Nessun organismo, dai microbi all’uomo, potrebbe esistere se non fosse in grado di riconoscere una qualche forma di ordine nell’ambiente. Per capire che cosa significhi, facciamo un esperimento mentale.
Gregor è un commesso viaggiatore. Nome e mestiere sono quelli del protagonista della Metamorfosi di Kafka, ma la sua disavventura è di segno opposto: questa volta a trasformarsi non sarà lui. Non è inconsueto per Gregor svegliarsi in un luogo non familiare. Nel buio cerca l’uscita, muovendosi cautamente a tentoni “per non smarrirsi e per non dar di cozzo”, direbbe Dante1. La stanza è ingombra di mobilia e gli urti sono inevitabili. Ma, per fortuna, Gregor, come tutti noi Sapiens, è dotato di capacità immaginativa.
Dopo un po’ costruisce una mappa mentale della stanza e guadagna l’uscita. La mattina successiva l’incubo della stanza buia ritorna, ma ora Gregor ha la sua arma segreta, la mappa, e trova la porta senza difficoltà. Il terzo giorno c’è una novità. Gregor si avvia sicuro verso la porta e cozza contro uno spigolo inatteso. Dopo il secondo cozzo, e il terzo, si rende conto che qualcuno nella notte ha cambiato la disposizione dei mobili. La mappa non è più valida. Con qualche livido la ridisegna e, anche questa volta, guadagna l’uscita.
Il settimo giorno Gregor fa una scoperta agghiacciante: i mobili cambiano posizione mentre lui si aggira nella stanza. E non a caso: si spostano in risposta ai suoi movimenti. Ogni passo di Gregor modifica la mossa successiva della stanza, e viceversa. Gregor e la stanza non sono più un esploratore e un ambiente da esplorare: sono due partner costretti a muoversi insieme.
È la nostra stanza. Con le macchine generative che scrivono, rispondono, suggeriscono, l’ambiente in cui viviamo non cambia soltanto di notte, mentre dormiamo, ma mentre lo percorriamo. Ogni domanda che rivolgiamo a una macchina diventa un dato; ogni dato modifica la risposta successiva; ogni risposta modifica la nostra domanda seguente. Sta nascendo una nuova ecologia dell’apprendimento, in cui due specie di apprendisti coevolvono nella stessa stanza.
C’è però un’asimmetria che rende la convivenza difficile: i tempi. La macchina aggiorna le sue risposte in una frazione di secondo, e nei laboratori acquisisce nuove capacità ogni pochi mesi. Noi ci interroghiamo ogni giorno su come debbano cambiare le nostre attività, le organizzazioni, la società, il nostro modo di pensare; ma per cambiarli davvero ci servono anni, talvolta generazioni. Gregor vede due alternative. La prima: costruire mappe sempre più in fretta. La seconda: scoprire lo schema che governa i cambiamenti, così da anticiparli. Ma in una stanza che apprende entrambe le strategie sono inefficaci: la stanza cambia più velocemente di qualunque mappa che riusciamo a disegnare, e il suo schema si trasforma proprio mentre cerchiamo di decifrarlo.
Perché siamo così lenti? Gli psicologi della Gestalt ne hanno descritto una ragione profonda. C’è una celebre fotografia di Ronald C. James fatta soltanto di macchie bianche e nere. Per un po’ non si vede niente, e nessuno sforzo di ragionamento accorcia l’attesa. Poi, all’improvviso, compare un dalmata che annusa il terreno all’ombra di un albero. Per capire che quell’insieme disordinato di macchie ha un senso che le tiene insieme non abbiamo fatto affidamento sul lavorio lento e meticoloso della ragione che ricostruisce pezzo per pezzo, macchia dopo macchia, l’immagine del cane: il cane emerge tutto intero, e solo dopo riconosciamo che le parti stanno al posto giusto. È il principio di emergence: la forma globale precede gli elementi che la compongono. E, una volta visto, il cane non si lascia più disvedere.
Il secondo principio, la multistabilità, descrive il momento che precede l’apparizione del cane. Davanti a un’esperienza nuova, il sistema cognitivo oscilla tra interpretazioni diverse, tutte plausibili, nessuna definitiva. Ogni interpretazione trattiene alcuni dati e ne scarta altri, che però non spariscono: restano sempre lì, come un fastidioso rumore di fondo. Quando il rumore si fa insopportabile, il sistema cognitivo, per difendersi, riduce la quantità di informazione su cui opera: imbocca il tunnel della semplificazione e ripropone decisioni e comportamenti stereotipati.
Daniel Kahneman ci ha insegnato che la comprensione del mondo percorre due vie, a due velocità diverse2 . C’è un pensiero lento, deliberato, faticoso: quello della ragione, che calcola, argomenta, verifica. E c’è un pensiero veloce, automatico, che passa per le intuizioni, le emozioni, il corpo. Kahneman ci ha messo in guardia contro il pensiero veloce, fonte di errori e pregiudizi. Ma neppure la ragione è un giudice infallibile. Zygmunt Bauman ci ricorda che anche una ragione lucidissima produce i suoi mostri quando, irretita da un’ideologia distruttiva, smette di ascoltare le emozioni.3
Nessuna delle due vie basta da sola. Serve una cooperazione: la ragione che costruisce le condizioni in cui l’intuizione può educarsi, l’emozione che richiama la ragione quando si chiude nei propri calcoli. Se la stanza si muove alla velocità della macchina, affidarsi soltanto alla ragione significa arrivare sempre dopo. Per muoverci insieme alla stanza dobbiamo mobilitare tutte le nostre abilità, cognitive e corporee: anche, e forse soprattutto, quelle veloci.
Decine di migliaia di anni fa, nel buio delle grotte, al lume tremolante di una torcia, i nostri antenati non cercavano l’uscita: dipingevano. Davano forma a battute di caccia e scontri mortali, ma anche al mistero della nascita e della morte, a paure, desideri, meraviglie che la ragione non riusciva a ordinare. Nella stanza buia della grotta, i mobili li disponevano loro. E lì l’immaginazione, la capacità di pensare una realtà prima di viverla4, prendeva forma attraverso la mano, l’occhio, il corpo intero, prima ancora che attraverso le parole. Qualunque ne sia stata l’origine biologica, fu anche una mutazione antropologica: nuove pratiche, nuovi riti, nuove immagini, che cambiarono il modo di stare al mondo di chi le inventava.
L’arte lavora ancora oggi lungo quelle vie. Davanti a un’opera accade qualcosa di simile all’esperienza del dalmata: l’impatto iniziale ci cattura e ci sorprende, spesso ci disorienta, ma, se siamo fortunati e preparati, le sensazioni disperse, talvolta difformi, si ricompongono in un’inattesa unità. Non ci arriviamo per deduzione. Il momento “wow” scatta prima che sappiamo spiegarlo, e il corpo lo traduce in una sensazione di piacere e di bellezza. La ragione arriva dopo, a dare un nome a ciò che abbiamo già compreso.
Torniamo a Gregor. Cercava l’uscita, ma in una stanza che impara non c’è un fuori in cui rifugiarsi. Non gli resta che imparare a muoversi insieme alla stanza, scoprire quale sia la danza che permette ai due partner di cooperare, pur non avendo lo stesso ritmo. E una danza non si impara solo con il ragionamento: si impara con il corpo tutto intero, con l’orecchio, con il colpo d’occhio che anticipa il passo dell’altro.
Scienziati e ingegneri stanno costruendo le macchine con cui condivideremo la stanza. Ma la mutazione antropologica che stiamo attraversando non si progetta in laboratorio: siamo chiamati ad accompagnarla con giudizio. E potremo farlo, come la prima volta, a partire dalla grotta buia in cui il Sapiens ha saputo accendere la luce dell’arte.
E forse, alla fine, si trasformerà anche Gregor. Non in un insetto, come il suo omonimo, ma in qualcuno capace di danzare con la stanza.
Note
1 Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, XVI, 11.
2 Kahneman D. (2012), Pensieri lenti e veloci, Milano, Mondadori.
3 Bauman Z. (1992), Modernità e Olocausto, Bologna, Il Mulino.
4 Harari Y.N. (2014), Da animali a dei. Breve storia dell’umanità, Milano, Bompiani.















