Tutti abbiamo qualcosa che non tolleriamo.

Io detesto i corrieri. Cerco di comprendere che loro sono abituati a portare oggetti senz'anima, pezzi di ricambio per congegni nati già morti; sono consapevole che non hanno in carico milze o cistifellee da installare su pazienti in fin di vita, ma non sopporto il loro distacco per ciò che è custodito nei cartoni. Un ristorante è un'officina del piacere, del gusto, della devozione a una ricetta. Non è una banca, un autogrill, una parrocchia, non si maneggiano assegni riciclati, brioche congelate di plastica o ceri per la messa.

No.

Anche in una modesta trattoria possono arrivare creature che hanno avuto bisogno di anni di cura con persone dedite a loro.

Ai 'condannati della consegna' non importa nulla di cosa trasportano, vogliono liberarsi del pacco, farsi fare una firma e correre all'indirizzo successivo dell'elenco che hanno in mano.

Pietro arrivò mentre stavo bestemmiando col corriere: un cartone da sei bottiglie di Lupicaia mi era stato consegnato grondante vino, un'emorragia dovuta a incuria. Tre si erano rotte sporcando le tre sopravvissute che, con le etichette imbrattate, non avrebbero potuto essere vendute. Considerando il significato di quel vino, quell'uomo equivaleva allo sfiguratore della Pietà di Michelangelo.

Avrei voluto disinnescarlo, tramortirlo, tenerlo in ostaggio per 3 giorni nella cella frigorifera, e invece sarebbe risalito sul suo fottuto furgone, pronto a spaccare altre cose, a non fermarsi alle strisce pedonali, a superare i limiti di velocità, e a rendere il pianeta il vespasiano che è.

La cosa incredibile è che quello incazzato era lui.

-Io molte consegne da fare e tu mi fai perdere tempo. Firma bolla e poi chiama ditta per farti rimborsare!
-Ascolta uomo delle consegne, tu sai cosa hai rovinato?
-No e a me non m'importa nulla.
-E invece adesso ascolterai! Perché se tu sei un ignorante hai diritto che qualcuno ti racconti come funziona il mondo; quel qualcuno ce l'hai davanti. È veramente una giornata speciale per te!

L'uomo cominciò ad urlare dicendo che dovevo firmare, scrivere sulla bolla che tre bottiglie erano rotte e tre rovinate.
Avrei voluto picchiarlo, dargli dolore, vederlo rantolare per terra mentre lo prendevo a pedate nella bocca. Era l'emblema del mondo che vorrei distruggere.
La parte sana di me fece altre scelte.
Cominciai a ridere.

-Sei un ignorante con un senso pratico fantastico! Mi hai insegnato tu qualcosa. Grazie.
-Ma vaffanculo, mi hai fatto perdere tempo per nulla.

Lo vidi sparire col suo carrello che essendo sporco del nettare rosso, mi lasciò sul pavimento due binari di vino dalla cucina all'ingresso. Mentre la schiena di quel mostro si dissolveva mi apparve Pietro.

-Tu sei matto.
-È vero. Infatti ricevo telefonate di notte dove vengo invitato a visionare un cadavere, e ci vado! Solo uno completamente fuori di testa potrebbe farlo.
-Dai, non essere così duro. Ancora un po' e lo menavi…
-Se ci fosse una giustizia a questo mondo, andrebbe ucciso.
-Tu sei matto.

Pietro cominciò a parlare di Ernst Kazirra e di tutto quello che erano riusciti a scoprire sugli ultimi mesi della sua vita. Sostanzialmente non c'era nulla di particolare, di rilevante, una traccia che lasciasse intravedere una strada da percorrere.

Io intanto cominciavo a sezionare il meraviglioso "cappello del prete" di una piemontese, il taglio di carne che preferisco, e che avrei messo in salamoia con una serie infinita di ingredienti che non ho nessuna intenzione di svelare.

Mentre il Capitano Gibellini - immerso dentro al suo ruolo - proseguiva col suo racconto, io pensai che mi stava raccontando cose di cui a me non importava nulla, e che sarebbe stato logico che fosse lui a farmi domande su cosa potessi aver visto la sera precedente.
Si bloccò.

-Perdonami, ma a te sembra normale che io stia qua a raccontarti la vita di Kazirra e tu stai lì in silenzio a sezionare il cadavere del bovino?
-No.
-E allora raccontami tu qualcosa di ciò che hai visto ieri sera, qualcosa che ti ha colpito.
-Due cose mi hanno veramente colpito.
-Dimmi.
-La cucina Molteni e le chiappe della fotografa.
-Tu sei un cretino.
-Ho semplicemente risposto alla tua domanda.
-Ok. Faccio meglio la domanda: c'è qualcosa che a noi può essere sfuggito?

Squillò il telefono del ristorante. Avendo le mani impegnate risposi col 'vivavoce'.

-La Gabbia, buongiorno.
-Buongiorno, sono la signora Rigamonti. Guardi, ho degli amici carissimi che sono stati da voi la scorsa settimana e si sono trovati benissimo. Le assicuro che sono molto noiosi sul cibo, e se loro dicono che si mangia bene, vuol dire che si mangia bene davvero! Solo per farle un esempio...
-Signora Rigamonti mi perdoni. Lei è molto gentile ma dovrebbe dirmi il motivo per cui ha chiamato. Voleva prenotare?
-No, onestamente volevo sapere un menù.
-Tranne pochi piatti lo cambiamo tutti i giorni, a seconda delle materie prime che troviamo.
-Ah capisco, io comunque volevo sapere cosa farete per il pranzo di Natale.
-Natale? Il 25 di Dicembre?...
-Certo. Guardi che è Pasqua che cambia data. Natale è sempre il 25 Dicembre.
-La ringrazio per avermelo ricordato, tuttavia le faccio presente che oggi è il 5 Maggio e, correndo il rischio di deluderla, le confesso che non abbiamo ancora pensato al menù natalizio.
-Che peccato, e pensare che i miei amici me ne avevano parlato così bene.

Ripresi il pezzo di carne. [Le bacche di ginepro - abbondanti! - devono essere pestate nel mortaio insieme al timo. E non abbiate paura dell'aglio. Se ai vostri ospiti non piace, ditegli di andare a mangiare all'ospedale.]
Pietro aveva una faccia che parlava da sola.

-Tu sei matto
-Amò! (che vuol dire ancòra in lingua cremonese - nota dell'autore). Continui a dirmi che son matto, un po' mi conosci...

Cominciai la mia requisitoria.

-Non so cosa possa esservi sfuggito. Di sicuro l'area del delitto è stata inquinata da una marea di persone. Siete entrati e vi siete fidati di ciò che avete visto. Tu mi hai chiamato lì per vedere dei libri, ma io ho visto cose che non riesco a spiegarmi.

Pietro stava in silenzio, come se le mie parole andassero ad agganciarsi a suoi dubbi, a cose che non convincevano neppure lui.

-Ho la sensazione che l'aver trovato il biglietto di addio abbia inconsciamente reso tutti già sicuri della soluzione del caso. Si è ucciso, nessun colpevole da trovare, era depresso, forse con debiti, e si è tirato un colpo in testa. Ecco, a posto, facciamo due foto che poi andiamo a casa a dormire. Solo la vista delle casse di libri ti ha portato il desiderio di provare a indagare per davvero. Guarda che non sto facendo quello 'competente' di situazioni delle quali non ho nessuna esperienza, anzi, anche a me sembrava tutto abbastanza chiaro. Ho capito però che mi ero fatto condizionare dalle tue parole.

Pietro ruppe il suo silenzio.

-Che parole?

Lo guardai con tenerezza mista a disappunto.

-Tu mi hai detto. "Vieni, si è suicidato Isidoro Kazirra".
-E cosa avrei dovuto dirti?
-"Vieni, c'è il cadavere di Isidoro Kazirra, è morto per un colpo di pistola. A prima vista sembra un suicidio, ma ci sono cose che voglio verificare".
-Quindi?
-Pietro, cazzo! Significa che tu mi avevi già dato una presunta soluzione. E sicuramente questa sensazione l'hai data anche ai tuoi uomini, che infatti si sono messi a guardare cose senza usare guanti, a spostare oggetti e a non rimetterli dove erano prima. E tante altre cose... Non volermene, ma c'è stata approssimazione. Derivante dal fatto che avevate già stabilito l'esito della storia. Poi i libri, o forse le casse socchiuse, ti hanno dato inquietudine. Bravo, mi sei piaciuto. Essere inquieti, curiosi, è la cosa che fa la differenza tra gli umani.
-Hai il timore che alcune prove possano essere state alterate?
-Non ho il timore, ne ho la certezza.

Pietro mi guardò fisso negli occhi. Avrebbe voluto mandarmi a quel paese ma capì che avevo detto cose condivisibili. Dentro di me ridevo come un matto: un palpeggiatore di "cappello del prete", un potenziale killer di corrieri, che dava micro-lezioni di tecniche investigative a un giovane, e già affermato, ispettore di polizia.
Come se fossi un investigatore di lunga data, il capitano Pietro Gibellini mi domandò:

-Quindi cosa intendi fare?
-Guarda Pietro, adesso vorrei mettere a riposo la mia creazione. Due giorni in salamoia, e poi ci vorranno...
-Cazzo Arsenio!

Ebbi un sobbalzo. Era veramente in tensione. Le mie parole lo avevano visibilmente messo in uno stato di disagio. Non l'avevo previsto. Riprese a parlare lui, con un tono più garbato e un volume più consono.

-Arsenio mi piacerebbe che tu tornassi là. A dare un'occhiata ai libri ma non solo a quelli. Questa vicenda è ormai pronta per essere archiviata. Se c'è qualcosa per cui valga la pena di indagare dobbiamo fare in fretta.
-Chissà perché mi hai coinvolto in questa storia?
-Perché ci becchi. Hai occhio, sei un osservatore, credo che tu abbia talento e poi...
-E poi?
-Cercherò di trovarti delle attenuanti quando ucciderai un corriere.
-Sei un deficiente.
-Siamo in due.