di raccontare, a volte anche anticipando e prevedendo. La sorte tragica di quello che fu il mondo immaginario di Kripton, il pianeta di Superman, narrava della smisurata capacità degli scienziati di intervenire sui meccanismi che ne governavano ritmi ed equilibri, sino al punto in cui divenne talmente incisiva da provocarne la fine avendo superato il punto di non ritorno. Un racconto, certo, una storia immaginaria, ma anche un’indubitabile lezione di umiltà e moderazione, dimenticando le quali il mondo potrebbe presentare il conto.
La storia contemporanea dell’umanità e del suo interagire con il pianeta è solo un piccolissimo frammento e dunque cosa accadrà apparterrà a chi vivrà nei prossimi secoli e millenni. Tuttavia ci spetta il compito di salvare e curare ciò che abbiamo!
Una lunga premessa per affrontare il nodo posto dal titolo e spiegare realtà e possibili scenari futuri. Qual è la capacità di resistenza delle masse glaciali nei confronti del riscaldamento globale e quanto potranno durare? Un interrogativo non secondario dal momento che quello che capita da alcuni decenni è di tutta evidenza: che i ghiacciai stiano sciogliendosi e che le loro masse siano in costante contrazione e che questo accada anno per anno sotto i nostri occhi.
Misurare cosa sta accadendo è lo scopo che si è posto un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall’austriaco ISTA e coadiuvato da Cnr-Isp e Cnr-Irsa. Il team di ricercatori e scienziati ha sviluppato un modello previsionale sulla capacità refrigerante dei ghiacciai, terminata la quale - questo l’assunto - essi cesseranno di mitigare gli effetti del cambiamento climatico e accelereranno la loro fusione. I risultati della ricerca, mettendo a confronto la temperatura superficiale dei ghiacciai con quella dell’ambiente circostante, sono stati ottenuti utilizzando i dati di 350 stazioni su scala globale. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature Climate Change.
Sono stati monitorati 62 ghiacciai in tutto il mondo, raccolti attraverso 169 campagne estive di misurazione.
È emerso che queste masse ghiacciate raggiungeranno il culmine della capacità di auto-raffreddamento entro il prossimo decennio.
Hanno sottolineato Thomas Shaw e Francesca Pellicciotti, ricercatori dell’ISTA.
Raggiunto l’apice, prevediamo che le temperature in prossimità della superficie aumenteranno velocemente, comportando la fusione e il ritiro dei ghiacciai in tempi più rapidi.
Questa la conclusione non certo confortante.
La spiegazione di quanto si sta accertando è che i ghiacciai tendono naturalmente a raffreddare il loro microclima e gli ambienti locali delle valli, generando il ‘decoupling’, ovvero un disaccoppiamento tra la temperatura del ghiaccio sulla superficie rispetto a quella dell’ambiente in cui si trovano. Tuttavia, i ricercatori hanno previsto un cambiamento di tendenza che avverrà prima della metà del secolo in corso, quando la fine del decoupling accelererà esponenzialmente il declino dei ghiacciai. Ha aggiunto Franco Salerno, ricercatore del Cnr-Isp:
Possiamo parlare di resilienza dei ghiacciai alla fusione, proprio perché attraverso il raffreddamento dell’aria circostante si proteggono dal cambiamento climatico. Ma questo effetto non durerà a lungo.
Il lavoro di studio e approfondimento ha davanti però un limite: dal punto di vista scientifico, la scarsità di dati di osservazione rappresenta una criticità, perché limita l'identificazione di soglie critiche che potrebbero segnalare cambiamenti imminenti nel comportamento dei ghiacciai e negli effetti che producono sull’ambiente.
Abbiamo pertanto l’urgente necessità di espandere le reti di misurazione, in particolare nelle regioni montane poco rappresentate, che ci aiutino a comprendere il comportamento futuro di risorse idriche cruciali, quali sono i ghiacciai.
La conclusione di Nicolas Guyennon, ricercatore del Cnr-Irsa e coautore della ricerca.
A questo punto e con queste premesse è interessante parlare di quello che appare come un paradosso climatico che riguarda i ghiacciai dell'Himalaya, la zona del mondo insieme all’Antartide ad avere la maggiore consistenza glaciale. Decenni di dati sul monte Everest mostrano che i venti freddi creati dallo scioglimento dei ghiacci fanno temporaneamente da contrappeso al riscaldamento globale - ma che questo potrebbe presto cambiare. E l’indicazione che viene da un’altra ricerca pubblicata su Nature Geoscience, e condotta dall'Istituto di Scienze Polari del CNR di Milano e dall'Istituto di Ricerca sulle Acque (IRSA) del CNR di Roma, in collaborazione sempre con l'Istituto di Scienza e Tecnologia Austriaco.
Quello che si è scoperto è un effetto inaspettato. Quando questi giganti ghiacciati si sciolgono, creano venti freddi che contrastano la tendenza del cambiamento climatico, mantenendo le aree circostanti più fredde.
"Lo studio è interessante perché descriviamo l'impatto dei ghiacciai sull'atmosfera e non il contrario", ha affermato Nicolas Guyennon, ricercatore dell'IRSA e uno degli autori dello studio. Il team ha studiato i dati registrati a partire dal 1994 presso il Pyramid International Laboratory-Observatory in Nepal e altre tre stazioni lungo le pendici meridionali del Monte Everest. I dati si sono rivelati sorprendenti perché, nonostante l'aumento globale, le temperature intorno alla base dell'Everest sono rimaste costanti o sono addirittura diminuite.
La spiegazione, secondo i ricercatori, è che lo scioglimento dei ghiacciai dà origine a venti freddi a valle. La grande differenza di calore tra l'atmosfera e il ghiacciaio fa sì che la sua superficie scambi più calore con l'aria vicina. Questo porta l'aria più fredda e densa a scendere nell'ambiente circostante sotto forma di "venti catabatici", spinti verso il basso dalla gravità. Questi venti freddi diventano un contrappeso temporaneo e localizzato al riscaldamento delle temperature.
"Lo studio non deve essere frainteso", afferma però Michele Freppaz, studioso di scienze della neve all'Università di Torino. "Gli autori non sostengono che i ghiacciai himalayani non si stiano sciogliendo. Al contrario, attribuiscono il raffreddamento locale osservato al processo di fusione". Guyennon aggiunge che "altri studi suggeriscono che questo effetto tampone potrebbe raggiungere un punto di svolta. Se continuiamo a bruciare combustibili fossili, lo scioglimento del ghiacciaio sarà inevitabile".
E proprio contro questa inevitabilità e conoscendo ritmi e tempi, e anche le contraddizioni apparenti che questi studi ci pongono di fronte, che bisogna lottare con scelte rapide, coerenti e senza incertezze nell’unica direzione realmente praticabile: rallentare, fermare e se possibile invertire i meccanismi! Nella speranza non tanto scientifica ma umana, che tutto ciò sia ancora possibile come ci portano a ritenere studi e ricerche in tutto il mondo!















