Quelle ragazze – diceva la gente- credono.
Di poter fare tutto quello ciò che vogliono e cavarsela sempre.(Lasciami l’ultimo valzer, Zelda Fitzgerald)
La stanza è piena di fumo, in sottofondo una musica leggera, perle che vibrano sui vestiti da sera. I contorni sono imprecisi come certi ricordi. La musica insiste, ma educata, quasi indifferente.
Risate, rumori di tacchi, di bicchieri e di voci indistinte. Accenni di contorni di persone.
Una si ferma accanto ad uno specchio, ma non si guarda. Sistema invece una collana. E’ distratta, il pensiero che corre alla giornata odierna a quel niente che è andato a posto.
Qualcuna ride, abbraccia quella che potrebbe essere una sorella o semplicemente un’amica e l’altra si lascia sopraffare, incapace di sottrarsi a quell’abbraccio.
Un’altra ancora attraversa la stanza senza guardare nessuno. Non si lascia distrarre, ma continua nel suo pensiero, non segue il ritmo.
C’è chi balla, girando intorno alla stanza. La testa che gira vorticosamente, ma non riesce a fermarsi. E in quel turbinio un orecchino di perla cade, ma nessuno sente l’urgenza di raccoglierlo. Piuttosto sollievo, come se la perdita alleggerisse il corpo da una postura troppo a lungo mantenuta.
Appoggiata al centro della stanza, si sente la più bella. E’ sicura di sé, un trucco deciso e definito sugli occhi fumé; il riflesso perlaceo dell’abito irradia la stanza.
Un’altra ancora gioca con un anello, sempre lo stesso gesto. Mostra una fragilità interna che non era prevista. E poi ce n’è un’altra che osserva tutto questo, come se fosse già accaduto. E’ una presenza quieta, distante.
La musica continua ma nessuno la segue.
















