Se penso alle sfilate della moda, mi vengono in mente le passerelle delle città più grandi e importanti del mondo, passando da Milano, Parigi e New York, nonché detentrici delle meravigliose e caotiche settimane della moda.
Credo che la maggior parte delle persone si immagini una sfilata di moda, che sia di uno dei colossi del lusso, o dei fast fashion, come una semplice camminata, su un corridoio, in mezzo a delle persone che da entrambi i lati osservano e giudicano ciò che vedono, senza seguire delle vere e proprie regole, ma semplicemente il loro gusto personale.
Ecco non credo che ci sia visione più sbagliata di ciò. Per questo oggi voglio cercare di farvi interiorizzare il concetto di sfilata, per come lo vedono gli occhi di un creativo e non di classiche persone sedute in platea.
Ogni collezione racconta una storia. Ogni abito è il capitolo di un diario che parla di una visione, di una fragilità, di un’urgenza creativa. Perché la moda, anche la più alta, quella impalpabile, preziosa, criticata, quella dell’haute couture, è prima di tutto emozione. E un’emozione, per essere raccontata, ha bisogno di un contesto che la amplifichi. Un luogo. Una scena. Un’atmosfera.
Ecco perché negli ultimi anni abbiamo assistito a un vero e proprio “teatro” della moda. Le passerelle hanno abbandonato i saloni tradizionali per invadere spazi inaspettati, assurdi, poetici, simbolici. Perché la moda vuole parlare. E per farlo ha bisogno di un palcoscenico all’altezza della propria voce.
Uno degli esempi più noti, quasi leggendario, è la sfilata di Chanel autunno/inverno 2014, firmata da Karl Lagerfeld. Il Grand Palais di Parigi si trasformò per l’occasione in un supermercato gigante, con scaffali ricolmi di beni alimentari, detersivi e cartellini promozionali. Un colosso del lusso tra i carrelli della spesa. Il contrasto era violento, quasi irriverente. Ma era proprio lì, in quella scelta, che si nascondeva il messaggio.
Lagerfeld voleva dire qualcosa. Che il lusso non è solo élite, ma anche gioco, ironia, sovversione. Voleva mostrare l’assurdo dell’opulenza in un mondo che rincorre il consumo. Gli abiti sfilavano tra banane impacchettate e detersivi griffati, eppure tutto appariva perfettamente coerente. Perché la moda, in quel contesto, diventava una critica, un manifesto, un’allegoria. E chi era lì, in quella stanza, non era solo spettatore: era parte di una messa in scena.
All’estremo opposto, ma con la stessa forza emotiva, c’è l’ultima sfilata di haute couture della designer francese Marine Serre. Mentre molti brand tornano nei palazzi storici, lei ha scelto il silenzio e la polvere di una stazione ferroviaria abbandonata. Niente luci artificiali, niente oro, niente tappeti. Solo ferro, cemento, detriti.
Ma è lì che l’emozione ha trovato la sua casa. Gli abiti della stilista, o meglio dell’artista citata sopra, li percepiamo taglienti, rigenerati, spesso fatti con materiali di recupero, camminavano su quella passerella come anime in cerca di riscatto. La stazione, simbolo di passaggio e attesa, si è fatta metafora di un mondo in transizione. Quella sfilata era un grido: di dolore, di speranza, di rinascita. La moda, anche quando è altissima, sa farsi umana.
Ci sono sempre più critiche intorno all’haute couture. Che sia inutile, che sia eccessiva ,che non risponda ai bisogni reali del mondo. Ma se la guardiamo con occhi diversi, se ci immergiamo in essa e ne scopriamo il significato più profondo, forse possiamo capire che non si tratta di rispondere a un bisogno, quanto di rappresentarlo. L’alta moda si può definire come un’esigenza, come un imminente bisogno, come un’urgenza. Come scrivere un libro. Come dipingere un quadro. È un atto espressivo che sfida le regole del quotidiano, per tentare di raccontare l’invisibile.
C’è chi ha bisogno di scrivere per sopravvivere. Chi crea musica per liberarsi. E c’è chi disegna abiti come se stesse costruendo ponti tra sé e il mondo. Un abito couture non è mai “solo” un abito. È un’idea che prende forma. Un pensiero che diventa materia. Ed è un lusso sì, ma non solo per chi lo indossa. È un lusso per chi ha ancora la libertà di sognare.
La scelta del luogo, in una sfilata, è sempre una dichiarazione d’intenti. Pensiamo ai giardini segreti di Dior, con passerelle avvolte da fiori veri, che sembrano esplosi direttamente da un sogno. Oppure pensiamo alle scenografie di Jacquemus, che ha fatto sfilare i suoi abiti tra le distese di lavanda in Provenza, in un campo di grano dorato, o sull'acqua cristallina di una passerella galleggiante. Non è solo bellezza, è visione.
Quei luoghi, scelti con cura, parlano quanto gli abiti. Dicono chi sei, cosa vuoi raccontare. E permettono allo spettatore di vivere un’esperienza totale. Non solo visiva, ma emotiva, immersiva, quasi spirituale.
Non è forse questo il miracolo dell’haute couture?
Che si possa indossare un’opera d’arte, portarla in giro, sentirla sulla pelle.
Che un corpo possa diventare museo, manifesto, voce.
Gli abiti che sfilano sulle passerelle dell’alta moda non sono pensati per essere utili. Sono pensati per farci sentire.
Sentire qualunque cosa, qualsiasi cosa avessimo già lì sotto pelle, pronta a venire fuori. Sentire e vivere, stupore, vertigine, desiderio, inquietudine. Sono il risultato di ore e ore di lavoro artigianale, mani che cuciono a filo di respiro, tessuti scelti come si sceglie una parola giusta in una poesia. Ogni dettaglio è una preghiera. Ogni cucitura, una traccia del tempo.
In un mondo che corre, la moda rallenta e osserva.
In un mondo che semplifica, l’haute couture complica.
E nel farlo, ci obbliga a pensare.
Le sfilate più emozionanti degli ultimi anni non sono state quelle più costose, ma quelle più sincere. Quelle che avevano qualcosa da dire. Quelle che hanno scelto di usare lo spazio, il silenzio, il suono, la luce come strumenti narrativi. Non si tratta più solo di mostrare una collezione. Si tratta di raccontare un mondo interiore e di trovare il modo più potente per rappresentarlo.
La prossima volta che vi capita di vedere una sfilata, provate a fare uno sforzo: non osservatela solo con gli occhi. Provate a sentirla. Ascoltate lo spazio. Guardate dove siete. Percepite il battito di chi ha creato quegli abiti. Provate a immaginare la vita di chi li ha cuciti, le parole non dette che ogni modello porta con sé.
Perché la moda, quando è vera, non è mai muta.
Urla. Piange. Ride. Si racconta.
E noi abbiamo il privilegio di ascoltarla o meglio, di indossarla.















