Anno 274 d.C.: L’imperatore Aureliano fa edificare alle pendici del Quirinale un tempio dedicato al Sol invictus, il sole invincibile o mai sconfitto, nato dall’unione delle principali divinità solari celebrate lungo i territori di dominazione romana. Un culto particolare, la cui massima espressione avveniva in seguito alla conclusione dei Saturnali (17-23 dicembre), con l’acclamazione del ritorno del sole in seguito al solstizio d’inverno. Il sole stesso diveniva sul finire dell’anno un simbolo di speranza e potenza, la metafora della vittoria della luce sull’oscurità, celebrando un ritorno che non veniva certo dato per scontato. La mostra Osteria del sole, personale dell’artista Francesco Cima (Pietrasanta, 1990), prende spunto da queste antiche riflessioni, riportando a Roma le tracce dello scorso sodalizio sotto forma di un rapporto diretto e personale con l’astro, mai inteso come se stesso ma come la somma di tutti i suoi attributi più e meno divini.
Una serie di soli domina l’orizzonte; non vi è differenza tra l’alba o il tramonto e anche il fluire delle stagioni viene sospeso, immortalato in attimi che appartengono simultaneamente al passato, al presente e al futuro. La poetica della nostalgia di Cima trova una soluzione stabilendo un soggetto nel soggetto, a ogni paesaggio il suo sole, tramutandolo dove non è esplicito in una struggente luce dorata nel tentativo di rispondere a una sempre più impellente esigenza di calore e sicurezza. Come di consueto, la composizione circolare degli elementi naturali non permette di avanzare oltre; a differenza però della produzione precedente, in cui i confini del movimento possibile erano stabiliti da pendii scoscesi, rami, tronchi, montagne e acquitrini, ora il limite dello sguardo viene posto dal cielo stesso, immensurabile e lontanissimo, eletto come principale interlocutore nel dialogo tra il dipinto e l’osservatore. Questa interazione, resa imperativa dalla posizione frontale e centrale del sole, sublima la ricerca concettuale di Cima in una vera e propria pittura del limite, per la quale diventa imprescindibile essere consapevoli dei propri confini fisici e sensoriali prima di misurarsi con la vastità delle visioni proposte nelle tele.
Da un punto di vista prettamente tecnico l’utilizzo del sole come soggetto può configurarsi come un atto di sfida. Nonostante infatti la forma del sole sia oggi scientificamente scontata, sia rispetto alla sua scala sia ai dettagliati movimenti registrati sulla sua superficie, per millenni la tradizione artistica l’ha relegata quasi esclusivamente a delle mitologie incise su pietra, lasciando alla pittura il compito di svilupparsi soltanto a partire dal suo movimento. In questo senso il sole è stato indispensabile in pittura non per se stesso ma per i suoi prodotti: luce e ombra, chiaro e scuro, costantemente selezionati in rapporto alla quarta dimensione. Per ritrarlo con realismo è necessario poterlo osservare; qui sorge il vero problema, tramutato in una missione dai maggiori esponenti della storia dell’arte. Seguendo involontariamente le orme di Turner, Monet, Van Gogh, Pissarro, Vallotton e molti altri, Cima dà la sua interpretazione del sole trattandolo secondo la sua verità prospettica, cioè come un piccolo punto di pura luce, incandescente e fuggevole. L’istantaneità dell’immagine viene simulata efficacemente grazie all’inserimento di flares e aberrazioni cromatiche, utilizzati per sottolineare l’inesorabilità del suo ciclo e la portata delle sue manifestazioni fisiche. Questi ultimi effetti donano al sole il suo calore e contribuiscono ad avvicinarlo all’osservatore, arrivando a personificarlo in una presenza amorevole e fraterna.
Sul piano tecnico spesso le opere nascono da piccole macchie spontanee o colature di colore applicate su sfondi chiari. La rappresentazione inizia a formarsi autonomamente a partire da queste ultime, divenendo una metafora del vivace caos vegetale che in seguito crescerà controllato dal pennello. Dopo aver abbozzato le prime forme, in particolare il terreno e gli alberi, Cima sfrutta un oggetto affilato per delinearne i dettagli, graffiando il colore con l’obiettivo di riportare alla luce lo strato di pittura originale. Dopo aver articolato questi punti di riferimento ha inizio la fase di pittura vera e propria, nella quale gli elementi naturali vengono messi in rapporto tra loro e minuziosamente aggiustati, modificati e resi più o meno brillanti al fine di raggiungere l’equilibrio desiderato. L’ultimo passaggio è costituito da una tamponatura scura seguita dal posizionamento delle ultime luci, rimarcate in ultima battuta per rendere il dipinto più brillante.
Il titolo Osteria del sole è stato scelto dall’artista per evocare un preciso sentimento di sicurezza e familiarità, lo stesso che può provare il viandante entrando in una taverna dopo aver affrontato un tortuoso e solitario percorso. La sensazione di protezione incontra un appagato bisogno di convivialità in un ambiente gioioso e solare, in cui è finalmente lecito sospendere la propria ricerca al fine di rigenerare il lato più vulnerabile di sé. Questo è il messaggio ultimo dei dipinti presenti in mostra, concepiti come delle mani tese pronte ad accompagnare lo spettatore verso una dimensione di pura pace.
(Il sole invincibile. Testo di Beatrice Timillero)













