Prima che sia notte è l’avventurosa autobiografia di Reinaldo Arenas, scrittore cubano omosessuale e anticastrista, morto a New York nel 1990 per AIDS. La sua vita tormentata è stata trasposta cinematograficamente, nell’omonimo film (2000) da Julian Schnabel, con quella delicatezza e quel rispetto che proprio nell’opera letteraria mancano.

Ho letto Prima che sia notte esattamente due anni fa e mi piacque moltissimo. Rileggendolo ora, per l’articolo, sono stata maggiormente critica e talvolta esasperata dai particolari scabrosi con cui Arenas racconta i suoi incontri omosessuali che sembrano essere compulsivi. Parallelamente a questa sfrenata e ossessiva attività sessuale, c’è l’ossessione per Fidel Castro in persona e per il suo regime di cui fu, più di una volta, vittima.

Parlando di Reinaldo Arenas, si entra in un territorio veramente minato: la minuziosità del racconto della sua vita sessuale, già da una precocissima età, rasenta la pornografia, la patologia e la pedofilia. Uso quest’ultimo termine perché lo scrittore, adulto, racconta con dovizia di particolari i rapporti con giovani che – benché scaltri e consenzienti – sono comunque minorenni1. Anche se Reinaldo Arenas, conformemente ad altri scrittori latinoamericani, fa aleggiare un che di magico su tutto, riuscendo a far passare quel tutto come normale.

Per quanto tali tematiche siano comuni a tanti altri scrittori, come i nostrani Pier Paolo Pasolini e Pier Vittorio Tondelli (soprattutto in Altri libertini del 1980 per il linguaggio fortemente esplicito), è proprio il modo di raccontarle, lo stile, a liberarle da una bieca morbosità. Nel 1973 viene arrestato per adescamento di minori, vicenda biografica che richiama il processo pasoliniano del 1950 e che, per il tipo di vita condotto, era inevitabile. In questo senso, non ci sono autocritiche: tutto è giustificato e giustificabile alla luce di una dittatura che oscurava ogni cosa e la cui reazione era, per lo scrittore, proprio la vitalità sessuale.

Territorio minato anche per la sua feroce critica al regime di Castro, maggiormente accolto rispetto alle dittature di destra e osannato da alcune parti politiche a livello internazionale e da intellettuali non cubani come García Márquez ed Eduardo Galeano verso cui Arenas utilizza parole irrisorie, denigratorie e feroci.

Non perché Eduardo Galeano (che ha conosciuto la dittatura in Uruguay di Juan Maria Bordaberry), sia uno dei miei scrittori preferiti, ma rimango perplessa nella definizione di “uomo di fiducia di Castro”2. Galeano lesse, durante una conferenza all’Università di Portorico, “un lungo proclama politico che attaccava proprio il mio atteggiamento apolitico3, dopo l’intervento di Arenas con uno scritto su Lezama Lima, altro scrittore omosessuale cubano vittima del Sistema.

La Rivoluzione cubana incantò il mondo occidentale, ma si rivelò una dittatura ancor peggiore di quella di Batista che l’aveva preceduta, a leggere le parole di Arenas. Le dittature di sinistra, molto più facilmente di quelle di destra, riescono a trascinare un gran numero di intellettuali.

Il caso più eclatante, sempre secondo lo scrittore cubano, è quello di García Márquez definito qui “scimmiottatore di Faulkner”, “una delle vedettes più importanti di Fidel Castro”4, un ipocrita, “un opportunista nato”. E relativamente alla sua produzione letteraria: “La sua opera, salvo qualche indubbio merito, è piena di populismo, di cianfrusaglie”5.

L’atteggiamento ambiguo dello scrittore colombiano trova la sua spiegazione in un’altra opera, nel resoconto della conferenza tenutasi a Lima il 5 e 7 settembre 1967, Due solitudini, tra i due futuri premi Nobel, Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez. In realtà, si tratta di una sorta di intervista che il famoso scrittore peruviano fa a quello colombiano.

In una delle postille finali, Vargas Llosa spiega che Márquez andò a lavorare a Cuba (assieme a Plinio Apuleyo Mendoza) per Prensa Latina fino a che il giornale mantenne una sua autonomia dal Partito comunista, che mirava ad impadronirsene. Quando ci riuscì, i due giornalisti (García Márquez iniziò la sua carriera come giornalista) furono vittime delle sue purghe. Ciò fu, per il colombiano, uno shock sia a livello personale che politico. Prima di arrivare a Cuba, lui fu molto tiepido verso la Rivoluzione cubana, contrariamente a Vargas Llosa (non certo di sinistra) che ne fu invece grandemente entusiasta.

Dopo il “Caso Padilla” (1971, di cui parlerò più diffusamente in seguito), – il poeta accusato di essere un agente della CIA e condannato pubblicamente a rinnegare le sue opere contro Castro –, Vargas Llosa si riunì, con altri intellettuali, a scrivere una lettera di protesta per la cattura di Padilla. Il succitato Plinio Apuleyo Mendoza, ex giornalista di Prensa Latina assieme a Márquez, sosteneva che bisognava mettere anche la sua firma.

Nonostante l’opposizione degli altri, Apuleyo Mendoza l’aggiunse comunque. Márquez si infuriò e “dopo che Padilla fu uscito dal carcere, mentre accusavano assurdamente lui e tutti noi che l’avevamo difeso di essere agenti della CIA, scrivemmo una seconda lettera di protesta che García Márquez non volle firmare”6.

Ho già detto in altra sede7 che spesso gli intellettuali, per opportunismo, per convinzione o per paura, appoggiano i regimi. E sicuramente, l’atteggiamento di reverenza da parte di Márquez nei confronti di Castro (testimoniato da numerose foto assieme) dopo l’epurazione da Prensa Latina, fu dovuto proprio al timore di perdere nuovamente il certo e la certezza.

Credo fermamente che García Márquez abbia mandato avanti nella sua attività letteraria una personale e velata lotta contro Castro, apparentemente in contrasto con le sue amichevoli partecipazioni a fianco del dittatore cubano.

Nel suo romanzo L’autunno del patriarca (1975) ci sono diversi elementi che ricordano la figura magniloquente e teatrale di Fidel Castro. All’interno della storia di questo dittatore caraibico che ha 182 anni, da così tanto tempo al potere da non ricordare quando l’ha assunto, che ne ha talmente tanto da non aver più bisogno di comandare, c’è un episodio che ne richiama prepotentemente uno reale.

Del resto, fu l’autore stesso a dire che le vicende narrate sono elaborazioni poetiche delle proprie esperienze personali che gli servirono, in questo specifico caso, ad esprimere l’immensa solitudine del potere.

Nel romanzo sono presenti delle vacche (e anche altri animali) che, all’interno del palazzo del potere, mangiano le tele ad una ad una, i quadri in cui sono dipinti i grandi padri della patria. Personaggi immortali, eternizzati dalla pittura.

A mio avviso, Márquez ha qui rielaborato ciò che accadde al Salone di maggio a L’Avana nel 1967. Con questa mostra, dove furono allestite anche opere di Picasso, e che in genere si svolgeva a Parigi, Castro volle dare una patina di occidentalità all’acme della propria stima tra gli intellettuali europei e latinoamericani. Decise che, accanto ai dipinti, dovessero essere esposte anche delle vacche.

Una “brillante idea” secondo l’espressione ironica di Arenas, idea che probabilmente Márquez ha ripreso e traslato nella magicità letteraria per dare ai ruminanti la facoltà di cancellare i simboli e i personaggi del potere e rendere ancor più decadente l’immagine del patriarca e del luogo in cui vive.

L’avversione verso lo scrittore colombiano scorre, in Arenas, assieme a quella di Fidel Castro, persecutore di ogni tipo di dissidente e degli omosessuali. E vede l’omosessualità come una reazione al regime: “Forse in segno di protesta contro il regime, le pratiche omosessuali proliferarono con sempre maggior sfacciataggine”8. Lui rientrava perfettamente nelle due categorie, e anche in una terza: quella degli scrittori. Dice, infatti, che Castro non nutriva un’ammirazione per questi ultimi, ma il circondarsene era un’ulteriore strategia.

Riuscì, col terrore, ad assoggettarne molti, costringendoli pubblicamente a rinnegare tutto ciò che avevano scritto di antirivoluzionario e a “convertirsi” al nuovo credo castrista. Herberto Padilla, autore di opere come Fuera del fuego e Provocaciones (apertamente contro Castro), fu il capro espiatorio scelto dalla Sicurezza di Stato.

Dopo essere stato arrestato e picchiato per un mese in una cella, fu costretto ad una pubblica confessione ripresa dalle telecamere e diffusa in tutto il mondo (e i cui frame reali si sovrappongono a quelli recitati nell’opera di Schnabel) in cui rinnegava se stesso come scrittore e come uomo. Denunciò tutti i suoi amici e anche sua moglie. Con quella confessione venne completamente distrutto, annientato, divenendo poi il fantasma di se stesso.

E aggiunge: “I dittatori dei regimi totalitari possono distruggere gli scrittori in due modi: perseguitandoli o riempiendoli di prebende ufficiali”9.

Castro,“burattino nelle mani dell’Unione Sovietica”10, che aveva diffuso in tutta l’isola il superstalinismo, aveva il gusto per la teatralità. E non solo le confessioni erano pubbliche, ma anche le fucilazioni nei confronti di chi era contrario al regime e dei cospiratori che divennero un vero e proprio spettacolo. C’è da sottolineare che chiunque fosse contro di lui veniva etichettato come “agente della CIA”.

Arenas stesso, quando finì al terribile carcere “El Morro” (tra le pagine più devastanti del romanzo e rese magistralmente nella trasposizione cinematografica), aveva questo appellativo. El Morro era una fortezza coloniale spagnola per difendersi dai corsari e dai pirati al porto dell’Avana. Una prigione marina. Un posto estremamente umido e scavato nella roccia, con celle di isolamento che non superavano il metro d’altezza e su cui era quindi impossibile starci in piedi. Impossibile non impazzire.

Era popolato da delinquenti comuni, una minima parte da prigionieri politici.

Che si sia creduto o meno nella Rivoluzione cubana, non si può negare che essa abbia poi portato a perseguitare – come altre grandi e spregevoli dittature – coloro che la avversavano. La testimonianza di Arenas (che a 14 anni si arruolò nelle truppe rivoluzionarie) ne è un esempio; discutibile su certe conseguenze logiche come nella parte finale, ma non si può di certo obiettare che lui abbia subito di tutto.

La censura in primis che lo portò ad affidare i suoi manoscritti ad amici (come il pittore Jorge Camacho e sua moglie Margarita che riuscirono a far pubblicare Celestino antes del alba e Otra vez el mar in Francia e che lì parlarono del vero volto di Cuba), a riscrivere i suoi romanzi anche tre/quattro volte quando venivano confiscati o perduti. L’inferno della schiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero (l’isola si trasformò in un’enorme piantagione che tutti avevano il dovere di tagliare) e infine la prigione, “impero del rumore”, popolata da loschi personaggi ed insetti di ogni tipo che divoravano la carne.

Da El Morro si cercava spesso di scappare, senza fortuna. Il modo più abile per riuscirci era il suicidio. A El Morro come in tutta Cuba: una quasi certa via di fuga. E che anche Arenas tentò.

Sono rarissimi i suoi momenti di sconforto per la straordinaria capacità di adattamento, avendo conosciuto sin da piccolissimo la miseria più nera. Il suo primo ricordo risale a quando aveva due anni e mangiava la terra nella granja dove stavano gli animali. Precisa che questo episodio non rientra affatto nel realismo magico letterario, ma fa parte della sua realtà. E di quella di tantissimi altri.

L’innata propensione alla scrittura si manifesta sin dalle Scuole Elementari, quando ancora il suo mondo era abitato dai racconti – anche truci – della nonna, figura cardine della sua formazione, non solamente umana. Era il centro della casa, l’unica persona che avesse mai visto contemporaneamente pisciare in piedi e parlare con Dio.

Sua madre era stata abbandonata poco dopo essere rimasta incinta. Vide il padre solo una volta, quando la madre dall’altra parte del fiume, lo riempiva di sassate. “Credo che lo splendore della mia infanzia, passata nella miseria più assoluta, come nella più assoluta libertà, sia stato unico: sui monti, circondato da alberi, animali, apparizioni e persone alle quali ero completamente indifferente. La mia esistenza non aveva giustificazioni, né interessava a nessuno”11.

Gli scarsi mezzi non gli impedirono certo di arrestare la sua vis creativa e di vincere premi importanti, già al suo debutto, come quello alla Biblioteca Nazionale di L’Avana con un breve racconto. Celestino antes del alba (primo romanzo del ciclo Pentagonía) e Otra vez el mar sono considerate tra le sue opere più poetiche.

Prima che sia notte: braccato dalla polizia, si rifugiava spesso sugli alberi – come quando era bambino – e doveva scrivere prima che facesse notte, appunto. Un’autobiografia che scorre veloce, avvincente, dove niente è mascherato. E con una scrittura che ti costringe ad accettare veramente di tutto.

Il film, con un incredibile Javier Bardem che solo lui avrebbe potuto interpretare, per somiglianza fisica e caratura attoriale, è piuttosto fedele al romanzo-fiume di cui vengono, per necessità, eliminati con colpi d’accetta anche episodi importanti o fatti confluire in una successione di immagini. Assolutamente veritiera, la partenza da Cuba nel 1980 con l’imbarcazione San Lázaro, quando ci fu un’“amnistia” per le persone sgradite al regime, e il cognome fu precauzionalmente modificato in Arinas.

All’io narrante vengono prestati interi e letterali stralci del libro, alcuni personaggi ne racchiudono diversi, come il trans Bon Bon interpretato da Johnny Depp a cui corrispondono più persone nell’opera letteraria.

Il tenente Victor, sempre interpretato da Johnny Depp all’apice della sua carriera e della sua bellezza, ha uguale importanza e vengono caratterizzate benissimo dall’attore tutte le sfumature della pagina scritta.

Come ho detto all’inizio, il film risulta molto più delicato, sicuramente meno politicizzato, ma ben equilibrato nello scegliere i passi più salienti da portare sullo schermo. Differisce sostanzialmente nel finale: sappiamo che Reinaldo Arenas dopo il suo j’accuse, la sua “vendetta sul genere umano”, e una lettera d’addio in cui incolpa – ingiustamente – di tutto, anche delle sue malattie, il regime di Castro, si suicida nell’agosto 1990 a New York con un’overdose di eroina. Principalmente perché non riesce più a lavorare.

L’adattamento cinematografico predilige un’altra fine, del tutto romanzata, che non svelerò per chi ancora non l’ha visto, ma che dà una drammatica versione sul valore della più profonda amicizia.

Note

1 “Le mie avventure non si limitavano alle spiagge o alle caserme. Andavo anche nelle università, negli ostelli dover dormivano centinaia di studenti” in Reinaldo Arenas, Prima che sia notte, Guanda Editore, Milano 1993 (ebook).
2 Op. cit., p. 1605.
3 Ibidem.
4 Op. cit., p. 766.
5 Op. cit., p. 1674.
6 Mario Vargas Llosa-Gabriel García Márquez, Due solitudini, Mondadori, Milano 2021, pp. 316-317.
7 “Il movimento Surrealista e i suoi cento anni. l’avanguardia e la celebrazione del centenario al Centre Pompidou”, Meer 15 luglio 2025.
8 Op. cit., p. 607.
9 Op. cit., p. 510.
10 Op. cit., p. 701.
11 Op. cit., p. 76.

Bibliografia

Reinaldo Arenas, Prima che sia notte, Guanda Editore, Milano 1993 (ebook).
Mario Vargas Llosa-Gabriel García Márquez, Due solitudini, Mondadori, Milano 2021 (ebook).