Da sempre la sponda meridionale del Mediterraneo ha esercitato una forte attrazione sui popoli dell’antichità. Altrettanto certo è che questa attrazione è stata avvolta dal mistero di cosa si celasse al di là delle montagne o delle zone costiere. I reperti e i racconti che ci sono stati tramandati ci parlano di popoli lontani e particolari, usanze e tradizioni assai diverse da quelle alle quali la civiltà antica faceva riferimento.
Tra le domande di complessa risposta vi sono certamente quelle che riguardano in particolare la zona centrale e occidentale dell’Africa settentrionale, cioè al di fuori di quel che l’umanità stava portando in luce nella Valle del Nilo. In queste parti l’immensità degli spazi e le difficoltà oggettive ai margini del deserto del Sahara hanno fatto pensare a livelli di civiltà e di organizzazione non paragonabili a quelli delle altre zone nelle quali si affacciavano comunità organizzate.
Il mito di Ulisse e quelli collegati al suo peregrinare si sono sempre misurati facendo riferimento ad un “oltre” in gran parte sconosciuto e dai lineamenti assolutamente lontani da quelli più noti.
I Fenici, i Greci e poi i Romani hanno percorso quelle terre nel corso dei secoli, ma sempre mantenendosi nelle aree costiere. La dominazione maggiore, quella romana, ha raggiunto e avuto contatti con molte popolazioni indigene e stabilito anche rapporti commerciali, ma tutto è sempre stato avvolto da un'aura di mistero oltreché dalle oggettive difficoltà logistiche come l’assenza di corsi d’acqua perenni e vie di comunicazione percorribili, l’asprezza dei territori.
Una situazione, quella descritta, che sta cambiando grazie a ricerche e studi approfonditi per ripercorrere all’indietro la nascita e il sorgere di comunità civili anche nelle zone più impervie.
A far da battistrada la recente scoperta di quella che viene considerata la più antica struttura difensiva del Nord Africa al di fuori della Valle del Nilo ai tempi in cui la civiltà faraonica faceva il suo apparire.
A rivelare questa nuova occasione di conoscenza del passato dell’umanità sono i nuovi scavi condotti a Oued Beht, nella parte settentrionale e occidentale del Marocco alle pendici della catena montuosa dell’Atlante. Qui è venuto alla luce un sistema di fossato e terrapieno risalente a 3.500 - 4.000 anni fa, ulteriormente fortificato poi in epoca medievale da un imponente muro in pietra. La scoperta è stata il frutto del lavoro di un’équipe internazionale alla quale partecipa anche il Consiglio Nazionale delle Ricerche, con l’Istituto di scienze del patrimonio culturale (CNR ISPC), e ha consentito di aggiungere un nuovo e importante tassello alla ricostruzione della storia profonda del Maghreb.
Gli elementi dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Libyan Studies. E sono il risultato della terza campagna di scavo dell’Oued Beht Archaeological Project (OBAP). Con il CNR ISPC hanno realizzato il programma di ricerca l’Institut National des Sciences de l’Archéologie et du Patrimoine del Marocco, l’Università di Cambridge e l’ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, sotto la direzione di Giulio Lucarini, Youssef Bokbot e Cyprian Broodbank.
Spiega lo stesso Lucarini:
Il sito di Oued Beht ha attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale sin dal 2021 quando, su un crinale che domina l’omonimo corso d’acqua nella provincia di Khémisset, è venuto alla luce un insediamento esteso su circa dieci ettari, databile tra la metà del IV e gli inizi del III millennio a.C., dove viveva una fiorente comunità di agricoltori che intratteneva rapporti fin nella penisola iberica.
La nuova campagna di scavi ha poi permesso di risolvere un enigma che durava da quasi un secolo. Rimanevano da accertare l’epoca di costruzione e la funzione delle strutture difensive che delimitano un’ampia area quadrangolare nel settore meridionale del sito. Al di sotto della muratura visibile, sono stati individuati infatti un ampio fossato e un terrapieno, realizzati tra l’inizio e la metà del II millennio a.C., circa 3.500 – 4.000 anni fa. Si tratta – si osserva nello studio – della più antica struttura difensiva finora individuata in Nord Africa al di fuori della Valle del Nilo: il sistema sbarrava l’estremità meridionale dell’insediamento, sfruttando la conformazione naturale del crinale e rendendone più agevole la difesa. Diciassette nuove datazioni al radiocarbonio hanno permesso poi di ricostruirne la sequenza costruttiva e di definirne con maggiore precisione la cronologia.
Le comunità del II millennio a.C. del Maghreb nord-occidentale erano quindi in grado di concepire e realizzare grandi opere, su una scala finora non documentata.
Questa è l’opinione documentata del co-direttore del progetto e primo autore dello studio.
Le dimensioni del complesso – si precisa nella ricerca – testimoniano una notevole capacità di pianificazione e organizzazione del lavoro, riflettendo una società articolata capace di strutturare lo spazio insediativo secondo precise esigenze e strategie. Nel corso del tempo, infatti, il nucleo dell’abitato venne spostato dall’area settentrionale più aperta, verso lo sperone roccioso a sud, più protetto e difendibile, segno evidente di una visione e di una programmazione tecnica e sociale evoluta. Le nuove evidenze permettono inoltre di comprendere meglio le possibili relazioni tra Oued Beht e le regioni circostanti.
È stato infatti possibile mettere in correlazione le indicazioni emerse dallo studio con le risultanze di conoscenze di quanto nello stesso periodo accadeva anche al di là del Mediterraneo, nella penisola iberica meridionale. Anche qui le comunità indicate con il nome El Argar si organizzavano in insediamenti fortificati, sviluppavano attività metallurgiche e andavano incontro a forme sempre più complesse di organizzazione sociale, ha sottolineato Lucarini.
L’imponente muro in pietra di epoca medievale che sovrasta il terrapieno e la scoperta di un cimitero dello stesso periodo documentano una successiva frequentazione del sito, gettando nuova luce sulla storia delle comunità rurali del Maghreb medievale.
Il progetto si svolge in collaborazione con il Ministero della Gioventù, della Cultura e della Comunicazione del Marocco e con la comunità locale di Aït Siberne e Khémisset ed è finanziato dal CNR, dai Ministeri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dell’Università e della Ricerca, dal McDonald Institute for Archaeological Research e dall’Università di Cambridge.
Quel che appare sempre più chiaro è che l’approfondimento delle conoscenze sull’evoluzione e sul cammino dell’umanità e dell’organizzazione sociale delle comunità fa un notevole passo avanti con ricerche come questa e consente di ricostruire periodi e momenti della vita dell’uomo sino ad ora solamente ritenuti possibili ma non documentati in condizioni geografiche particolari e lontani da quel corso della storia del Mediterraneo che fino ad oggi abbiamo considerato esaustivo!















