Lo scorso 19 dicembre sono stato testimone di un episodio memorabile. Collegati a distanza dalle rispettive città – un triangolo con i propri vertici a Parigi, Pesaro e Brescia – Sheila Hicks, Paolo Icaro e Massimo Minini discutevano della mostra che questo breve testo cerca di accompagnare. All’inizio dell’incontro online le uniche coordinate note erano il titolo, Live wires, e l’immagine d’invito, una lama d’acciaio avvolta da una matassa di fili colorati. Così Massimo Minini aveva immaginato l’incontro tra le opere dei due artisti: con un’intuizione visiva e di pensiero, il gallerista aveva messo insieme Luogo della linea, scultura realizzata da Icaro nel 1969, e un groviglio colorato di fili, inequivocabile riferimento alla pratica di Hicks.
Non so dire quanto sia durata la riunione – forse un paio d’ore? –, ma ricordo nitidamente la fibrillazione di quei momenti: i volti di Sheila, Paolo e Massimo incorniciati dai riquadri della videocall, il gesticolare, le visioni e i dubbi condivisi utilizzando l’inglese come lingua franca, i giochi di parole, i tentativi di mediazione per cercare di incanalare il flusso di pensieri scaturito dall’incontro tra artisti e gallerista. Io ero collegato da Spoleto: come un voyeur incantato e divertito, ascoltavo Hicks, Icaro e Minini – nell’ordine classe 1934, 1936 e 1944 – palleggiare idee con la spensieratezza di tre ragazzi, per nulla spaventati – anzi, eccitati – nell’immaginare opere da esporre e possibili allestimenti. È grazie a questo happening spontaneo e irripetibile che ho avuto il privilegio di assistere alla nascita di una mostra.
Live wires ha preso forma attraverso qualcosa di molto vicino a un gioco. Non è un caso che la gestazione del progetto espositivo mi faccia venire in mente una partita di ping-pong, con i pensieri degli artisti che viaggiano come la pallina da una parte all’altra del tavolo; e trovo ugualmente appropriata un’ulteriore metafora sportiva, quella di due giocatori di discipline diverse – mettiamo un tennista e un pallavolista – che si danno appuntamento per fare qualche scambio al parco, ognuno con i propri strumenti del mestiere. Effettivamente Hicks e Icaro sembrano praticare sport con poche affinità: la prima predilige materiali morbidi, colori accesi e una certa visceralità nell’articolazione delle forme; il secondo realizza opere più marcatamente scultoree, in cui le vibrazioni cromatiche sono controllate e la consistenza degli elementi impiegati appare dotata di maggiore solidità. Derubricare il confronto a una contrapposizione tra due approcci al fare arte – uno “femminile” e uno “maschile” – sarebbe tuttavia una lettura alquanto banale.
Osservando le opere in mostra, tali divergenze risaltano senza dubbio alcuno; ma anche le affinità appaiono percepibili, in alcuni casi addirittura lampanti. Sono tante le “regole” – e mi fermo qui con le associazioni sportive – che Hicks e Icaro hanno in comune. La prima è senz’altro la “duttilità” dell’opera: entrambi gli artisti tendono a non cristallizzare i loro lavori, a considerarli come organismi che possono mutare nel tempo e persino ibridarsi, come dimostra la libertà concessa a Massimo Minini nel realizzare l’immagine per l’invito della mostra. A livello formale, poi, sia Hicks che Icaro manifestano un’attrazione per masse che si aggrovigliano o che si aggregano tra loro seguendo una specie di accumulazione spontanea; i materiali utilizzati per dar vita a queste forme sono quasi agli antipodi da un punto di vista della “compattezza”, è vero, ma entrambi adottano per lo più elementi (gesso, piombo, tessuti e indumenti trovati…) che non dichiarano un’origine nobile o una preziosità affettata. Trovo inoltre che, nella pratica dei due, lo spazio espositivo sia qualcosa da trattare come materiale costitutivo dell’opera. Quale che sia l’ambiente che accoglie i loro lavori – un museo, una galleria, un luogo dismesso –, Hicks e Icaro tendono a reagire alle condizioni che il contesto pone; non per assecondarle in modo neutrale, ma per sottolinearne le caratteristiche, le verticalità e le ampiezze, per far sì che sia l’opera a generare spazio e non a subirlo.
In definitiva, se dovessi indicare una cifra distintiva per entrambi, non avrei esitazioni: Hicks e Icaro sono artisti con una fede incrollabile nella processualità, nelle relazioni tra le opere, i luoghi e l’energia delle persone che attorno a essi si muovono, secondo una logica di “fare, rifare, disfare” (non necessariamente in quest’ordine) che conduce a esiti quasi mai definitivi. Da questo punto di vista, credo che i due siano interpreti formidabili di quell’attitudine – maturata negli anni Settanta e ancora oggi pienamente in auge – che crede nella possibilità dell’opera di cambiare pelle, di avere una vita diversa in ogni occasione espositiva, uscendo dallo studio.
È per questo che Hicks e Icaro hanno accolto con grande fiducia l’invito di Minini, al cui intuito – ma parlerei piuttosto di intelligenza visiva – si deve questa inedita doppia personale. L’allestimento rende tangibili alcune delle corrispondenze tra gli artisti: a partire dalle opere di benvenuto, una carta e un tessuto che, oltre al comune formato contenuto, presentano al loro interno delle note cromatiche che tendono al marrone; nella stessa stanza, le opere allestite sono tutte caratterizzate da un’idea di sospensione e levitazione, quasi stessero compiendo un salto all’unisono; la seconda sala vede invece un dialogo frontale tra due tipologie di reti (The captured comrades, 2026, di Hicks, e Cumulo rete, 1968, di Icaro), le cui costituzione fisica e disposizione sono tuttavia sensibilmente diverse; nel terzo ambiente della galleria, Attempt en escape (2025) e Torciglione (1963) propongono un’analoga tensione fisica all’insegna della torsione; My echo sorrounds you (2025) e Cubical molecular (1978), nonostante la disposizione a parete della prima e a terra della seconda, condividono una forma di accumulazione all’insegna del bianco, quasi che l’aggregazione di particelle di Icaro, da terra, si sia tuffata all’interno della “tela” di Hicks; e quella stessa onda bianco-gialla è come se si riversasse nell’ottone della Linea tesa (2018), per poi spingersi, di nuovo con un moto ascensionale, verso Radiating speech (2025), entrambe opere attraversate da una concentrazione di forze; nella stanza finale spicca il confronto – una discussione, più che un dialogo – tra Impertinence en vacances (2025) e Percorso neuronale (2011), lavori che somigliano a degli organismi avviluppati, quasi delle calligrafie molli e illeggibili tracciate nello spazio, benché realizzati a partire da materiali diversi. È notevole il modo in cui, in alcuni casi, le opere di Hicks e Icaro riescano a parlarsi e somigliarsi: come i volti di due persone magari diversissime ma che, condividendo alcuni tratti o un’espressione, finiscono per sovrapporsi. È proprio vero che le analogie più sublimi e sorprendenti sono quelle fondate sulla ricerca di punti di contatto tra cose a prima vista distanti.
Il testo che state leggendo non vuole essere una guida pedissequa alla mostra. Mentre sto scrivendo, la scelta delle opere e l’allestimento sono ancora in divenire; e non è da escludere – anzi, c’è proprio da scommetterci – un intervento all’ultimo secondo, un dernière touche da parte degli artisti, magari appena prima dell’inaugurazione… D’altra parte sarebbe pienamente in linea con la genesi di Live wires, che già dal titolo chiarisce la propria natura: una mostra fatta di fili che si intrecciano e fili scoperti (a sottolineare il lato “pericoloso” della relazione), di connessioni vitali e risonanze, di gioco. Mi piace, a questo proposito, sottolineare l’istinto infantile di Hicks e Icaro. “Passavamo il tempo guardando fuori dal finestrino” – racconta Sheila a proposito dei viaggi attraverso gli Stati Uniti in compagnia dei genitori e del fratello ai tempi della Grande depressione – “giocando, raccogliendo cose ovunque ci fermassimo […]. Era una forma di improvvisazione e bricolage, da una città all’altra”1. Un sentimento che sa di meraviglia e stupore, espresso anche da Icaro ne La favola della favola (1974), brevissimo testo immaginario – quasi un flusso di coscienza – che svela la nascita dell’artista:
Un giorno un sole e una luna, una noia, un indirizzo senza fiocco, un vaso di gerani, una scala coi gradini di marmo, un ufficio da ragioniere, una strada vicina, un’abitazione pericolosa, tanti auguri: ecco la spinta, la luce. La fatica per la salita senza ombre, un respiro, ancora, viene la tosse, il ceffone, lo strillo, il punto rimargina presto nell’ombelico, si arrotola vibrando nell’attesa, suono, suona mio padre il pianoforte, cucina mia madre, nell’interno rimargino il punto dei mille petali, io. Tutto è una favola. Ho l’impressione che Live wires mantenga intatti quei ricordi d’infanzia e che, addirittura, ne sia una diretta emanazione. Come dei bambini, le opere di Hicks e Icaro si sono incontrate nello spazio della galleria e, dopo aver giocato tra loro, si stanno temporaneamente riposando, in attesa di rimettersi in moto. Chissà se si incroceranno ancora, in futuro. Per quanto mi riguarda, so soltanto che vorrei partecipare ad altre mille videocall come quella in cui ho visto due artisti emergenti e un giovane gallerista creare una mostra di fronte ai miei occhi stupiti.
(Saverio Verini)














