Organizzato dalla Fondazione "Centro per la lotta contro l'Infarto", si è tenuto a Firenze dal 19 al 22 marzo 2026 “Conoscere e curare il cuore”. Il comitato organizzatore, sempre attento a divulgare le ultime novità su come la conoscenza del cuore e del suo funzionamento è da considerare salvavita, ha riservato alcune ore al Q&A con la stampa, condotto da Luciano Onder, divulgatore medico in TV da molti anni. Onder ha ricevuto in questa occasione il premio Cuore e salute Franco Fontanini.
Al tavolo degli esperti che rispondono al fuoco di fila delle domande di Onder troviamo i medici Francesco Prati e Eloisa Arbustini, a cui quest’anno si è aggiunto il loro collega Filippo Stazzi, redattore della rivista Cuore e Salute, particolarmente capace di illustrare problemi complessi con chiarezza ed esaustività. Stazzi è succeduto nella rivista proprio a Fontanini.
Cuore e Salute, rivista di cardiologia, insegna a tutti come allontanare i fattori di rischio, come adeguarsi ad una corretta condotta di vita correggendo i principali errori nel campo dell’alimentazione e dell’attività fisica. E soprattutto insegna a conoscere precocemente le più comuni manifestazioni di una possibile patologia cardiocircolatoria.
In caso di ischemia, prima guardare la placca.
Fino a venti anni fa - ci racconta Francesco Prati - la cardiologia clinica ha guardato all’ischemia e al suo trattamento, considerando la stenosi coronarica il bersaglio primario e la rivascolarizzazione il principale strumento terapeutico. Però non diminuiva in modo consistente l’infarto miocardico o la morte improvvisa. Negli ultimi anni, grazie al mio diretto contributo, la ricerca scientifica ha spostato l’attenzione sulla placca, perché l’aterosclerosi subclinica è una realtà epidemiologica molto diffusa anche in soggetti apparentemente sani. Questo dato ha spostato l’attenzione dal fenomeno ischemico terminale al processo aterosclerotico precoce. L’ischemia è una conseguenza tardiva, la placca è la malattia! La tomografia coronarica computerizzata (CT) è la principale metodica non invasiva per lo studio dell’aterosclerosi, con finalità diagnostica, prognostica e preventiva.
Dolore toracico.
Non è da interpretare come ischemia - afferma Filippo Stazzi - Il cardiologo esperto vede se il malato deve essere attenzionato subito. Un grosso aiuto può venire dalla IA, che è in grado di mettere insieme tutti i parametri e accorciare così i tempi del pronto soccorso. Aggiunge Eloisa Arbustini che la IA deve essere allenata bene. E comunque l’inquadramento clinico deve essere fatto dal medico.
Grasso epicardico.
L’argomento è stato trattato estesamente l’anno scorso. Francesco Prati ribadisce che il grasso addominale è indice di infiammazione e che circonda gli organi. Il grasso epicardico, in particolare, è fattore di rischio. L’obesità è malattia. Produce un aumentato rischio a livello cardiovascolare. Il Semaglutide fa perdere peso ed ha quindi azione antiinfiammatoria. Produce anche un abbassamento di pressione. Per la riduzione del girovita è più efficace Tirzepatide. Sono ormai in circolazione farmaci che stanno riscrivendo la cardiologia.
Eloisa Arbustini aggiunge che i marcatori come le adipochine non sono ancora pronti. L’integrazione fra tecnologie di imaging sempre più sofisticate, algoritmi di IA, nuovi biomarcatori biologici e farmaci innovativi sta modificando radicalmente il modo di prevenire, diagnosticare e trattare le malattie cardiovascolari, che restano la principale causa di morte a livello globale. Infatti la CT moderna permette la valutazione del tessuto adiposo perivascolare ed epicardico, fornendo indicatori indiretti dello stato infiammatorio coronarico (PCAT). Il PCAT non è un semplice deposito di grasso. Rilascia mediatori proinfiammatori che favoriscono aterogenesi e instabilità di placca. La prevenzione cardiovascolare sta diventando sempre più biologica, personalizzata e guidata dall’imaging.
Scompenso cardiaco e shock cardiogeno
Lo scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata (HFpEF) rappresenta oggi una delle sfide più complesse della cardiologia clinica. Il cuore si contrae normalmente ma non si riempie correttamente a causa della rigidità ventricolare. Non è una variante dello scompenso, perché insorge in casi di comorbidità, invecchiamento e stile di vita a rischio, mettendo in crisi la diagnostica per il carattere multifattoriale del disturbo. È molto diffuso (50% dei ricoveri da scompenso) ed è in aumento causa invecchiamento e diffusione di obesità e diabete tipo 2 nella popolazione. Sarebbe una forma più benigna rispetto allo scompenso sistolico se fosse facile la diagnosi.
Invece spesso è sottodiagnosticato o addirittura misconosciuto, essendo privo di un indicatore univoco. È una sindrome sistemica infiammatoria, non solo cardiaca. Gli SGLT2-inibitori, nati per il diabete, sono oggi funzionanti per questo tipo di scompenso. Sono farmaci efficaci lungo l’intero spettro dello scompenso. Ciò permette di utilizzarli senza attendere il risultato ecocardiografico.
Arbustini sottolinea che per questo settore la gestione immediata, tempestiva, è l’unica adeguata. “I miracoli si fanno solo se la persona arriva presto. È anche una questione di organizzazione. Reti di immediato supporto permettono di avere presenti specialisti in vari campi, necessari per il carattere multifattoriale di questo scompenso cardiaco”.
Trattamento del colesterolo.
Francesco Prati dice che c’è un nuovo farmaco, l’inibitore PCSK9, che abbatte il colesterolo riducendo la sintesi. Si somministra sotto la cute. Ora si avvia ad essere prodotto anche per uso orale, cosa che rende più facile l’assunzione. È però ancora molto costoso.
Terapia anticoagulante come difesa dall’ictus.
La terapia anticoagulante orale ha rappresentato una delle conquiste più importanti nella prevenzione dell’ictus cardioembolico associato a fibrillazione atriale (FA). Però una quota rilevante di pazienti continua a presentare eventi ischemici ricorrenti. Ciò indica che la terapia anticoagulante non è sufficiente, da sola, in una quota significativa di pazienti. Ogni paziente richiede un approccio personalizzato. Molto importante prevenire il primo ictus perché il rischio di recidiva aumenta per chi ne ha già avuto uno. Il coagulo del sangue avviene dove si ha un rallentamento del flusso. Ciò avviene in una sorta di piccolo magazzino all’ingresso dell’atrio. Una possibilità di evitare coaguli si ha chiudendo chirurgicamente questo spazio, cosicché il sangue non vi possa più sostare.
Altra linea seguita è ridurre il dosaggio anticoagulante e usare maggiore aggressività nella terapia anti-fibrillazione.
Cardiologia come medicina sistemica.
La gestione della malattia renale cronica (MRC) deve cambiare, nel senso di non essere considerata di sola competenza del nefrologo. Una qualche disfunzione renale riguarda una massa imponente di individui, 70 milioni di persone nel mondo industrializzato. La malattia è a lungo asintomatica. Il nefrologo entra in gioco quando le possibilità terapeutiche sono già ridotte. Come fare? Diffondere la competenza nefrologica nella medicina interna. La MRC non è una malattia esclusivamente renale. È una patologia sistemica con profondo impatto cardiovascolare. Richiede perciò identificazione precoce e gestione multidisciplinare. Il cardiologo dovrebbe indagare la funzione renale. Il medico di base dovrebbe misurare la microalbuminuria come controlla la pressione arteriosa. Intercettare precocemente la MRC significa prevenire eventi cardiovascolari e non solo e ridurre il peso sociale ed economico della malattia.
Gravidanza e malattie cardiovari.
Arbustini sostiene che oggi non si dice più che la gravidanza è un rischio in caso di malattia cardiovascolare. I medici non sono censori. Il loro compito è di essere informatori. Bisogna che anche qui i medici di varie specializzazioni facciano rete. Devono informare donne affette esse stesse da cause genetiche. Il padre, in questi casi, non pregiudica la gravidanza. Le nuove linee guida 2025 riconoscono esplicitamente il diritto fondamentale alla maternità. Quando le donne in questione sono informate, il compito del team si esaurisce, in attesa di una decisione autonoma della paziente. La medicina moderna non deve negare la maternità, deve renderla più sicura. Le linee guida introducono aggiornamenti sulle indicazioni negative - ad esempio l’embolia amniotica è a rischio di mortalità -. Tutte le indicazioni negative sono spesso più importanti delle raccomandazioni positive.
Cardiomiopatia ipertrofica: prevenzione e stile di vita.
Arbustini avverte che la cardiomiopatia ipertrofica (HCM) è un enorme capitolo. Numericamente è diffusa per due persone su mille.
Per decenni l’attività sportiva era negata in diagnosi di HCM. La malattia era considerata incompatibile con lo sport agonistico e pericolosa anche per l’esercizio ricreativo.
Stazzi sintetizza il nuovo paradigma sul tema: “l’attività fisica è terapia”. Prati aggiunge che “dobbiamo studiare il grado di attività sportiva più opportuna per ciascun malato, causa l’eterogeneità morfologica e fisiopatologica della HCM.”
La terapia con l’esercizio sportivo è tale se l’esercizio prescritto è personalizzato. C’è bisogno di una valutazione specialistica che includa anamnesi sportiva dettagliata, ecocardiografia da sforzo, test cardiopolmonare, monitoraggio aritmico. La prescrizione deve tener conto del profilo di rischio, dei sintomi, della capacità funzionale e della risposta emodinamica. Il carico deve aumentare progressivamente, con rivalutazione annuale o più frequente.
Idealmente la gestione richiede un team multidisciplinare esperto in cardiologia dello sport e cardiomiopatie. La decisione deve essere condivisa con il paziente, integrando dati clinici e preferenze personali.
Un avanzamento tecnologico molto opportuno: il pacemaker senza fili.
Per oltre sessant’anni la stimolazione cardiaca è stata affidata ai pacemaker transvenosi. Non senza complicanze secondarie gravi, quali infezioni, dislocazioni, occlusioni venose. Per ovviare a questi inconvenienti sono nati i pacemaker leadless (LPM).
Essi eliminano il sistema transvenoso e miniaturizzano il dispositivo. Così esso può essere impiantato direttamente nel ventricolo destro. Rimane la gestione del fine vita del dispositivo, essendo ancora limitata l’esperienza sulla rimozione a lungo termine. Quello che è certo è la drastica riduzione delle infezioni. I dati dicono una riduzione dell’80% rispetto ai pacemaker transvenosi. Piuttosto che alla rimozione, si pensa, se una revisione appare necessaria, di lasciare il dispositivo da riparare in loco, data la sua piccolezza, e metterne uno nuovo.















