Non sorprende che gli scimpanzé, gli esseri viventi più prossimi all’uomo, sappiano contare da uno a nove? Questo è quello che hanno scoperto alcuni ricercatori giapponesi che hanno lavorato con questi animali. In sostanza, dopo questa cifra (9), gli scimpanzé non hanno più la capacità cognitiva e di pensiero di andare oltre. E l’uomo?
L’uomo sa andare oltre, ma ha la capacità cognitiva di capire il significato quantitativo di numeri con sei, nove e dodici zeri e ancora oltre? Io penso di no. Un esempio per tutti possiamo farlo con il debito pubblico del nostro Paese, l’Italia. Ha un debito pubblico di circa 3 mila miliardi, cioè di circa 3 trilioni di Euro, in lire, se avessimo ancora questa nostra vecchia moneta, sarebbe stato un debito pubblico di circa 6 quadrilioni di lire, una cifra spaventosa, da far venire i brividi.
La gente comune ha chiaro il concetto matematico di una cifra di questo genere? Certamente no, altrimenti si metterebbe le mani nei capelli. Chi non lo fa, ha certamente qualcosa che non funziona nel suo modo di vedere il mondo. Io non sono un economista e non so nemmeno come esattamente funzionino le borse e la finanza nel mondo e altre cose di questo genere. Non ho molte informazioni al riguardo, come non le ha, penso, il 99% degli esseri umani, almeno credo. Poi, in verità, nessuno ci dice come funzionino in realtà questi meccanismi.
Che cosa c’entra tutto questo con gli scimpanzé? C’entra in quanto questi animali, come molti altri animali, non misurano la loro vita in cifre, in questo caso con il denaro con tutti i suoi numeri e decimali. Hanno una concezione della vita sulla Terra diversa dalla nostra. Ci sono dei vantaggi a questo modo di valutare le cose? Certamente sì. Loro misurano la vita con il benessere materiale e anche mentale di ogni singolo individuo. Pensano a come guadagnarsi e ricercare il cibo per sopravvivere bene; cercano di riprodursi il più possibile per dare più garanzie alle generazioni future. A volte, è vero, lo fanno strutturando gerarchicamente i loro gruppi di appartenenza, ma senza tanto spargimento di sangue, anzi, le lotte che portano alla morte di uno dei contendenti sono una rarità. Sanno destreggiarsi bene nei conflitti. Lo fanno con molta più diplomazia di quanto facciamo noi.
Chi in uno scontro sa di rimetterci in partenza lascia perdere, non insiste, cerca invece dei compromessi. A questi animali interessa, più della quantità numerica del cibo a disposizione, il concetto del più e del meno, dell’uguale e del disuguale rispetto agli approvvigionamenti del cibo nel passato. Tornando per un attimo all’uomo, una tabella di marcia definita dalla Commissione Europea per rafforzare la difesa militare aerea, terrestre e marittima dell’Europa occidentale, ha stabilito che da qui al 2035 si dovranno investire negli armamenti circa 7 mila miliardi di euro, cioè una cifra pari al doppio del debito pubblico che l’Italia ha accumulato negli ultimi decenni.
Un investimento di questo genere costerebbe ad ogni italiano (neonati, giovani, adulti e vecchi) circa 100 mila euro, che è come dire accollarsi un debito pro capite, anche se ripartito in un decennio, di circa 10 mila euro all’anno. Vuol dire che basta nascere in Italia, da qui al 2035, per trovarsi sul groppone, senza colpo ferire, un debito di questa portata e questo vale anche per tutti i cittadini dei Paesi europei che hanno condiviso questo insulso progetto. Ora io mi domando: gli europei che sostengono politicamente questa Commissione sono coscienti di questo e di tutto quello che sta accadendo in Europa? Io penso di no. Ora capisco anche perché diversi italiani, e non solo, cercano di trasferire la loro residenza e anche la cittadinanza in altri paesi del mondo, soprattutto al di fuori della Comunità Europea.
Solo dalla mia regione, le Marche, negli ultimi anni sono letteralmente fuggiti all’estero circa 20 mila giovani (un’intera città), molti dei quali talentuosi, intelligenti, capaci e che avrebbero potuto lavorare in Italia. Capisco anche perché molti emigranti provenienti dall’Africa e dal Sud-Est asiatico arrivano in Italia solo come trampolino di lancio per poi andare altrove.
Gli scimpanzé e molti altri animali non hanno mai bisogno di mettere in campo queste strategie spesso volute dagli altri, da pochi altri. Gli scimpanzé le considerano delle ingiustizie belle e buone. A tale riguardo abbiamo degli esempi molto illuminanti circa la capacità cognitiva di capire un’ingiustizia, questa volta non degli scimpanzé, ma di un’altra specie di scimmia, il Cebo dai cornetti (Cebus apella). Questa scimmia sudamericana di fronte a un’ingiustizia indotta dall’uomo, in questo caso lo sperimentatore, reagisce in maniera diversa a seconda di una diversa ricompensa di fronte alla soluzione di uno stesso problema.
Lo fanno anche drasticamente: si rifiutano di essere coinvolti in altri test dello stesso genere mettendo in imbarazzo il ricercatore stesso. Il motivo è semplicemente: perché mi ricompensi con un cetriolo, che tra l’altro non mi piace, invece che con delle noccioline che invece mi piacciono, quando io, come gli altri, ho superato lo stesso test al quale mi hai sottoposto? È un’ingiustizia e quindi non collaboro più. Negli uomini, questo spesso non succede: gli uomini non reagiscono allo stesso modo, non perché non abbiano le capacità intellettive per farlo, ma perché pensano che sia materialmente impossibile farlo, per non finire nella lista dei “giacobini”, perché addirittura pensano che non sia lecito, peggio ancora, che sia una cosa insensata eccetera.
Noam Chomsky sostiene che questo può succedere perché dai poteri economici forti vengono messe in atto delle tecniche precise di disinformazione (soprattutto attraverso i mass media) e di condizionamenti di massa.
A me viene da dire che gli animali, invece, abbiano un senso della giustizia molto più spiccato del nostro e che non siano socialmente condizionati da tutti quei fattori che abbiamo appena menzionato. Sono coscienti di un’ingiustizia molto più di noi. Qualcuno potrebbe dire che il cetriolo o le noccioline abbiano uno stesso valore economico (il cetriolo forse più delle noccioline), almeno per come lo misuriamo noi esseri umani, ma qui non conta questo, ma quello a cui questo valore è collegato, cioè quello di meritarsi ciò che è giusto, al di là del valore economico che noi uomini diamo alle cose.
Panem et circenses, come diceva il poeta latino Giovenale, cioè “fatti amico il popolo e distrailo dalle cose importanti”, non funziona con gli animali, soprattutto non funziona con le scimmie. Qui la politica non può evitare che gli sfruttati, ammesso che ce ne siano tra gli animali, non percepiscano lo sfruttamento. Gli animali lo capiscono eccome, soprattutto le scimmie che hanno un cervello e delle capacità cognitive praticamente assimilabili alle nostre.
Poi c’è un’altra questione importante da considerare che è legata soprattutto al modo in cui noi valutiamo le cose che gli animali non fanno al nostro stesso modo: essi percepiscono le disuguaglianze con più acume, e da questo dovremmo trarne insegnamento. Il valore che qui entra in gioco è un altro, come dicevamo, quello del benessere fisico e mentale dell’individuo, non quello determinato dal denaro. Se quest’ultimo punto venisse preso in considerazione più seriamente insieme a tutte le sue nefaste conseguenze, le società sarebbero più equilibrate, più giuste e pacifiche, appunto come quelle degli animali, scimmie in particolare.
Se questa ipotesi è corretta, potremmo capire meglio l’evoluzione culturale della nostra specie, con tutti i suoi limiti, e porre rimedi agli eccessi, il più delle volte nefasti. In conclusione, dovremmo ritualizzare di più ed evitare il peggio.
L’odio non ci porterà da nessuna parte. Gli animali, infatti, non attendono mai passivamente quello che può accadere in un determinato momento e in una determinata situazione, ma si attivano sempre affinché non accada l’irreparabile.















