Capita di assistere a spettacoli che escano dal tradizionale impianto scenico dei teatri istituzionali, ci mancherebbe. A dire il vero, un po’ meno spesso del secolo scorso, che è stato un esercizio continuo e un’esplorazione sistematica di spazi e moduli che facessero prendere aria al rituale stantio del pubblico immerso rigorosamente nel buio, con la vista obbligata su un palcoscenico. L’aria di restaurazione che si respira non ha risparmiato nessuno e quindi meglio rassicurare con l’impianto collaudato dei vecchi tempi.

Anzi, versiamoci dentro il protocollo televisivo, servono dei volti noti al pubblico, dicono i cauti produttori italiani, in modo che tutti si sentano un po’ a casa, coccolati da chi coccola e anestetizza per definizione.

È un tonfo assordante quello del teatro ispirato dalla tv e mummificato nei programmi degli stabili, ma fatevi un giro in provincia, rabbrividite con naturalezza, perché questa è la minestra riscaldata che passa il convento.

Eppure, ogni tanto, si spalanca una porta che era stata chiusa male e finalmente entra una folata di tramontana; caso strano, ma è quasi sempre dai paesi dove fa più freddo che giungono i respiri più interessanti.

Il regista è Milo Rau, un ispiratore compulsivo per quelli che ancora si pongono il problema della sopravvivenza del teatro e del suo ruolo nella nostra vita intima e sociale. Si esce dai suoi spettacoli con la fiammella della passione inaspettatamente riaccesa e si dice grazie. Non è poco, credetemi, di questi tempi. Un motivo dovrà pure esserci.

La Lettre è un prototipo di quello che potrebbe diventare il nuovo paesaggio della drammaturgia, un laccio di filamenti sanguigni che si snoda dalla vita delle persone; e non un paradigma obsoleto a cui sottomettersi. Un modo per scoprire e riscoprire che il Teatro è un fenomeno vivente che attraversa le nostre storie, i nostri incontri, i segreti che non siamo ancora riusciti a confessare, una crepa nel percorso abitudinario che ripetiamo senza coscienza. Un prototipo che si definisce per la sua contaminazione con la realtà, senza pretendere di rappresentarla o di farsene interprete, meno che mai di rivendicarne la comprensione o di impugnarla come una bandiera da sbattere in faccia al pubblico per vantarsi di essere rivoluzionari.

I dinosauri si sono estinti e bisogna prenderne atto, ma c’è ancora vita sul pianeta e noi che lo abitiamo, non si sa ancora per quanto, abbiamo il dovere e il diritto di rivendicare che il Teatro ci sia alleato, che sia la nostra voce se gli affidiamo il cuore.

Immaginate di prendere un diario dimenticato in un cassetto, un taccuino di appunti, una vecchia fotografia ingiallita, grazie a dio, perché si è salvata dall’epoca del digitale. Aggiungeteci che tra quelle righe, in quell’immagine, in una nota scritta al volo su un treno ci sia il seme di una svolta decisiva della vostra vita. Uno snodo che ha modificato il corso delle cose, determinato l’orbita del vostro viaggio nella cosiddetta realtà. Esaminatelo con più attenzione e lasciatevi sorprendere quando s’ingigantisce ai vostri occhi, come una valanga che poco a poco si è trascinata un mucchio di scelte che avete fatto sotto la sua influenza.

Ora fateci un piccolo nodo e allestite una scena molto semplice, quattro piantane incrociate per fare un po’ di luce e non lasciare le cose nell’oscurità. Sappiate comunque che qualsiasi cosa abbiate scritto o ritrovato può trovare una prosecuzione nel Teatro, un archetipo del repertorio letterario che vi aspetta per abbracciarvi e darvi lo spunto necessario ad affermare che non siete soli, che credevate di esserlo, ma che la vostra scintilla d’ispirazione ha dato origine ad un nuovo esperimento. Sappiate infine che non c’è bisogno di un edificio teatrale per condividerlo con gli altri.

Potete attrezzare il vostro esperimento in una piazza, meglio se defilata dal traffico, dove sarà mai, direte voi, e ce ne sarà pure una se la cercate con più attenzione! Oppure scegliete un cortile, i cortili una volta erano il luogo di ritrovo dei ragazzini che giocavano e sudavano e si sbucciavano le ginocchia anziché avere l’agenda di un manager d’azienda. Se proprio non trovate un cortile, sbarcate in una fabbrica abbandonata, di quelle se ne trovano a decine in tempi di recessione e di licenziamenti coatti. Mi vengono in mente anche gli stabilimenti balneari fuori stagione, almeno si approfitta delle concessioni svendute a prezzi stracciati e si ripiglia qualcosa che spetta alla comunità.

Insomma allestite la vostra Lettre dove vi riesce, e anche se non è collegata al Gabbiano di Cechov e alla Giovanna d’Arco di Dreyer, ci sarà certamente un riferimento letterario o storico che vi aiuterà a comprendere meglio il senso di quello che poi avete fatto nel corso della vita e getterà luce su chi siete diventati, chissà, facendovi accettare i vostri limiti, ma anche i vostri meriti, insomma il vostro ineguagliabile destino.

Tutto questo contribuirà a risvegliare negli spettatori che casualmente o deliberatamente sono venuti, incuriositi da quelle quattro luci, una scheggia di consapevolezza, un impeto di fratellanza, un tocco di empatia; ed ecco che il Teatro avrà ripreso il suo posto tra di noi, cancellando per un breve tratto la solfa ininterrotta dei social media, della distrazione coatta a cui un sistema malato vuole sottometterci.

La Storia della letteratura, del teatro o della Storia con la S maiuscola, intrecciata a elementi intimi e personali, come le biografie degli interpreti. Così, nella pièce, tutto si mescola e dialoga.

In sintesi, secondo le parole di Milo Rau stesso, questo è ciò che vediamo accadere nella Lettre. Restiamo stupefatti, affascinati dalla grande semplicità con cui si riesce a passare da un piano all’altro.

Ognuno porta in sé molteplici storie. Il lavoro consiste nel selezionare quelle che risuonano tra loro, creando un tessuto scenico coerente. La mia unica regola è partire sempre dal ‘nulla’: costruire insieme un racconto così forte da meritare di essere condiviso con il pubblico.

Il Teatro torna a non essere negoziabile, perché si nutre della linfa più preziosa di cui sono detentori gli umani. Bisogna nuovamente decidere di metterla in gioco, di renderla un elemento di condivisione e avere la generosità di rifare il percorso per gli altri. Ho assistito a La Lettre al teatro Vascello di Roma in una delle quattro repliche previste per la città, ma è stato un caso limitato. L’unico altro teatro in cui era stato messo in scena era quello di Avignone. Per le oltre cinquanta repliche fatte in Francia si era adeguato ai luoghi più disparati in cui fosse possibile piazzare le sue quattro piantane e ricavare una postazione di regia.

Non va dimenticato che il Teatro è un’arte della ripetizione, ma non può tollerare la noia degli imbonitori.