Tavole imbandite, bicchieri traboccanti, banchetti opulenti e le tracce di una socialità senza inibizioni occupano da tempo un posto centrale nella pratica artistica di Giulia Messina. Muovendosi tra pittura, performance e installazione, l’artista osserva i rituali attraverso i quali gli individui entrano a far parte di uno spazio collettivo e lo abitano: i gesti che ripetiamo, gli oggetti che consumiamo e i sottili obblighi che regolano il senso di appartenenza. In I could live without you, Messina rivolge la propria attenzione all’alcol, utilizzandolo sia come soggetto sia come metafora per indagare desiderio, intimità, eccesso e controllo.

Bicchieri e bottiglie popolano la mostra in uno stato di sospensione, colti nell’istante immediatamente precedente al consumo. Colmi di liquidi dai colori seducenti e illuminati da candele a loro volta destinate a scomparire, questi oggetti portano con sé un intrinseco senso di caducità: il bicchiere verrà bevuto, la bottiglia svuotata, la candela consumata. Messina cristallizza questo momento, trasformando oggetti familiari della convivialità in presenze ambigue, cariche di solitudine, desiderio, attesa e abbandono.

Questa tensione tra attrazione e distanza attraversa l’intera mostra. Bottiglie e liquori appaiono come racchiusi dietro il vetro di un’immensa vetrina: desiderabili ma inaccessibili, esposti per essere osservati anziché consumati. Nei dipinti, annotazioni manoscritte, cancellature e prove di colore interrompono la superficie pittorica, rivelando frammenti del processo di pensiero dell’artista. Frasi come Antico nettare potente antidoto, I love you like and alcoholic ed Everything I dream of but can never possess collocano le opere in uno spazio intermedio tra natura morta e confessione, immagine e monologo interiore.

Attingendo alla pittura fiamminga e olandese del Seicento e del Settecento, Messina mette in dialogo il linguaggio storico della natura morta con il cinema e la cultura popolare, da La bella e la bestia di Jean Cocteau a Querelle di Rainer Werner Fassbinder. La seduzione si accompagna ripetutamente al pericolo, mentre il piacere porta in sé la possibilità della propria dissoluzione. L’alcol diventa così uno strumento per esaminare una contraddizione più ampia: ciò che facilita la connessione sociale può, allo stesso tempo, avvicinarci agli altri e allontanarci da noi stessi.

A differenza delle precedenti mostre personali di Messina, I could live without you non nasce da una specifica cena performativa, ma da un interrogativo sulle scelte attraverso le quali costruiamo le nostre relazioni e la percezione di noi stessi. In Fernet Branca give me back my first kiss, il coraggio di avvicinarsi a un primo bacio si scontra con la sensazione inquietante che quello stesso impulso sia stato alterato — e il suo ricordo potenzialmente cancellato — da una sostanza. Desiderio, autonomia e vulnerabilità finiscono così per occupare il medesimo spazio.

La mostra si estende oltre la pittura, trasformando la galleria stessa in un bar immaginario. Tavolini, bottiglie, musica, luci e profumi evocano un locale dell’epoca del Proibizionismo, seducente e sottilmente disorientante, spostando il visitatore dal ruolo di osservatore a quello di partecipante. Al piano inferiore, l’atmosfera si fa più oscura e intima: opere come Je dors tout le temps e Drink your poison responsibly sono accompagnate da sculture che offrono drink, mentre una video-performance mostra Messina mentre canta Is that all there is? di Peggy Lee, all’interno di un altro bar immaginario e psichedelico. Attraverso questo ambiente immersivo, Messina costruisce uno spazio in cui la convivialità non viene né rifiutata né idealizzata. I could live without you rimane sospesa tra partecipazione e astensione, abbandono e controllo, rituale collettivo e autonomia individuale. Il titolo resta, in definitiva, una proposizione irrisolta: potremmo vivere senza, ma lo vogliamo davvero?

Dopo aver dipinto 490 bottiglie, l’artista non regge più l’alcol.