Il vino possiede una storia lunga quasi quanto quella dell’uomo, se non addirittura più antica, dal momento che lo ritroviamo menzionato innumerevoli volte nelle opere del mondo antico, protagonista di scene di convivialità, di ristoro alla fine di una battaglia, e nel mito che come sappiamo appartiene ad una dimensione senza tempo. La presenza di vinaccioli, quale prova della trasformazione dell’uva operata dall’uomo, è attestata dagli scavi del Vicino Oriente antico – tra Turchia, Libano, Giordania e Georgia – risalenti all’8000 a.C.
Tuttavia, una rappresentazione pienamente consapevole del ruolo ricoperto dal vino nella società umana è documentata in primis nell’arte: essa nasce infatti da un’intenzione precisa di comunicare, non solo alla comunità di appartenenza, ma talvolta anche ai posteri, soprattutto nelle civiltà fortemente stratificate e gerarchiche, la sacralità del momento rappresentato. In situazioni determinanti – come i festeggiamenti per una vittoria, oppure le celebrazioni legate alla divinizzazione o all’investitura di re e regine, le libagioni agli dèi nei sancta sanctorum dei templi – il vino era presente a sancire l’evento, simbolo tangibile di un momento alto, sacro e collettivo.
E non stupisce che la forza comunicativa del momento sia delegata in parte alla rappresentazione delle coppe di vino rette dai protagonisti delle vicende storiche o mitologiche. L’utilizzo dei termini sacro e sacralità non è casuale, soprattutto non va confuso o fatto confluire automaticamente nel campo semantico delle religioni, ma piuttosto in quello della religiosità. La prima attestazione, nell’arte, di figure reggenti coppe di vino, risale al 2500 a.C. e si trova sullo Stendardo di Ur: sul cosiddetto “Peace Side”, il lato della pace, figure sedute di fronte al re reggono coppe di vino durante un banchetto. Non possiamo essere certi che nelle coppe rappresentate vi fosse effettivamente del vino, ma sappiamo che i Sumeri conoscevano bene questa bevanda e che essa sanciva il momento alto del banchetto regale e del rito collettivo.
La tradizione biblica, che non di rado si intreccia e si sovrappone al mito, fa provenire proprio da “Ur dei Caldei” il patriarca Abramo, fortemente connesso alla figura di un altro patriarca, fondamentale perché simbolo di rinascita: Noè. Egli rappresenta il passaggio dall’uomo primitivo all’uomo “civilizzato”, il nuovo inizio dell’umanità dopo l’annientamento dei viventi con il Diluvio, e l’atto fondativo della nuova società umana è piantare una vigna. La vigna implica sedentarietà, il vino implica comunità, il banchetto implica gerarchia e rito, la bevanda diventa così simbolo di alleanza tra uomo e divino. E la storia di Noè, trasposta nel mito sumero-babilonese, altro non è che Il Poema di Gilgamesh nel quale l’eroe Enkidu passa dallo stato di natura a quello di civiltà solo attraverso il rito iniziatico fondato sul vino. E proprio nella Bibbia, il testo sacro e religioso per eccellenza - e limitatamente all’Antico Testamento - il vino riveste un ruolo sacro ma non religioso.
Ma è nell’arte egizia, più specificamente nelle pitture tombali, che il vino trova una modalità sorprendente ed originale di essere rappresentato: non si assiste solo alla scena del consumo di vino, ma articolate scene di produzione del vino, dal processo di vinificazione con l’uso di torchi, alla fase della conservazione in grandi anfore, sono dipinte in maniera variopinta e dettagliata. E se le pitture tombali erano destinate ad una fruizione privilegiata e ristretta, segreta, limitata al faraone, sono le anfore, raffiguranti scene di produzione e consumo di vino, ad esprimere quell’intenzione di cui accennavo, a comunicare l’importanza e il significato del vino nella società egizia, attribuendo dunque all’arte una funzione divulgativa e di condivisione. Nemmeno in questo caso, il vino onnipresente nelle più alte forme di arte faraonica, esprime un significato religioso.
E poi vennero i Greci: da Creta ad Atene splendidi esempi di pittura vascolare nella rappresentazione di ogni aspetto della società non tralasciano, anzi esaltano la narrazione di offerte, libagioni, banchetti, simposi, così come della vinificazione, fase nella quale i Greci divennero maestri e precursori. Roma finì per seguire le orme dei Greci, e nelle ville patrizie, da Pompei a Ercolano a Tivoli a Roma caput mundi, dagli affreschi alle sculture, agli splendidi pavimenti a mosaico, innumerevoli sono le rappresentazioni di momenti topici delle classi sociali agiate.
A Roma, tuttavia, tali scene assumono un carattere più spiccatamente improntato all’abbandono dei piaceri conviviali e all’otium, rispetto alla più misurata Grecia, dove il vino rimaneva elemento imprescindibile dei contesti più elevati di conversazione filosofica e di simposio, ma solo in teoria…
Se dunque, nell’antico Oriente, il valore del vino risiede nel suo potere civilizzatore — capace di sancire rapporti di amicizia e di suggellare accordi di forza e di potere — con i secoli, comincia a farsi largo anche l’immagine degli effetti che scaturiscono dall’uso non misurato. L’abuso si trasforma in perdita di controllo e in violenza. L’allegria si fa scomposta, i freni inibitori si allentano, l’eccesso prende il sopravvento sulla ragione, e il delirio orgiastico sui sensi. Questo è ciò che troviamo rappresentato nell’arte greca prima, e nell’arte romana poi.
Nel V sec. A.C. Euripide nel suo capolavoro tragico Le Baccanti, incentrato proprio sul dionisismo mette in scena danze estatiche, trance, follia bacchica, perdita dell’individualità, invasamento e frenesia che portano all’epilogo tragico. Il Satiro ebbro di Prassitele, la Villa dei Misteri del I sec. a.C. a Pompei con le splendide raffigurazioni pittoriche dei riti di iniziazione femminili che portano alla rivelazione del dio, vanno tutti nella stessa direzione. Per inciso: la rivelazione del dio non va in alcun modo intesa in senso cristiano, non in senso intimo, individuale, sacro, religioso in senso stretto, né tantomeno salvifico!
Il significato e il potere di questa bevanda non sacra dunque, ma magnetica, scivolano progressivamente verso una dimensione che si allontana dalla razionalità e dal controllo, innescando un meccanismo pericoloso: è in grado di sollevare il velo posto su ciò che è celato, di svelare, aprire alla conoscenza di ciò che è nascosto. Diventa, dunque, sinonimo di verità.
Per Platone, per il quale il mondo autentico è quello delle idee, il vino è strumento di accesso alla verità, mezzo per avvicinarsi a quel mondo ideale che lucidità e razionalità non consentono di raggiungere. Questa convinzione riaffiora con forza nel celebre concetto latino in vino veritas e non ci è affatto estranea neppure oggi, poiché continuiamo, almeno in parte, a riconoscerle una profonda e perdurante validità.
Se Dioniso aveva in qualche modo svilito la funzione civilizzatrice del vino, presente già nel mito, attraverso l’eccesso e la perdita di misura, è proprio attraverso la sospensione delle inibizioni che Platone ne recupera la dignità, restituendogli il ruolo di medium verso le verità ideali. Si ferma un secondo prima Platone, a quel momento che precede l’abbandono di ogni consapevolezza, a quel momento che ci induce piuttosto a lasciar fluire la verità, che si libera come da un vaso di Pandora scoperchiato e, contemporaneamente, avvicina l’uomo al mondo delle idee, l’unico che per il filosofo possieda carattere di realtà. Tuttavia la narrazione fin qui fatta ricalca solo parzialmente la successione cronologica dei diversi significati che il vino ha assunto nell’antichità e risponde più che altro a una logica concettuale.
Platone, infatti, appartenente alla Grecia classica dell’età di Pericle, diffonde il suo pensiero filosofico nella cosiddetta età dell’oro, periodo molto fecondo e di grande fermento per il mondo occidentale allora conosciuto. Platone rappresenta lo spartiacque tra l’idea del vino intesa come portatore di ebbrezza, trance e perdita della consapevolezza dell’io, e funzione del vino quale strumento di conoscenza dell’uomo. Il Symposium che nel tempo era degenerato a baccanale, ossia a momento collettivo con prevalente valenza dionisiaca, riappropriandosi del significato originario da syn (σύν, "insieme") e pósis (πόσις, "bevuta", da pínein, "bere"), di "bere insieme", assume progressivamente una connotazione nettamente filosofica.
Le certezze che avevano caratterizzato e promosso la centralità dell’uomo, cominciano a incrinarsi con il periodo successivo, ovvero con la conquista della Grecia da parte di Alessandro Magno e con il periodo che va sotto il nome di Ellenismo. È una stagione storica in cui l’uomo smarrisce dei punti di riferimento importanti, emerge la fragilità e un senso di incertezza e malinconia prendono il sopravvento. Non ha più alcun senso spingersi all’eccesso, i tempi sono mutati e l’atteggiamento dell’uomo è più intimista, cerca risposte dentro di sé, non più fuori, nel cosmo. E il vino diventa strumento di introspezione, per interrogarsi, per scrutare dentro di sé, per riflettere.
Al pieno periodo ellenistico appartiene dunque il celebre Fauno Barberini, rappresentato mentre si abbandona al sonno dopo l’ebbrezza: ciò su cui si pone l’accento sono gli effetti del vino più accettabili, la stanchezza e il torpore che se da un lato non esprimono lucidità e piena presenza a se stessi, dall’altro sono stati dell’anima inclini all’interiorità piuttosto che alla platealità. Il corpo perde la rigidità e il controllo dell’età classica: il chiasmo e altri artifici tecnici teorizzati nel canone di Policleto scompaiono, e con essi l’atarassìa dei volti. Il bello diventa morbido, fluido e la perfezione dei corpi non è il fine ultimo della rappresentazione artistica. Il fauno Barberini non piace perché è impassibile, ma proprio perché vinto dal sonno suscita empatia.
I tempi e le coscienze sono ormai pronti per una nuova fase storica, l’evento che segnerà profondamente tutta la civiltà Occidentale, la pietra miliare di tutte le pietre miliari: la venuta di Cristo e la nascita del Cristianesimo. Attraverso la sua Parola, Gesù assume un simbolo potentissimo, il vino, e lo trasforma, attribuendogli un nuovo significato: se prima era un mezzo per avvicinarsi al dio-nisiaco o alla verità platonica, con Cristo è il divino stesso che si avvicina all’uomo, nel sangue di Cristo. La sovrapposizione semantica tra vino e sangue diventa un’immagine teologica di straordinaria forza simbolica: il vino metafora del sangue di Cristo è un’immagine potentissima. La forza e la capacità di diffusione dell’Eucarestia risiedono proprio nell’aver mantenuto l’iconografia del paganesimo e svuotandola di significato, averle conferito un significato nuovo: l’incontro con Dio, che ora è Lui a donarsi all’uomo.















