Chiamarla solo esposizione sarebbe riduttivo. Quello che la Fondazione Rovati presenta nel suggestivo padiglione al pian terreno di Corso Venezia a Milano è uno spazio libero di espressione narrativa di artisti che vivono in una delle realtà più difficili del nostro mondo: i campi per rifugiati. È una raccolta di voci e di sguardi, una preziosa collezione di creazioni tutte realizzate in formato 10x12 cm, che inducono il visitatore a esplorarle da vicino per individuare ogni dettaglio. E ognuna delle 285 opere dei 264 artisti presenti e l’esplorazione di ogni singolo piccolo quadro risveglia emozioni personali e l’interesse di tutti.
La crisi dei rifugiati, la più complicata della storia, come riportato dall'Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) si traduce in questo contesto in un valore artistico e umano e Out of place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo, rispecchia il progetto espositivo di Fondazione Imago Mundi, realizzato in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati.
Tutto si fonda su una ricerca condotta tra il 2022 e il 2024 in diciotto tra i più grandi campi di rifugiati e altre aeree che sono attraversate da migrazioni e le opere riflettono le storie di artisti che hanno vissuto in queste strutture nel passato e qui riportano le loro toccanti esperienze, esposte su pannelli e divise per aree geografiche, una raccolta che è parte di Imago Mundi Collection, curata da Claudio Scorretti, Irina Ungureanu e Aman Mojadidi.
“Da tempo sosteniamo le attività di UNHCR in Italia, un impegno che mi coinvolge anche personalmente in qualità di Special Friend. La mostra testimonia come, anche in contesti segnati da precarietà, sradicamento e marginalità, l’arte continui a essere una forma essenziale di espressione umana. Il lavoro di ricerca e sperimentazione di Imago Mundi dà voce ad artisti altrimenti sconosciuti” commenta Giovanna Forlanelli, Presidente di Fondazione Luigi Rovati.
Si deve allo scrittore palestinese Edward Said l’ispirazione del titolo out of place/fuori posto perché lui stesso definiva i rifugiati e includeva sé stesso con questo termine. “Esuli, migranti, rifugiati e apolidi, sradicati dalle proprie terre, sono costretti a fare i conti con un nuovo paesaggio”, scriveva Said, “e la creatività come del resto la profonda infelicità che si attribuisce al modo di fare di tali soggetti fuori posto costituisce di per sé una delle esperienze che devono ancora trovare una loro narrazione”.
Sui diciotto campi di rifugiati, il progetto ospita un coro di voci di artisti di ogni parte del mondo Da Kutupalong in Bangladesh all’Africa con i due campi in Kenya e poi in Uganda, in Malawi e in Ruanda o in Algeria. E poi in Medio Oriente e in Asia e sono strutturati secondo i luoghi di provenienza E oltre ai corridoi di migranti, dal Messico agli Stati Uniti, si aggiunge la testimonianza di 40 afghani che dopo la ripresa del potere da parte dei talebani nell’agosto del 2021 hanno abbandonato il Paese o sono rimasti in patria. La prima sezione è dedicata ad artisti palestinesi provenienti da cinque campi, tutti dislocati in Giordania a partire dal 1948. Sono tele di artisti già affermati prima di vivere la condizione di rifugiati oppure arrivati molto giovani all’interno dei campi e, nonostante le difficoltà del caso, proprio lì hanno iniziato un percorso di progettazione artistica.
Nella sezione degli artisti ucraini con esponenti sia da campi interni all’Ucraina o altri che vivono nei centri europei, emerge come simbolo di sopravvivenza e di mobilità e la condizione di dislocamento rispetto alla propria casa, l’opera intitolata The texture of life/Trame della vita, 2024 di Bogdan Tomashevsky, ucraino, ora rifugiato in Germania dove nel suo piccolo riquadro, montato su legno, presenta cinque frammenti di materassini di diversi colori e dietro ognuno di questi, è scritto il luogo e il numero di persone che attualmente ci vive. Nell’area riservata alla Siria, si ritrovano sia i rifugiati siriani, i curdi e yazidi, il popolo più grande da tempo senza una patria.
Il progetto contempla anche la contemporaneità in generale e i flussi migratori del Sud America che risalgono dai loro paesi e spesso trovano rifugio in Messico. Le opere dal Sarawi Refugee Camp in Algeria aprono diversi scenari tra cui molti dedicati ai rituali del tè con l’idea radicata nella tradizione millenaria di accoglienza espressa dalla saggezza di grande popolo.
In una piccola stanza separata risalta l’immagine di copertina del catalogo di questo evento ed è firmata da un’artista del Sarawi. È Melina Alkeihel, settantenne, arrivata in questo campo in Algeria nel 1970 quando iniziarono le prime migrazioni dei rifugiati. Si occupa all’interno del campo della costruzione delle tende. La sua opera Tent/Tenda, 2024 (fili su materiale da tenda), ricalca un’antica tradizione della popolazione nomade che si tramanda e nel disegno stilizzato si vede una porta in ogni lato della tenda, un collegamento diretto alla mitologia dei quattro venti, e ancora una volta un modo per rimarcare il senso dell’ospitalità ancora ritenuta sacra, che non perde forza nemmeno nelle difficoltà oggettive di questo popolo. Out of Place è un esempio di resilienza dei rifugiati e un invito alla riflessione per tutti gli uomini sulla terra.














