L’uomo non può pensare alla propria vita se non come a un pellegrinaggio.

(San Giovanni Paolo II)

Disseminati per tutto l'Oriente cristiano si trovano, di solito in luoghi isolati, abbarbicati sui pendii di ripide gole dirute, all'interno di grotte o arroccati sulla cima di antiche montagne erose da ere geologiche, i ruderi di qualche chiesetta o a volte persino di antichi monasteri, relitti di un tempo in cui l'elemento Numinoso non aveva ancora abbandonato la terra.

In quei tempi lontani, strani, formidabili individui, assetati di assoluto e perennemente in cerca di Dio , vagavano per quelle lande desolate e talvolta trovavano una grotta , una rupe o una valle nascosta e dopo che un presagio, magari un segno chiaro solo a loro come il volo particolare di un aquila o l' apparire di un toro tra le fronde glielo hanno indicato, lì si sono fermati e hanno eletto quei posti desolati come luoghi di meditazione e preghiera per il loro mistero e per la loro bellezza.

Queste chiesette semiderelitte o i ruderi di un malconcio monastero nascondono spesso, nella chiesa all’interno delle mura, un presbiterio sorprendente con elaborate iconostasi e affreschi ancor più incredibili perché sembrano affiorare, e spesso è veramente così, dal medioevo bizantino.

Fu un monaco della comunità monastica del Monte Athos, Dionisio da Furna’, che codificò nel XVII secolo la secolare tradizione iconografica bizantina così rigorosa da lasciare pochissimo spazio all’improvvisazione o all’ispirazione personale del pittore. In questo modo, ratificando una tradizione secolare, dettò precise regole formali grazie alle quali rese immediatamente identificabili innumerevoli schiere di santi, martiri e profeti mediante particolari segni ben riconoscibili: un particolare taglio di barba, ali preternaturali che spuntano tra le scapole come nel San Giovanni Battista Prodromo, il precursore di Cristo, sempre irsuto e severo, coperto da un rozzo vello e con due teste: una sul collo e l’altra, mozzata, su un piatto che tiene in mano bene in vista.

A volte, in genere dipinti sui muri esterni malamente protetti dalle intemperie da una scarna tettoia o da uno stretto loggiato, vengono rappresentati i filosofi e i sapienti del mondo ellenico precristiano.

Addobbati di panni non meno venerabili e sontuosi dei santi cristiani, ma senza l’aureola, riconosciamo Platone, Solone, Aristotele, Plutarco e altri saggi del mondo pagano rappresentati in quel santo luogo con il pretesto di un qualche presunto riferimento, nei loro scritti, alla venuta del Salvatore, ma in realtà per riconoscere loro il debito secolare che il dogma cristiano deve alla filosofia greca. Dove infatti, se non nelle antiche scuole del pensiero greco poté crescere e svilupparsi quello straordinario vigore intellettuale e spirituale che permise ai Dottori della Chiesa di gettare i pilastri del formidabile dogma Cristiano che dominerà i secoli a venire?

Quasi sempre, scrostate e ammuffite, scene truculente affiorano sulle pareti delle navate: mutilazioni, decapitazioni, roghi o squartamenti, ma l’atrocità delle scene è sempre attutita dalla serafica compostezza dei volti di vittime e carnefici che tempera, fino a dissolverla, l’angoscia di tali rappresentazioni.

Si tratta di orge simboliche che, come una composta dance macabre, celebrano l’eroismo dei martiri primevi per testimoniare la verità della Fede in cui tenaglie ed arpioni sono in realtà “le chiavi del Paradiso”.

Agli albori, nelle terre della Chiesa d’Oriente, pare vi fosse gran quantità di asceti solitari, stiliti che vegetavano su una colonna, dendriti che vivevano su alberi secolari, forse pensando di dimorare sul mitico mandorlo posto all’entrata di Luz, la misteriosa città dove Giacobbe sognò “Beith-El”, la “casa di Dio”. Secondo la tradizione, tra tanti anacoreti, aspiranti santi o forse solo pellegrini fuggiaschi che vagavano per quelle contrade, nel V secolo giunse nel deserto Siriaco Mosè l'Abissino, figlio di un re etiope, che si rifiutò di succedere al trono del padre per darsi a una vita di eremitaggio errante.

I pochi documenti che ci rimangono lo descrivono come un uomo altissimo e nero come l'ebano che doveva avere un grande impatto visivo su chi aveva la ventura d’incontrarlo nei suoi pellegrinaggi. Dapprima fu in Egitto, poi nel deserto siriano, dove stabilì la sua dimora in una grotta, presto seguito da altri monaci che si stabilirono nelle vicinanze, e ove incontrò il martirio per mano di soldataglie delle schiere di Bisanzio.

Secondo altre fonti, era sì altissimo e nero, ma era solo uno schiavo fuggiasco per aver commesso alcuni furti e, rifugiatosi presso la comunità monastica di Macario il Grande nel monastero di Scete, vi prese i voti e condusse un'esemplare vita ascetica.

Comunque, fosse schiavo o figlio di re, nei pressi della grotta dove venne martirizzato sorse un monastero che, attraverso i secoli e tra alterne fortune, ora porta il suo nome grazie a un gesuita italiano: padre Paolo Dall'Oglio, che ha legato indissolubilmente il suo tragico e luminoso destino a quelle mura millenarie.

Infatti il monastero, che conobbe il suo massimo splendore tra l'XI e il XII secolo e che progressivamente decadde fino a essere abbandonato, non morì mai del tutto nella tradizione delle popolazioni locali che ne mantennero viva la memoria fino ai giorni nostri. Nel 1982, dopo avere portato a termine a Damasco un incarico per la Caritas, padre Dall'Oglio sentì il desiderio di ritirarsi in un luogo appartato, per un periodo di meditazione e preghiera, e trovando su una vecchia guida della Siria notizie riguardo all'ubicazione di un antico monastero cristiano nel deserto, tra Aleppo e la capitale, volle visitarlo.

Non senza difficoltà riuscì a trovarlo e vi dimorò per una decina di giorni. Grandissimo dovette essere il fascino che quei ruderi silenziosi esercitarono su di lui, perché si innamorò profondamente del luogo e di quelle rovine, da cui affreschi di martiri e santi osservavano enigmatici il lento scorrere del tempo con quel loro sguardo paziente velato di ironica malinconia per il dolore del mondo. Dovette forse sentirsi come uno di loro: rispose a quegli sguardi e si riconobbe con quei paramenti e con quel taglio di barba, al fianco di Giustiniano e Teodora. Ma non aveva ancora guadagnato l'aureola della santità che si ottiene con l'ascesi e il sacrificio.

Paolo Dall’Oglio era nato il 17 novembre del 1954 a Roma, quarto di otto fratelli.

La famiglia, molto unita, ha sempre supportato e sostenuto la sua vocazione, che, insieme alla sua bontà, cresceva al pari della sua stazza. Era infatti un ragazzone grande e grosso quando è entrato in un gruppo scout a Roma e ha conosciuto Salvatore Mazza, noto vaticanista recentemente scomparso, anche lui scout nello stesso gruppo, che gli è rimasto vicino fino alla sua scomparsa.

È proprio l'amico e confidente che racconta un aneddoto della vita di padre Paolo che risulterà di fondamentale importanza nella sua storia e in quella del monastero e che la dice lunga su che personaggio fosse padre Dall'Oglio.

In un articolo apparso su Avvenire nel 2022, Salvatore Mazza racconta che tra le rovine di Mar Musa, Paolo aveva visto avverarsi una profezia fattagli anni prima da un monaco copto durante un pellegrinaggio in Egitto.

Egli scrive:

Credo di essere tra i pochissimi a sapere questa cosa. Paolo me l’aveva raccontata poco dopo essere entrato nel seminario dei Gesuiti. Quell’estate era andato in Egitto da solo, addentrandosi in quel deserto che tanto lo affascinava, a piedi e con mezzi locali con persone stipate dentro a scambiarsi sudore e parole.

Preferiva non avere una destinazione precisa e fermarsi magari in un posto che gli piaceva, che lo Ispirava.

Il suo girovagare in lungo e in largo per l’Egitto lo portò un giorno a incontrare un monaco copto ortodosso col quale si fermò a parlare. Quella chiacchierata, mi aveva raccontato dopo, finì per durare qualche giorno, con Paolo ospite del monaco.

Una cosa in particolare, tra le tante che gli aveva detto, lo aveva folgorato. Stavano parlando del concetto di verità e a un certo punto il monaco gli disse: “se cercherai la verità non per possederla ma per servirla, Dio ti aiuterà a trovarla.”

Quelle parole profetiche orientarono la sua vocazione e quella notte, tra le rovine di Mar Musa, Paolo ebbe il “segno” che aspettava.

Da tempo, amando profondamente quei luoghi e quelle genti, accarezzava il sogno di creare in qualche modo una comunità di studio e meditazione interreligiosa che accogliesse pellegrini cristiani cattolici e ortodossi, copti ma anche musulmani ed ebrei, e quelle silenziose rovine gli sembrarono il luogo ideale per realizzare quel sogno.

Negli anni successivi è ordinato sacerdote del rito siriano cattolico e riesce a farsi assegnare alla diocesi nella cui area sorgono le rovine del monastero.

Dal 1984 cominciano i lavori di ristrutturazione. E grazie alla cooperazione italiana, con il contributo dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma e con la supervisione della Direzione Generale delle antichità di Damasco, il monastero, come dice padre Paolo stesso in una intervista rilasciata in quegli anni:

A partire dal 1991 ospita una comunità monastica di fratelli e sorelle che si dedicano alla vita contemplativa, al lavoro manuale e all’ospitalità abramitica nell’orizzonte del lavoro, dell’impegno e del desiderio di costruire l’armonia islamo-cristiana.

Il concetto di “ospitalità abramitica” è un valore spirituale e sociale condiviso dai tre grandi monoteismi indoeuropei: ebraismo, cristianesimo e islam ed è necessario comprenderlo a fondo per capire tutta la portata simbolica dell’opera missionaria e l’inestimabile valore spirituale della figura di padre Paolo Dall’Oglio. Tale antica tradizione si ispira all’episodio biblico secondo il quale Abramo, alle querce di Mamre, accolse tre forestieri offrendo loro il meglio di ciò che possedeva poiché accogliendo il viandante si accoglie Dio.

La tradizione dell’ospitalità abramitica, condivisa dalle tre religioni, si articola in tre principi fondamentali: il riconoscimento e il servizio, perché lo straniero non è visto come un intruso o una minaccia ma come un ospite benedetto, la condivisione della mensa perché offrire cibo e acqua è l’ atto simbolico fondamentale dell’ accoglienza e, infine, l’ apertura e la riconciliazione per superare le divergenze e avviare un percorso di pace e comprensione tra diverse culture.

Questi erano i sacri principi a cui si ispirava tutta la vita e l’opera di Paolo Dall’Oglio.

Purtroppo la tempesta che ha sconvolto la Siria dal 2011, con l'inizio delle violente proteste popolari represse con spietata ferocia dal regime di Bashar al Assad, ha messo in seria difficoltà la comunità monastica di Mar Musa e ha posto il suo fondatore nella necessità di prendere posizione e la sua scelta non poteva avvenire se non schierandosi apertamente dalla parte dei più deboli appoggiando, quindi, le proteste popolari.

Ciò lo rese inviso al regime che ne decretò l’espulsione dal paese nel 2012, per cui padre Paolo, il 12 giugno di quello stesso anno, dovette lasciare la Siria.

Ma il richiamo della sua missione, il senso del dovere e l’affetto per la sua gente non potevano tenerlo lontano da quel dilaniato paese, per cui nel 2013 padre Dall’Oglio passa clandestinamente il confine a nord nel territorio controllato dai ribelli siriani e si impegna in difficilissime trattative per giungere alla liberazione di un gruppo di ostaggi a Raqqa.

Mentre si trovava in quella città per cercare di sedare i contrasti tra gruppi di ribelli curdi e jihadisti arabi, si sono perse le sue tracce, forse rapito da un gruppo di estremisti islamici vicini ad Al-Qaeda.

Qui sembra finire la vicenda terrena di questo uomo esemplare, anche se alcune fonti lo danno ancora in vita ostaggio di gruppi jihadisti, mentre altre, poi smentite, parlano di resti umani riferibili a lui rinvenuti in fosse comuni nei dintorni di Raqqa.

Da allora nessuna notizia e se non fosse per la sollecitudine della famiglia forse di lui si sarebbe persa memoria.

Nessuno sa dove sia ora padre Paolo Dall’Oglio, nessuno sa dove riposino le sue spoglie mortali martoriate ma io so dove trovare il suo spirito: è lì dove ha sempre voluto essere, tra le mura del suo monastero, in gloria tra quei santi affreschi, tra i Paleologi e i Crisostomi, perché ora, guadagnatasi con il martirio una fulgida aureola, può sedere senza vergogna tra i Padri del deserto e tra i Protomartiri, sotto lo sguardo dolce e triste del Pantocratore e della Panaghia, perché ora anche lui ha trovato le chiavi del Paradiso.