L’estate è la stagione d’elezione per tutti i pugliesi, un lungo periodo nel quale la vita all’aperto trova il suo trionfo. Gite al mare, piacevoli ritrovi serali, riunioni conviviali per i fortunati che hanno da consumare le ferie. Tutto ciò ha chiaramente riflessi anche nella gastronomia. Qui il re dell’estate è il “melone”, in tutte le sue declinazioni, e l’epicentro della diffusione di questi frutti è Brindisi e la sua provincia. Si tratta di una produzione storicamente presente nel territorio, con una riconosciuta fama anche al di fuori del perimetro provinciale: trovare venditori di meloni e simili con un cartello “Meloni Brindisini” è sinonimo e garanzia di qualità del prodotto.

Nei miei ricordi d’infanzia, la stagione estiva aveva il sapore e il profumo dei vari meloni. Nelle grandi uscite in famiglia non potevano mancare mai, rossi o gialli che fossero e spesso presenti entrambi. Quello preferito in assoluto era l’anguria rossa chiamata muloni sarginisco, un vero capolavoro della natura già alla vista. Si ipotizza che questo nome sia dovuto al fatto che le piante sono state portate dai Saraceni durante il lungo periodo delle loro scorribande nei nostri territori. Ma anche che questo nome possa essere nato semplicemente dalla parola sciardinu, termine che significa giardino, intendendo l’orto per la produzione personale.

Quasi perfettamente rotondo, caratterizzato da una scorza di un verde molto scuro (qualcosa di simile a quello che oggi è chiamato Perla Nera), del peso fino a oltre dieci chili, era anche detto Scorza Nera. Dissetante perfetto per le lunghe e calde notti estive, essendo composto per la maggior parte d'acqua. La polpa era compatta e croccante, di un rosso acceso e il suo sapore era caratterizzato da una nota zuccherina molto marcata, piacevolissima al palato, specialmente se gustata fredda, perché il freddo ne esaltava quel sapore così particolare. Quando si andava al mare lo si lasciava semiaffondato a riva fino al momento clou dell’apertura, che rappresentava la degna fine del pasto.

Questo rito estivo trovava la sua magnificazione nel giorno di Ferragosto con la classica mellonata, momento in cui tutte le famiglie presenti in spiaggia concludevano il pranzo con vere e proprie scorpacciate, “spaccando li muluni” in una forma di continuità con la festa pagana delle Feriae Augusti, che celebrava la fine dei lavori nei campi e festeggiava la fertilità. In questo caso era più che giusto festeggiare un prodotto che garantiva buona redditività ai coltivatori. Con il suo sapore inconfondibile e la capacità dissetante era un frutto richiestissimo, che praticamente si vendeva da solo.

Purtroppo, proprio la ricerca di redditività maggiore è stata la causa della lenta, ma inesorabile scomparsa di quella meraviglia. A partire dagli anni ’70, ci fu una vera e propria invasione di altre cultivar di anguria, fra le quali quella detta americana, caratterizzata da dimensioni esagerate, che a fronte di un gusto non comparabile, assicurava maggiore produzione e quindi maggiori guadagni. Così lo scorza nera ha vissuto il suo declino, restando solo un ricordo per chi, fortunato, ha avuto modo di assaggiarlo. E oggi, le angurie che ne hanno preso il posto ne mantengono il nome di sarginiscu.

Tuttavia, la produzione brindisina continua a mantenere livelli molto alti, tanto che non è raro incontrare sulle strade camion carichi di frutti destinati ai mercati più vari, E non è la sola anguria ad essere al centro di grandi commerci, ma anche i meloni gialli, tra i quali spicca il “gialletto”. Varietà originaria del brindisino si presenta come un frutto di forma ovale che può arrivare fino a 5 kg e oltre, buccia gialla liscia e polpa bianca dal profumo intenso, compatta e morbida, caratterizzata dalla presenza al centro di una grande quantità di semi.

È un altro frutto che vive l’estate da protagonista grazie alle sue peculiari proprietà, a cominciare dalla capacità dissetante dovuta al fatto che l’acqua ne è il principale componente, fino a quasi il 90%. È naturalmente ipocalorico, quindi amico delle diete, grazie al potere saziante dell’acqua. Contiene pochi carboidrati ed è ricco di ferro, fosforo e calcio. La sua dolcezza lo rende insospettabile protagonista in cucina.

È ormai un classico accompagnarlo con un buon prosciutto crudo, ma sorprende anche accoppiato a un salame piccante tipo Ventricina, dalle fette larghe e sottili, e ancora di più con delle fette di capocollo di Martina. Si accoppia bene anche con i formaggi, magari con degli spiedini fatti alternando fette di melone a ciliegine di mozzarella. E infine l’immancabile risotto con melone e cacioricotta, dove il salato e il dolce si fondono in un gusto particolare.

Anche nel campo dei meloni gialli bisogna onorare il ricordo di quello che era il fiore all’occhiello della produzione: il melone Feddi Feddi. A differenza del gialletto, ha una forma rotonda caratterizzata dalla presenza di una decina di costole ben delineate che la dividono in spicchi da cui il nome (fetta fetta). Dalla buccia di colore giallo e dalla polpa fra il verde e il giallo, era detto anche “melone della vecchia”, per sottolineare quanto fosse tenera la polpa, ideale per gli anziani, magari con pochi denti e quindi con difficoltà di masticazione. A causa della buccia poco resistente, dopo la raccolta deve essere consumato in fretta perché tende a deperire, al contrario del gialletto che spesso arriva a essere mangiato in inverno.

Purtroppo, anche questa vera e propria leccornia è a rischio di estinzione, proprio a causa della commercializzazione resa difficile dai tempi stretti per il consumo. Si è cercato di porre un rimedio con l’inserimento nei prodotti PAT Puglia nel 2026, sperando di incentivare più coltivatori a produrlo, così da non perdere un altro importante pezzo della cultura gastronomica locale e della stessa memoria collettiva.

Infatti, angurie e meloni sono tanto radicate nell’immaginario brindisino da essere protagoniste di diversi modi di dire che stanno a sottolineare il legame atavico con questa coltura che continua ad essere perno dell’economia locale e vanto identitario per tutta la provincia, senza la quale le lunghe, calde, spesso afose estati avrebbero un gusto completamente diverso.