Nell’immaginario collettivo la città di Cuneo è sinonimo dei cuneesi, deliziosi cioccolatini al rhum creati nel 1923, e dell’associazione “Uomini di mondo”, che, ispirata alla celebre frase pronunciata da Totò all’onorevole Trombetta: “Sono un uomo di mondo. Ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, conta 17mila iscritti, tra i quali anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Pochi associano Cuneo al Medioevo. Eppure la città piemontese, capoluogo della Provincia Granda, di legami con il Medioevo ne ha parecchi.

Arrivando da Asti, giunti al viadotto Soleri, sulla sinistra si può notare la strana disposizione dell’agglomerato urbano, proteso lungo un altipiano affacciato sulla confluenza dei torrenti Gesso e Stura. È questo il primo approccio al Medioevo cuneese. Un Medioevo che poco si manifesta attraverso millenari luoghi di culto e importanti palazzi storici, ma è silente, visibile a chi desidera davvero conoscere a fondo questa bella e ricca località.

Ad accompagnarci in un tour alla riscoperta della città invisibile, raccontandoci fatti e leggende, anche legate alla sua fondazione, è un cicerone d’eccezione vissuto nella seconda metà del ‘400: Giovanni Francesco Rebaccini. Consigliere comunale, sindaco ed emissario alla corte dei duchi di Savoia, Rebaccini fu molto probabilmente l’autore della più antica storia cittadina. Il manoscritto, redatto nel 1484, s’intitola Chronica loci Cunei. All’origine della fondazione di Cuneo c’è una delle fake news più persistenti della storia, tramandate fino a noi: lo ius primae noctis. Infatti pare che a fondare nel XII secolo questa villanova in terreni situati sulla riva sud-orientale del pianalto, ossia del picium Cunei -il pizzo di Cuneo- , proprietà dell’abbazia di Borgo San Dalmazzo, furono gli homines di Caraglio in rivolta contro il loro signore. I motivi? Intromissioni nelle successioni ereditarie, servizi imposti agli uomini e ai loro animali, ma soprattutto il leggendario quanto legalizzato sopruso ora conosciuto come ius primae noctis, il diritto della prima notte; uno dei tanti luoghi comuni sul Medioevo di cui in epoca medievale non si conosce nemmeno una testimonianza.

In realtà Cuneo nacque tra il 1191 e il 1198 come tentativo di emancipazione di un gruppo di comunità rurali, che riuscì a ottenere il proprio riconoscimento formale grazie a un patto di alleanza con il Comune di Asti, siglato il 23 giugno 1198. Ben presto nel semplice accampamento di case in legno, posto nell’area urbana dove si trovava la chiesa di San Giacomo (oggi San Sebastiano), documentato sin dal 1211, migrarono uomini e donne provenienti dai villaggi vicini: Cervasca, Morozzo, Beinette, Boves, Brusaporcello, Quaranta. Il 5 febbraio 1259 il podestà di Cuneo, Raimondo Asinario, strinse un accordo economico con i rappresentanti del Conte di Provenza. La convenzione prevedeva che il Comune piemontese acquistasse il sale dalla gabella di Nizza a un prezzo di favore di 20 denari tornesi lo staio, riscuotendo poi 1 o 2 denari rinforzati a seconda della quantità trasportata. In cambio il conte di Provenza garantiva la sicurezza dei traffici transalpini, proteggendo i mercanti che percorrevano la strata Cunei, un fascio di itinerari tracciati nelle valli Vermenagna, Stura e Gesso, per recarsi a Nizza e in Provenza.

Successivamente identici impegni per salvaguardare questi percorsi furono assunti anche da Carlo d’Angiò, che si era garantito il monopolio delle saline di Hyères. Duplice il suo intento: danneggiare il lucroso commercio di sale controllato da Genova e dalle altre città liguri, vietandone ai Cuneesi la rivendita, e ottenere un accesso per la penetrazione economica e politica verso il Nord Italia, poiché da Nizza partiva la strada diretta a Cuneo e, da lì, verso Asti e la pianura Padana. Da tali accordi commerciali ne trassero comunque vantaggio ambedue i contraenti.

Rebaccini afferma che sotto la signoria angioina Cuneo visse una stagione di notevole prosperità. La città attirò molti immigrati e “ogni sorta d’artigiani” e il gruppo dirigente locale ampliò il proprio orizzonte economico a mercati internazionali. Inoltre l’esigenza di assicurare liquidità al sistema economico, permettendo agli uomini d’affari di destreggiarsi nel vivace quadro degli scambi commerciali tra Finalese, Savonese e Nizzardo, stimolò l’apertura di una zecca con la coniazione di nuove monete. Panni di Francia, tela, lino, pelli, grano e formaggi importati, transitavano da Cuneo, destinati al commercio internazionale. Greggi, buoi, grano, canapa, noci, castagne, travi, fieno, vino e legumi prodotti in loco, arrivavano sui banchi del mercato cittadino che, attestato dal 1203, costituiva un centro di smistamento per l’hinterland.

Sul finire del Duecento l’assetto urbano, ormai “concluso”, si sviluppava sui due lati della platea, la principale arteria medievale, corrispondente all’odierna via Roma. Da questa viuzza centrale, che collegava le porte di Quaranta e Borgo, aperte rispettivamente in direzione di Asti e Borgo San Dalmazzo, dividendosi nelle clape di Gesso e di Stura, avevano origine svariate diramazioni. Chiese, conventi e abitazioni erano protette da difese perimetrali che, interrotte in corrispondenza di cinque porte, seguivano il ciglio del pianalto su cui era stato innalzato il borgo, per poi chiudersi in modo rettilineo a monte, nel settore pianeggiante.

Gli Statuti comunali del 1380, codificati alla fine dell’ultimo periodo angioino, in vigore anche dopo il definitivo passaggio ai Savoia, attestano un tessuto edilizio stabilizzato con la platea come fulcro architettonico e urbanistico. Essa, concepita con andamento arcuato finalizzato alla forte monumentalizzazione della scena cittadina, era caratterizzata dalla presenza continua dei portici, della torre civica, molto probabilmente situata nell’area adiacente all’attuale torre, e dalla domus comunis, residenza obbligatoria di vicarius, judex et miles e sede ufficiale del Comune.

Durante il XIV secolo nella platea alle semplici domus dei quartieri adiacenti si sostituirono i palacia delle famiglie dirigenti: i Malopera, i de Alaxis, i de Centallo, i Dolce, alcuni anche in forma di torre. Le loro abitazioni, costruite con largo impiego di laterizio in sostituzione dei ciottoli attorno a una corte centrale, erano dotate di portico ed avevano in prevalenza uno sviluppo verticale. La struttura più antica, forse exemplum per le realizzazioni successive, è il palazzo di Paganino del Pozzo. Interessanti esempi sono anche il palazzo appartenuto ai conti Vitale di Paglieres, ora sede della Cassa di Risparmio di Cuneo, e i già rinascimentali palazzi della Chiesa e Cravesano.

Inoltre alla metà del ‘300 nel “castrum et villa” di Cuneo si svilupparono parecchie attività manifatturiere. Testimonianza indiretta sono i tanti cognomi, che rimandano ad attività artigianali: Affaytator, Macellarius, Pectenarius, Calegarius, Dorerius, Palliparius, Fromagerius, Ferrarius. Questi nomi di famiglia evocano un universo di mestieri legati alle varie esigenze della vita quotidiana, dalla concia delle pelli alla trasformazione dei prodotti alimentari o alla lavorazione dei metalli. In particolare la Cuneo angioina si dimostrò un centro manifatturiero di rilievo per la fabbricazione della coltelaria, attività impiantata sin dalle origini del nucleo demico. Conferme dell’importanza dei coltellinai arrivano dai Capitula cultelleriorum redatti nel 1346 e confluiti poi nella redazione statutaria del 1380.

Alla metà del ‘400 Cuneo, ormai stabilmente inserita entro il sistema territoriale sabaudo, al pari di Alba e Asti rappresenta un importante riferimento mercantile per il Piemonte sud-occidentale. In città sviluppo economico e riqualificazione architettonica andarono di pari passo. La struttura dei portici della platea, in parte fu rinnovata e in parte integralmente sostituita con l’aggiunta di avancorpi addossati alle vecchie facciate delle case. Passeggiando in via Roma o in via Mondovì si possono ancora osservare parecchi elementi decorativi di finestre, in origine aperte su facciate poi incapsulate come muri di spina nelle espansioni verticali dei portici.

Se alcune parti del tessuto edilizio privato sono sopravvissute nelle stratificazioni dei secoli XIV-XV, uguale sorte non è toccata ai complessi “monumentali” civili o religiosi. Il convento di San Francesco, sopravvissuto in forme tre-quattrocentesche e classificato come monumento nazionale, rappresenta l’unica considerevole eccezione. La chiesa, in stile gotico, si suddivide in tre navate. Eretta sui resti di una cappella della fine del Duecento, disposta in senso trasversale rispetto all’attuale luogo di culto, fu affrescata dai più importanti artisti attivi nelle valli montane del Cuneese, tra i quali Pietro da Saluzzo e la sua bottega. Fra la primitiva cappella e la chiesa francescana si inserisce la fase architettonica trecentesca. Una passerella in vetro permette al pubblico di osservarne i reperti. Particolarmente interessante è il piccolo cimitero, inglobato all’interno della fabbrica e posto accanto a quella che era la cappella del campanile. La fossa comune, lasciata a vista, conserva in giacitura primaria i resti umani dell’ossario dei frati, in origine disposto attorno alla chiesetta. Dagli anni Trenta del ‘900 l’ex convento francescano ospita il museo civico.

Nel percorso museale riproduzioni tridimensionali e mappe tattili accompagnano i visitatori, compresi i portatori di disabilità, in un viaggio emozionante nel tempo e nello spazio. Nel 2014 la sezione archeologica è stata riallestita, grazie ai contesti di età romana e altomedievale affiorati durante la realizzazione dell’autostrada Asti-Cuneo (scavi 2009-2011; Lotto “Cuneo-Castelletto Stura, Consovero, Sant’Albano Stura) e restaurati con una convenzione tra il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, l’Autostrada Asti-Cuneo e l’Anas. In particolare, la scoperta della necropoli longobarda di Sant’Albano Stura, avvenuta in un territorio scarsamente indiziato dal punto di vista del rischio archeologico e di eccezionale rilevanza nel panorama italiano per estensione e quantità di deposizioni, ha consentito di ribadire con nuovi dati l’importanza storica della Bassa Valle della Stura come territorio nodale tra gli agri di Pollentia (sponda orografica sinistra) e di Augusta Bagiennorum (sponda orografica destra).

Situata sul terrazzo fluviale della Stura e databile a tutto il VII secolo, essa permette di anticipare la conquista longobarda del Piemonte sud-occidentale agli anni del regno di Agilulfo (591-616). Il sepolcreto prese avvio dal settore più settentrionale. Le sepolture furono disposte su lunghe “righe” parallele con sviluppo nord-sud. La seconda generazione proseguì l’uso funerario dell’area, occupando il settore più a sud e così quelle successive, fino a raggiungere l’estremità meridionale della necropoli. Sono i reperti, sempre più tardi con l’allontanarsi dal settore settentrionale verso sud, che consentono di seguire questo sviluppo lineare e coerente. Le guarnizioni di cintura di ferro ageminato, ricche di decorazioni legate al cambiamento della moda, in mostra al museo risultano fra i manufatti più indicativi, evidenziando lo sviluppo del decoro per tutto il VII secolo.

Tra i monili femminili esposti le fibule a “S” costituiscono gli oggetti più tradizionali e antichi. Accanto alle fibule arricchiscono le vetrine parecchie coppie di orecchini, che a Sant’Albano presentano una sorprendente continuità, anche quando le sepolture femminili non hanno più corredo. Inoltre esaminando le tombe femminili nuove scoperte provengono dall’analisi delle collane, realizzate in pasta vitrea opacizzata e colorata. I vaghi, ossia gli elementi delle collane, sono realizzati in svariate forme: dagli esemplari sferici, cilindrici o ad anello più comuni, si passa a quelli piriformi o tubolari, realizzati per avvolgimento a spirale di vetro traslucido. I colori dei vaghi sono blu, bianco, giallo, rosso, raramente compare il verde. Tutti i pigmenti sono ottenuti con procedimenti complessi e, in prevalenza, con l’impiego di scorie metalliche. Sulle tonalità di base abili orefici inglobarono a caldo filamenti di diversa cromia, a volte li applicarono a punti in rilievo o parzialmente mescolati. Inoltre assai interessanti appaiono le applicazioni superficiali di colore diverso dal corpo, tirate con una punta in modo da creare il caratteristico motivo “a piuma”.