La richiesta di giustizia non ha confini, né di spazio, né di tempo. E va esaudita.

(Michimi)

Ne è rimasto poco, del mio rossetto, per un’altra notte soltanto, forse due.
Mi avvolgono di complimenti, a volte delicati, a volte rudi.
E io non vorrei, né gli uni, né gli altri.
Qualunque sia la loro natura, insudiciano. Ma sorrido.

Non si deve mai deludere un cliente, fa parte del mestiere.

È un colore che attrae, il rosso, e, a detta delle anziane, copre le rughe sulle labbra.
Ma io rughe non ne ho.
Mi piace spalmarlo con le dita, denso e pastoso, come a coprire anche le lacerazioni rugose che ho nell’anima.
Una per ogni persona che mi capita in sorte la notte e che mi scortica la vita.

Con la carne nuda e indifesa, fa male di più: sto andando al macero, correndo verso una discarica dove verrò frantumata in mille pezzetti.

È quasi mezzanotte. Devo sbrigarmi.

Non si deve mai fare attendere un cliente. Fa parte del mestiere.

Scendo le scale, ho più tempo per ingoiare le lacrime.
Ho letto da qualche parte, che vengono messe da Dio in una bottiglia; le lacrime segrete, quelle del pentimento, del dolore e quelle versate per la malvagità degli esseri umani.
E mi piace immaginare che Lui le trasformi in perle.
Diventerò Regina, in un’altra vita.

Ne ho ingoiate sedici, di lacrime, stasera, come le candeline che domani non spegnerò. Non ci sarà nessuna torta, solo un desiderio da esprimere: “Ma da lassù, Qualcuno potrebbe cominciare ad amarmi, che io non ne sono capace?”.
Forse il mio destino è racchiuso nel mio nome, Ester in ebraico significa “io mi nasconderò”.

Fede e devozione, le mie invisibili sorelline, sono sempre con me.
Prego e impreco, e tra parolacce e suppliche, spero che qualcuno uccida quegli adulti così schifosamente premurosi nei miei confronti. Lo so non è un pensiero cristiano, ma io con Dio, oltre che amarlo, mi ci arrabbio.

La mia infanzia è stata violata, velata e respirata con una maschera antigas. Nelle case, per le strade, nelle auto, sono in compagnia del mio rossetto e della catena di ferro che mi lega a questa terra, dove ogni maglia è un peccato.
Ma io mi perdono.
Mi sono sempre perdonata, fin da quella prima volta, quando il dottor Giovanni mi volle visitare nell’ascensore che porta al dormitorio.
Mi disse che quella sarebbe stata una visita speciale e che non dovevo parlarne con nessuno. Ci furono altre visite speciali.
Mi aveva promesso una famiglia, sarei uscita da quell’orfanotrofio.
E ci riuscì.
Erano suoi amici e miei carnefici.
Sono passati cinque anni.
Ho deciso.
Domani divento una Regina.

Ho conosciuto Ester una notte di primo autunno, durante una passeggiata in cui, ammirando le stelle coperte di nuvole, chiesi a mio marito di sederci su una panchina e appoggiandomi sulla sua spalla, chiusi gli occhi. Non so per quanto tempo.

Ester mi apparve, tra il sonno e la veglia, all’improvviso, come fa un gatto randagio, in cerca di qualcosa.

Le sue parole, come nella stretta di un nubifragio, furono il fango sceso dalla montagna, addosso a me. I suoi occhi, un vulcano spento. Non aveva il rossetto. Tra i capelli un filo di perle.

Ester aveva avuto la sua giustizia. Quella divina. Ma esistono altre Ester. Troppe, tante. Non riuscirò a darle una giustizia terrena ma posso aiutare altre bambine dalle anime infrante a non diventare Regine in cielo senza mai essere state principesse in terra.

Sto per aprire un centro per l’ascolto e l’accoglienza che chiamerò “La Casa delle ciliegie”. E so che Ester verrà a trovarci.

Note

Piccolo racconto scritto prima di un’alba di fine estate basato su una storia vera accaduta dopo un tramonto di inizio inverno di tanti anni fa. O forse… solo immaginato.